Introduzione
Alain Leroy
Andrea Sperelli
Barone di Charlus
Jean Floressas Des Esseintes
Dorian Gray
Olivier d'Orsel
Jay Gatsby
Lafcadio
Sherlock Holmes
Hercule Poirot
Julien Sorel
Tonio Krögher
Lord Peter Wimsey |
Barone di Charlus
da Alla ricerca del tempo perduto (1913-27)
di Marcel Proust |
 |
Duca di Brabante, donzello di Montargis, principe d'Olèron,
di Carency, di Viareggio e des Dunes, discendente dei principi di
Sicilia, vedovo della principessa di Bourbon, fratello minore del
duca di Guermantes (e cognato dunque di Oriane), Palamède
(o Memè, come viene chiamato in famiglia e nel Faubourg Saint
Germain) preferisce farsi chiamare con il suo titolo meno importante:
barone di Charlus.
"...lo zio, su tutte queste faccende, ha delle
idee particolari. E siccome trova che si faccia un certo abuso
di ducati italiani, grandezze di Spagna etc., pur avendo da scegliere
tra quattro o cinque titoli di principe ha conservato quello di
barone di Charlus, per polemica e con una semplicità apparente
in cui c'è invece molto orgoglio. Oggi, va dicendo, sono
tutti principi, bisogna avere qualcosa che vi distingua; prenderò
un titolo di principe quando vorrò viaggiare in incognito"
, racconta Saint-Loup al Narratore in All'ombra delle fanciulle
in fiore. [1]
Il più grande dei tre grandi dandies di A la recherche
du temps perdu (gli altri due sono Charles Swann e Robert
de Saint-Loup) fa il suo ingresso nell'opera soltanto nel secondo
volume, ma il suo personaggio si rivelerà uno dei più
drammatici e complessi dell'opera.
Ha molte anime, ma la sua caratteristica principale è
quella di essere virile e femmineo nello stesso tempo (un "centauro",
lo definisce la grande semiologa e psicoanalista franco-bulgara
Julia Kristeva) [2]
Charlus ci viene presentato, prima ancora che faccia il suo ingresso
nel romanzo, attraverso un ritratto che di lui fa al Narratore
suo nipote Saint-Loup. Egli sottolinea l'immenso prestigio del
quale gode Charlus, la sua fama di altera inaccessibilità,
di gran donnaiolo (e nemico giurato degli omosessuali); parla
del culto che nutre nei confronti della propria casata ma anche
della sua grande benevolenza verso la gente di umile estrazione.
Il suo modo di vestire ed il suo atteggiamento nei confronti
della moda costituisce uno straordinario "mondo di segni"
(per dirla oggi con Deleuze [3]
): in gioventù, il barone era considerato un vero e proprio
"arbiter elegantiarum" del bel mondo parigino
ed anche oggi, ogni sua scelta nel campo dell'abbigliamento assume
immediatamente valore di imperativo categorico per la cerchia
di persone che egli frequenta.
"...in ogni circostanza faceva quel che gli
pareva piacevole, comodo, ma subito gli snob lo imitavano"
[4]
Emblematici gli episodi del mantello di vigogna a quadri che
ricorda il disegno di un plaid o una giacca sportiva indossati
al posto dell'abito da sera.
Ma nella maturità avanzata ed a man mano che la sua omosessualità
e la natura femminea della sua personalità risulta sempre
più evidente (agli occhi del Narratore ma non solo) il
barone abbandonerà ogni stravaganza nell'abbigliamento
e, nel tentativo di mascherare le proprie tendenze omosessuali,
finirà per interdirsi i colori vivaci che ama e rimanere
fedele a quello stile per il quale
"In casa del conte di Parigi la sua eleganza
e la sua alterigia gli avevano procurato il soprannome di "Principe"
[5]
Raffinato esteta, Charlus ama la bellezza e l'eleganza trasformandole
nel loro equivalente artistico:
"la studiata, artistica semplicità del
suo frac cui alcuni minimi dettagli, che solo un sarto sarebbe
riuscito a distinguere, conferivano l'aspetto di una "Armonia"
in nero e bianco di Whistler, anzi, in nero, bianco e rosso, giacchè,
sospesa con un largo nastro al jabot della marsina, Charlus indossava
la croce in smalto bianco, nero ed oro di Cavaliere dell'Ordine
religioso di Malta ") [6]
E' forse da attribuire alla natura androgina del barone il suo
pieno godimento dell'eleganza e della ricercatezza femminili.
Giudice e consigliere delle toilettes della cognata Oriane de
Guermantes, nessuno come il signor di Charlus "...
è capace di apprezzare in tutto il loro valore le toilettes
di Albertine, i suoi occhi scoprivano subito quel che ne faceva
la rarità, il pregio; non avrebbe mai detto il nome di
una stoffa per un'altra, e ne riconosceva la provenienza"
[7]
Musicista raffinato, accompagna al pianoforte --- in modo eccellente
e con gusto squisito --- Morel che suona il violino in una Sonata
di Fauré ed, appassionato lettore di Balzac (con quanta
sensibilità e competenza paragona un abito che indossa
Albertine ad un abito della principessa di Cadignan, una delle
eroine di Balzac !...), è un gran conoscitore delle arti.
Fa tuttavia parte dei mille volti di Charlus essere anche impertinente
e capace di straordinarie violenze verbali: la Recherche
è piena delle batture al vetriolo che il barone distribuisce
nei salotti del Faubourg --- da una parte credendosi talmente
in alto nella scala sociale da poter permettersi tutto ma dall'altra
ben consapevole di crearsi stuoli di nemici --- e memorabili sono
alcuni tempestosi colloqui che ha con il Narratore nel corso di
uno dei quali quest'ultimo, esasperato, calpesta furiosamente,
distruggendolo, il cilindro di Charlus.
Ma il personaggio Charlus che --- "sulla quarantina,
molto alto e piuttosto grosso, dai baffi nerissimi"
[8] ha fatto la sua entrata in
scena nella Recherche come formidabile dandy in Á l'ombre
des jeunes filles en fleur acquista la sua vera ed umana
grandezza qualche migliaio di pagine dopo quando il Narratore
descrive il suo ultimo incontro con il barone:
"feci fermare la carrozza, e
mi apprestavo a scendere per fare qualche passo a piedi quando
fui colpito dallo spettacolo di una carrozza che stava fermandosi
a sua volta. Un uomo con gli occhi fissi, tutto curvo, era posato
sul fondo, e faceva per stare dritto gli sforzi che avrebbe fatto
un bambino cui si fosse raccomandato di comportarsi bene. Ma il
suo cappello di paglia lasciava vedere un'indomita foresta di
capelli completamente bianchi; dal mento gli fluiva una barba
bianca simile a quelle che la neve mette sulle statue dei fiumi
dei giardini pubblici. Era, accanto a Jupien che si faceva in
quattro per lui, il signor di Charlus, convalescente d'un attacco
apoplettico di cui non avevo saputo nulla [...] e che, a meno
che prima non si fosse tinto, e gli avessero prescritto di non
sobbarcarsi più a tale fatica - aveva reso visibile e brillante,
come in una sorta di precipitato chimico, tutto il metallo che
sprizzavano e di cui erano sature, come fossero geyser, le ciocche
di puro argento, ormai, della sua capigliatura e della sua barba,
mentre aveva imposto al vecchio principe decaduto la maestà
shakespeariana di un re Lear" [9]
*******************************************************
Si è molto discusso sui personaggi reali cui Proust si
sarebbe ispirato per il suo Charlus, e tra essi spicca fra tutti
il conte di Montesquiou. Lo stesso conte si riconobbe talmente
in Charlus da farne una vera e propria malattia e da avvelenarsi
gli ultimi anni di vita, tant'è che il pittore Paul Helleu,
accorso a rendere l'ultimo omaggio alla salma di Proust ebbe a
dire a Céleste Albaret: "perchè ha scritto
in quel modo di Montesquiou? Il poveretto ne è morto"
[10]
Proust aveva sempre negato con Montesquiou di avere fatto riferimento
a lui per il personaggio di Charlus.
In realtà, in Charlus confluiscono caratteristiche provenienti
da diverse persone che Proust conosceva più o meno da vicino:
il barone Jacques Doasan, ad esempio, e il giornalista Jean Lorrain
(per le manifestazioni più volgari dell'omosessualità
e degli atteggiamenti femminili del barone) ma anche lo scrittore
Oscar Wilde e forse anche il principe Bozon de Sagan che era stato
vittima di un colpo apoplettico che l' aveva ridotto su una sedia
a rotelle.
Certamente però nelle pagine che parlano di Charlus ci
sono moltissimi episodi che riproducono quasi esattamente episodi
analoghi occorsi nella vita reale e che riguardano il conte di
Montesquiou e i suoi rapporti con Marcel Proust.
Ma questa è un'altra storia.
Gabriella Alù
Autrice e Curatrice del del
sito su Marcel Proust
NOTE
[1] Marcel Proust, All'ombra delle
fanciulle in fiore in: Alla ricerca del tempo perduto, Milano,
Mondadori, I Meridiani, vol. I, trad. Giovanni Raboni, pag.916
[2] Julia Kristeva, Le temps sensible. Proust et l'expérience
littéraire, NRF Essais Gallimard, 1994
[3] Gilles DELEUZE, Marcel Proust e i segni, Einaudi, 1967
[4] Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore in: Alla
ricerca del tempo perduto, Milano, Mondadori, I Meridiani, vol.
I, trad. Giovanni Raboni, pag.910
[5] Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore in: Alla
ricerca del tempo perduto, Milano, Mondadori, I Meridiani, vol.
I, trad. Giovanni Raboni, pag.909
[6] Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, in Alla ricerca del tempo
perduto, Mondadori, Meridiani, vol II, trad. di Giovanni Raboni,
pag. 783
[7] Marcel Proust, Sodoma e Gomorra in Alla ricerca del tempo
perduto, Mondadori, I Meridiani, vol III, trad. di Giovanni Raboni,
pag. 302.
[8] Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore in: Alla
ricerca del tempo perduto, Milano, Mondadori, I Meridiani, vol.
I, trad. Giovanni Raboni, pag.912
[9] Marcel Proust, Il Tempo Ritrovato, in Alla ricerca del tempo
perduto, Mondadori, I Meridiani vol. IV, trad. di Giovanni Raboni,
pagg.533- 534)
[10] Il conte di Montesquiou era deceduto un anno prima di Proust,
nel 1921 |