“Vi fu, in tempi remoti, un’età oscura, nel corso della quale scomparvero dal mondo la lealtà, la solidarietà, la verità, e la giustizia. Per cui dilagarono slealtà, inimicizia, ingiuria e falsità, provocando errore e sconcerto nel popolo di Dio. Fu necessario allora restaurare la giustizia perduta attraverso il timore. E perché ciò potesse avvenire tutto il popolo fu diviso per migliaia, e da ogni mille ne fu scelto uno che si distinguesse dagli altri per gentilezza d’animo, lealtà , saggezza e forza. Quest’uomo, in grado di prevalere su tutti per nobiltà, coraggio, tenacia e devozione ai suoi princìpi fu detto Cavaliere”. Dal libro di Franco Cuomo: “Gli Ordini Cavallereschi” (Roma, 1992).

Non è un caso che l’istituzione dedicatasi a studiare, praticare e custodire gli accessi archetipici del gusto, sia costituita come un Ordine. Sebbene le chiavi delle Nove Porte non siano trasferibili, possono e devono essere custodite con metodo e fierezza. Chi le abbia conquistate può trovare al di là di ciascuna Porta molto di quello che costituisce il senso di una vita degna di essere vissuta. Al di sopra di tutte, e dentro l’uomo che aspiri legittimamente a varcarle, vi è però qualcosa di essenziale e indefinibile: la Cavalleria. La migliore definizione che si può dare della Cavalleria è quella di una “Categoria dello Spirito” che, in forma immanente, pervade i secoli e la storia degli uomini.



   
 
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