Hamish Bowles

(1963)

E’ la dimostrazione che moda e dandismo, a volte, possono andare a braccetto.
Bowles è l’editore per l’Europa della rivista Vogue, ed è riconosciuto come una delle più rispettabili autorità mondiali nel campo della moda e dell’arredamento.
Dopo gli inizi in qualità di Style Editor per Vogue nel 1992, Bowles venne promosso a editore per l’Europa nel 1995. Attualmente, i suoi ruoli includono la gestione del “lifestyle” e del desing d’interni, profili sulle celebrità, ed è il principale gestore dei rapporti tra la rivista ed il mercato della moda.
Nell’Aprile del 2001, Bowles divenne il consulente creativo del Metropolitan Museum of Art; sua fu la responsabilità della tanto criticata (ed acclamata) mostra all’Istituto del Costume “Jacqueline Kennedy: gli anni della Casa Bianca”. Nell’Aprile 2002, questa mostra tanto popolare fu ripresentata alla Corcoran Gallery di Washington.
Bowles ha redatto innumerevoli articoli, review e libri sulla storia della moda, arte, lifestyle e desing d’interni. Tra i tanti interventi pubblici, ricordiamo la lettura al Victorian Albert Museum intitolata “Il Dandy” (1984).
E’ altresì gran collezionista di abiti storici e di haute couture, che presta volentieri al Metropolitan Museum of Art durante le mostre dedicate alla storia del costume, come pure al Fashion Institute of Technology, al Museo Civico di New York, al Museo Galliera e al Museo delle Arti Decorative del Louvre di Parigi, oltre che al Victorian & Albert Museum di Londra.
Amish Bowles vive tra Manhattan e Parigi.

Intervista tratta dalla rivista Style (Marzo 2010):

Americano. 46 anni. Editor-at-large (segue la moda europea per Vogue Usa). Collezionista di costumi, curatore di mostre e gran mondano. Sua rubrica principale è The Amishsphere, il suo spazio della bibbia fashion.
Cose belle: “Mie delizie du jour sono le pochette e cravatte di Charvet, negli abbinamenti più inaspettati. Adoro la palette dei lilla, malva, violetto. E, per i miei occhielli, i garofani verdi di sera che Marco Zanini crea per Rochas; gemelli e bottoni-gioiello di Marie-Hélène de Taillac, in tormalina rosa e malva.
Colleziono: “Sedie francesi e figurine in porcellana inglesi di Chelsea, Bow e Derby del XVIII secolo; opere su carta di Cecil Beaton, Rex Whistler, Oliver Messel e Pavel Tchelitchev”.
Prima illuminazione estetica: “A cinque anni, quando venni portato a vedere la Coppelia: l’inizio di una passione per il balletto e per la magia delle scene e dei costumi”.
Adoro: “La pittura di John Sargent, Giovanni Boldini, Philip de Laszlo, Franz Xaver Winterhalter, Antoon van Dyck, Pompeo Batoni, Jean-Honoré Fragonard; ti sarai fatto un’idea…”.
Leggo: “Un sacco di biografie”.
Che stile: “Quello degli scrittori: Evelyn Vaugh, Nancy Mitford, E. M. Forster, Jane Austen, Henry James, Christopher Isherwood, Edith Wharton”.
Che musica: “Qualsiasi musical, Noel Coward, Cole Porter, e poi i New Order, e i gruppi indie degli anni Ottanta. Tra quelli di adesso: MGMT, e tutto quello che mettono al Club Sandwich di Parigi e al B East di New York”.
Maestri di stile: “Cecil Beaton, da quando ero piccolo; Anna Wintour e mia mamma”.
Non direi mai: “Che ho ‘Buon gusto’, ho il mio. Ero orgogliosissimo di una gonna gessata in lana ruggine che John Galliano fece per me nei primi anni Ottanta. Ma i taxista parigini proprio non condividevano”.
Mai nella vita: “Le tute da ginnastica”.
In fondo la bellezza è: “Interiore”.