Alberto Bongini
(1956)
Avevo già avuto modo di notare, durante certi vernissage, la sua alta e snella figura vestita da eleganti mise spezzate, perennemente sportive: splendide giacche inglesi rudemente segnate dal tempo, curiose cravatte di velluto svolazzanti, squisite camicie dai colletti più imprevedibili.
Fu durante una di queste inaugurazioni (o come si dice in Piemonte “vernici”) al Centro culturale di Torre Pellice ch’ebbi il piacere di scambiare quattro chiacchere con lui, Alberto Bongini, architetto ed ex-desinger di professione. Lasciato che ebbe il lavoro diversi anni fa decise di dedicarsi a tempo pieno a quella che è sempre stata la sua passione: la pittura. Tuttavia la sua attività artistica ha origini piuttosto recenti: la sua prima esposizione risale solo al 1998, in Torino, dove riscosse già un discreto successo colle sue opere astratte, elaborate e curatissime nei minimi dettagli.
Durante un altro incontro, programmato ad hoc, parlai a Bongini di questa inesauribile ricerca sul dandismo, certamente unica in tutt’Europa, ed egli ne risultò entusiasta, tanto che accettò seduta stante la proposta di figurare sul sito accanto a nomi già celebri.
Al quarto incontro eravamo già passati al “tu” – quel “tu” che non ha l’immediatezza dei facili rapporti giocati su un’ipocrita familiarità inesistente, bensì quel “tu” che, oggi invero sempre più raro, è sinonimo di reciproca stima e benvoluta cordialità comune. Ebbi modo di vedere, e più di una volta, molteplici sue opere: dalle più figurative alle più astratte. Il metodo di lavoro è cambiato poco nel tempo: se prima i supporti erano in carta ora lo sono prevalentemente in tela, spesso di ridotte dimensioni così da poter creare gradevoli combinazioni murali – e se prima si affidava a speciali penne colorate, ora è passato a stendere il colore grazie a particolari lame: coltelli, spatole, attrezzi metallici d’ogni tipo, forma e dimensione. Il risultato è affascinante: un fitto quanto raffinatissimo reticolo di segni colorati si intrecciano fittamente, al pari della trama e dell’ordito delle sue eccentriche giacche sportive, restituendo al fruitore diverse impressioni estetiche oltre ché tattili. Vige su tutto in rigore tecnico, schematico e, come nota Laura Montabone nel presentare una personale di Bongini alla galleria Postart in Milano, “i motivi pittorici si ripetono indugiando nel compiacimento estetico dei bei vestiti, degli abiti d’alta moda”.
Abbandonando il figurativo in favore di una complessa ricerca astratta, Bongini è passato con disinvoltura dalla penna con la quale fin da ragazzo aveva gran confidenza (era in grado di tracciare linee perfettamente diritte senza l’ausilio dei righelli) ai colori acrilici, affascinanti tocchi di smalto, e, ultimamente, inserti di fili colorati cuciti sulla tela direttamente, o suggestivi giochi di trasparenze dati dalla carta giapponese incollata e poi ancora ridipinta, in una spirale infinita di variazioni infinitesimali di tonalità bianche, avorio, beige, ancora bianche. Eccola, la parola chiave: il bianco. Il candore di certe sue opere non ha eguali, e le forme sinuose o geometriche che danzano in questo spazio paiono volerci fare entrare direttamente nel quadro, individuate a volte solo da calibrati effetti di luce ed ombra.
Bongini conversa con me, col tuo timbro di voce cortese ed affabile, ipnotico; siamo all’interno della galleria “Spazio 9”, il luogo convenuto per ammirare una volta di più i suoi lavori e scambiare impressioni sull’arte di oggi. Ho così il piacere di visionare alcuni tra i suoi pezzi più vecchi ed il privilegio di poter ammirare le opere di più recente data. Gli domando delle sue giacche, davvero notevoli: risponde che se le procura da un drappiere di Prato, il quale importa tweed, shetland e cashmere direttamente dall’Inghilterra; Bongini non nasconde la sua passione per le stoffe ruvide, pesanti, estremamente palpabili. Una passione questa per l’abbigliamento che riconosce d’avere fin dall’adolescenza: oggi si serve prevalentemente da maestri artigiani, e fugge i grandi centri d’abbigliamento preferendo così il “fatto a mano”: preferenza che condiziona non solo le sue scelte riguardo all’abbigliamento ma la sua vita stessa. Per la maglieria, sciarpe e certe splendide cravatte in tessuto – sovente su suo disegno – si serve dalla mitica Sibilla, il cui telaio è quasi leggenda in Torino; uno dei tanti preziosi artigiani che il tempo ha cancellato quasi del tutto dalla memoria collettiva.
Il pittore mi confida che preferisce non acquistare nulla in negozio, ma ammette che questa non è una regola assoluta: infatti narra soddisfatto dell’acquisto di certe cravatte, alcune in velluto a coste, molto larghe e prepotenti, trovate in un locale d’una vecchia merciaia che desiderava chiudere bottega. Nel seminterrato di questa merceria il nostro dandy scovò un grande stock di cravatte degli anni Cinquanta e Sessanta, che s’affrettò a comperare. Mi narra questi avvenimenti legati all’eleganza con lo stesso entusiasmo col quale poco prima mi parlava d’arte: ammirevole e distintiva ragione per la quale uno spazio di questo sito è a lui dedicato
“Se proprio devo comperare qualcosa in negozio” continua Bongini “mi affido allo store di Taffelli per le cravatte di Oliden Brown, ed a Sir Wilson per i cardigan Drumhor”; ma è evidente che è una strada che non percorre sovente. Gli domando della sua camicia, palesando la mia ammirazione per questo capo dell’abbigliamento maschile; si tratta di un raro prodotto della brava camiciaia di Jack Emerson; – dunque, un’altra leggenda.


Le foto presenti sono state scattate durante l'allestimento di una personale del pittore a Torino

Senza titolo, penna su carta, 2001.

Cartolina onirica, penna su carta, 2002

Ritratto del Conte Massimiliano Mocchia di Coggiola, tecnica mista, 2004