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La
comprensione dei meccanismi dell'Arte e la ricognizione dei suoi limiti
occupano l'umanità da tempo immemorabile. Le "definizioni
impossibili", come quella dell'Arte, dell'Amicizia e della vicina
di banco, cioè dei massimi sistemi, hanno una qualità
poco investigata. Seppure non possano mostrare che una parte dell'oggetto,
è anche vero che esse raggiungano un risultato collaterale:
quello di descrivere chi descrive, spesso rivelando attraverso il
suo atteggiamento un'epoca o un contesto. L'abilità con cui
si affascina il lettore al punto da fargli credere di aver visto ciò
che è invisibile, di aver espresso ciò che è
inesprimibile, dà vita peraltro ad una forma d'arte tutta particolare,
quella appunto della definizione. Insieme ai grandi della metafora,
della parabola, dell'aneddoto, dell'epigramma, possiamo aggiungere
la dimenticata categoria degli specialisti della definizione. Questa
breve divagazione serve a purgarci la coscienza dalla sensazione di
lavorare inutilmente. Non sarà così, perché se
non riusciremo a definire l'Arte, definiremo almeno noi stessi.
Ci
sembra possibile azzardare una distinzione tra due forme d'Arte: quella
che nasce come tale e ciò che lo diviene. Alcuni oggetti vengono
infatti riconosciuti come artistici dai loro stessi genitori, mentre
altri prendono questo cognome da padri adottivi. Può sussistere
un gap geografico, sociologico o storico che renda invisibile il valore
artistico di un oggetto nella zona, nella cultura o nell'epoca in
cui prende forma. Una maschera voodoo o un film di Totò non
nascevano come opera d'arte, ma lo diventano ai nostri occhi. La forza
espressiva di questi prodotti si rivela man mano che si spostano in
una diversa cultura o in un'epoca successiva. Avviene anche il contrario,
visto la bassa considerazione in cui teniamo certa musica, pittura
o letteratura cortigiana o accademica, che in passato dovette gettare
in deliquio dame e gentiluomini, principi e sapienti ed oggi non è
che curiosità. Un cavatappi o una serratura, oggetti d'uso
nati da mani umili, possono invece col tempo rivelare un fascino ed
un'eloquenza che noi sentiamo essere arte. Da questo traiamo un primo
principio: non essendo l'Arte ciò che si sente come tale si
definisce tale solo per la sua nascita. Poiché l'Arte è
linguaggio, non è sempre immediatamente comprensibile né
a chi la produce, né a chi la giudica. Eppure l'Arte più
grande nasce come tale e lo resta, divenendo nei secoli sempre più
alta. Quella dei Beethowen e dei Michelangelo, dei Leonardo e dei
Dostojevskij di Dante e Van Gogh, di Shakespeare e Caravaggio. Qui
abbiamo qualcosa in più, un fattore moltiplicativo: l'Artista.
Non sbagliamo a definire opera d'arte una moto o un accendino. L'oggetto
è tale per la sua sublime proporzione, o lo è diventato
grazie alla ricchezza della sua storia o alla povertà della
nostra, ma resta certo meno espressivo di un Rembrandt. Ecco quindi
un secondo aforisma: l'Arte non è democratica, ma soggetta
a inesorabili gerarchie. Per giungere alle sue vette occorre l'estremismo
di una grande personalità. Qualcuno giudicherà questo
concetto una tesi decadente, ma nella mentalità cavalleresca
è insito un principio radicale che ci affranca dalla servitù
al comune modo di sentire. Quanto all'Arte, essa è forma che
giunge a definire un contenuto e quindi a cogliere il supremo risultato
solo se portata alle estreme conseguenze. Il Poeta va fino in fondo
alle cose, prima nella vita e poi nell'opera. In alcuni casi i due
piani si confondono, come nell'atteggiamento del dandy. Questi è
cultore della più esclusiva e autosufficiente forma d'arte,
quella di vivere. Poiché egli è schiavo e arbitro del
dettaglio, nulla di ciò che fa è lasciato al caso. La
stessa legge governa la scelta del suo mobilio, della sua casa, della
sua vita e della sua morte. Il pubblico è la tela su cui dipingere
lo sgomento che è in grado di creare. Questi concetti preludono
ad una terza conclusione: non tutta l'Arte è visibile o riproducibile.
Questo non vuol dire che delle arti tipicamente estemporanee, come
la Corrida o la Vita Elegante, non resti memoria. Al contrario, le
sue opere invisibili si mantengono vive a lungo nel ricordo degli
uomini e, quando si perdono da quella dei singoli, restano per sempre
nella memoria collettiva. Secondo la nostra Carta dei Princìpi,
dichiariamo fedeltà alla concezione del Vivere come Arte. Chi
la trova scontata o datata non ci perdoni: ben peggiore condanna sarebbe
quella dell'originalità a tutti i costi.
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