Introduzione 


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Barone di Charlus
da Alla ricerca del tempo perduto (1913-27)
di Marcel Proust
Duca di Brabante, donzello di Montargis, principe d'Olèron, di Carency, di Viareggio e des Dunes, discendente dei principi di Sicilia, vedovo della principessa di Bourbon, fratello minore del duca di Guermantes (e cognato dunque di Oriane), Palamède (o Memè, come viene chiamato in famiglia e nel Faubourg Saint Germain) preferisce farsi chiamare con il suo titolo meno importante: barone di Charlus.

"...lo zio, su tutte queste faccende, ha delle idee particolari. E siccome trova che si faccia un certo abuso di ducati italiani, grandezze di Spagna etc., pur avendo da scegliere tra quattro o cinque titoli di principe ha conservato quello di barone di Charlus, per polemica e con una semplicità apparente in cui c'è invece molto orgoglio. Oggi, va dicendo, sono tutti principi, bisogna avere qualcosa che vi distingua; prenderò un titolo di principe quando vorrò viaggiare in incognito" , racconta Saint-Loup al Narratore in All'ombra delle fanciulle in fiore. [1]

Il più grande dei tre grandi dandies di A la recherche du temps perdu (gli altri due sono Charles Swann e Robert de Saint-Loup) fa il suo ingresso nell'opera soltanto nel secondo volume, ma il suo personaggio si rivelerà uno dei più drammatici e complessi dell'opera.

Ha molte anime, ma la sua caratteristica principale è quella di essere virile e femmineo nello stesso tempo (un "centauro", lo definisce la grande semiologa e psicoanalista franco-bulgara Julia Kristeva) [2]

Charlus ci viene presentato, prima ancora che faccia il suo ingresso nel romanzo, attraverso un ritratto che di lui fa al Narratore suo nipote Saint-Loup. Egli sottolinea l'immenso prestigio del quale gode Charlus, la sua fama di altera inaccessibilità, di gran donnaiolo (e nemico giurato degli omosessuali); parla del culto che nutre nei confronti della propria casata ma anche della sua grande benevolenza verso la gente di umile estrazione.

Il suo modo di vestire ed il suo atteggiamento nei confronti della moda costituisce uno straordinario "mondo di segni" (per dirla oggi con Deleuze [3] ): in gioventù, il barone era considerato un vero e proprio "arbiter elegantiarum" del bel mondo parigino ed anche oggi, ogni sua scelta nel campo dell'abbigliamento assume immediatamente valore di imperativo categorico per la cerchia di persone che egli frequenta.

"...in ogni circostanza faceva quel che gli pareva piacevole, comodo, ma subito gli snob lo imitavano" [4]

Emblematici gli episodi del mantello di vigogna a quadri che ricorda il disegno di un plaid o una giacca sportiva indossati al posto dell'abito da sera.

Ma nella maturità avanzata ed a man mano che la sua omosessualità e la natura femminea della sua personalità risulta sempre più evidente (agli occhi del Narratore ma non solo) il barone abbandonerà ogni stravaganza nell'abbigliamento e, nel tentativo di mascherare le proprie tendenze omosessuali, finirà per interdirsi i colori vivaci che ama e rimanere fedele a quello stile per il quale

"In casa del conte di Parigi la sua eleganza e la sua alterigia gli avevano procurato il soprannome di "Principe" [5]

Raffinato esteta, Charlus ama la bellezza e l'eleganza trasformandole nel loro equivalente artistico:

"la studiata, artistica semplicità del suo frac cui alcuni minimi dettagli, che solo un sarto sarebbe riuscito a distinguere, conferivano l'aspetto di una "Armonia" in nero e bianco di Whistler, anzi, in nero, bianco e rosso, giacchè, sospesa con un largo nastro al jabot della marsina, Charlus indossava la croce in smalto bianco, nero ed oro di Cavaliere dell'Ordine religioso di Malta ") [6]

E' forse da attribuire alla natura androgina del barone il suo pieno godimento dell'eleganza e della ricercatezza femminili.

Giudice e consigliere delle toilettes della cognata Oriane de Guermantes, nessuno come il signor di Charlus "... è capace di apprezzare in tutto il loro valore le toilettes di Albertine, i suoi occhi scoprivano subito quel che ne faceva la rarità, il pregio; non avrebbe mai detto il nome di una stoffa per un'altra, e ne riconosceva la provenienza" [7]

Musicista raffinato, accompagna al pianoforte --- in modo eccellente e con gusto squisito --- Morel che suona il violino in una Sonata di Fauré ed, appassionato lettore di Balzac (con quanta sensibilità e competenza paragona un abito che indossa Albertine ad un abito della principessa di Cadignan, una delle eroine di Balzac !...), è un gran conoscitore delle arti.

Fa tuttavia parte dei mille volti di Charlus essere anche impertinente e capace di straordinarie violenze verbali: la Recherche è piena delle batture al vetriolo che il barone distribuisce nei salotti del Faubourg --- da una parte credendosi talmente in alto nella scala sociale da poter permettersi tutto ma dall'altra ben consapevole di crearsi stuoli di nemici --- e memorabili sono alcuni tempestosi colloqui che ha con il Narratore nel corso di uno dei quali quest'ultimo, esasperato, calpesta furiosamente, distruggendolo, il cilindro di Charlus.

Ma il personaggio Charlus che --- "sulla quarantina, molto alto e piuttosto grosso, dai baffi nerissimi" [8] ha fatto la sua entrata in scena nella Recherche come formidabile dandy in Á l'ombre des jeunes filles en fleur acquista la sua vera ed umana grandezza qualche migliaio di pagine dopo quando il Narratore descrive il suo ultimo incontro con il barone:

"feci fermare la carrozza, e mi apprestavo a scendere per fare qualche passo a piedi quando fui colpito dallo spettacolo di una carrozza che stava fermandosi a sua volta. Un uomo con gli occhi fissi, tutto curvo, era posato sul fondo, e faceva per stare dritto gli sforzi che avrebbe fatto un bambino cui si fosse raccomandato di comportarsi bene. Ma il suo cappello di paglia lasciava vedere un'indomita foresta di capelli completamente bianchi; dal mento gli fluiva una barba bianca simile a quelle che la neve mette sulle statue dei fiumi dei giardini pubblici. Era, accanto a Jupien che si faceva in quattro per lui, il signor di Charlus, convalescente d'un attacco apoplettico di cui non avevo saputo nulla [...] e che, a meno che prima non si fosse tinto, e gli avessero prescritto di non sobbarcarsi più a tale fatica - aveva reso visibile e brillante, come in una sorta di precipitato chimico, tutto il metallo che sprizzavano e di cui erano sature, come fossero geyser, le ciocche di puro argento, ormai, della sua capigliatura e della sua barba, mentre aveva imposto al vecchio principe decaduto la maestà shakespeariana di un re Lear" [9]

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Si è molto discusso sui personaggi reali cui Proust si sarebbe ispirato per il suo Charlus, e tra essi spicca fra tutti il conte di Montesquiou. Lo stesso conte si riconobbe talmente in Charlus da farne una vera e propria malattia e da avvelenarsi gli ultimi anni di vita, tant'è che il pittore Paul Helleu, accorso a rendere l'ultimo omaggio alla salma di Proust ebbe a dire a Céleste Albaret: "perchè ha scritto in quel modo di Montesquiou? Il poveretto ne è morto" [10]

Proust aveva sempre negato con Montesquiou di avere fatto riferimento a lui per il personaggio di Charlus.

In realtà, in Charlus confluiscono caratteristiche provenienti da diverse persone che Proust conosceva più o meno da vicino: il barone Jacques Doasan, ad esempio, e il giornalista Jean Lorrain (per le manifestazioni più volgari dell'omosessualità e degli atteggiamenti femminili del barone) ma anche lo scrittore Oscar Wilde e forse anche il principe Bozon de Sagan che era stato vittima di un colpo apoplettico che l' aveva ridotto su una sedia a rotelle.

Certamente però nelle pagine che parlano di Charlus ci sono moltissimi episodi che riproducono quasi esattamente episodi analoghi occorsi nella vita reale e che riguardano il conte di Montesquiou e i suoi rapporti con Marcel Proust.

Ma questa è un'altra storia.

Gabriella Alù
Autrice e Curatrice del del sito su Marcel Proust


NOTE
[1] Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore in: Alla ricerca del tempo perduto, Milano, Mondadori, I Meridiani, vol. I, trad. Giovanni Raboni, pag.916

[2] Julia Kristeva, Le temps sensible. Proust et l'expérience littéraire, NRF Essais Gallimard, 1994

[3] Gilles DELEUZE, Marcel Proust e i segni, Einaudi, 1967

[4] Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore in: Alla ricerca del tempo perduto, Milano, Mondadori, I Meridiani, vol. I, trad. Giovanni Raboni, pag.910

[5] Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore in: Alla ricerca del tempo perduto, Milano, Mondadori, I Meridiani, vol. I, trad. Giovanni Raboni, pag.909

[6] Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, in Alla ricerca del tempo perduto, Mondadori, Meridiani, vol II, trad. di Giovanni Raboni, pag. 783

[7] Marcel Proust, Sodoma e Gomorra in Alla ricerca del tempo perduto, Mondadori, I Meridiani, vol III, trad. di Giovanni Raboni, pag. 302.

[8] Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore in: Alla ricerca del tempo perduto, Milano, Mondadori, I Meridiani, vol. I, trad. Giovanni Raboni, pag.912

[9] Marcel Proust, Il Tempo Ritrovato, in Alla ricerca del tempo perduto, Mondadori, I Meridiani vol. IV, trad. di Giovanni Raboni, pagg.533- 534)

[10] Il conte di Montesquiou era deceduto un anno prima di Proust, nel 1921