| Della
vita e delle opere di Gilber Clavel si sa poco, pochissimo: gli scritti
pubblicati sono limitati, i documenti esistenti, scarsissimi. I pochi
dati tramandati riguardo questo eclettico e raffinato personaggio li si
desumono dalle memorie di sua nipote, la signora Frey, e da alcuni libri
e saggi quasi sempre concernenti Fortunato Depero.
Si sa che l’attività letteraria di Clavel intersecò
per un certo periodo il futurismo (partecipandovi collateralmente) nel
periodo in cui questo movimento di avanguardia artistica stava già
esaurendo l’iniziale carica di vitalità ed originalità.
Depero annota che “…è abbastanza ricco di mezzi e di
mente”, dacché il padre apparteneva ad una agiata famiglia
borghese originaria di Lione. Questi si era poi trasferito a Basilea dove
aveva raggiunto un discreto successo economico grazia ad alcune iniziative
collegate ad attività tessili.
Qui il giovane Gilbert trascorse un’infanzia che avrebbe potuto
essere relativamente felice, se non fosse stato gobbo e se non gli si
fossero presto manifestati i sintomi di una grave malattia che via via
peggiorò, costringendolo nel 1910 a trasferisi in Italia in compagnia
del padre.
Spinto da un grande desiderio di sapere, visitò approfonditamente
Firenze, Roma e Napoli. Nel 1911, sempre assieme al padre, si recò
in Egitto, soggiornando a lungo ad Assuan. Alcune riflessioni circa questi
viaggi furono pubblicate sulla rivista futurista “Valori Plastici”.
Tornato in Italia Clavel si stabilì a Positano, in una insolita
abitazione che rende ancora in quel luogo il nome di Clavel un mito: si
trattava di una antica torre d’avvistamento per i pirati, erette
un po’ lungo tutte le coste mediterranee, torre che egli aveva completamente
ristrutturato, facendo persino ricavare dalla roccia delle fondazioni
una capace cantina per la sua preziosa enoteca.
Questa era la sua dimora-museo abituale, parallela alle “torri d’avorio”
degli scrittori decadentisti, ove passava il tempo scrivendo, studiando
o prendendo il sole sulla terrazza.
Presto acquistò una villa rurale ad Anacapri, ove era solito incontrare
il suo intimo amico il pittore Depero, spesso assieme alla moglie Rosetta.
Depero ricorda come Clavel avesse sfruttato l’acqua del pozzo della
villa per mantenere alla giusta temperatura la sua “biblioteca”
(una scelta di vini rari, nazionali ed esteri), che curava “con
amore, passione e competenza”.
Oltre a Depero, Clavel era solito ricevere Michele Semenov – segretario
in Italia di Sergej Diaghilev –, Leonide Massine, Alfredo Casella,
Italo Tavolato, nonché molti altri letterati, pittori, musicisti,
i cui nomi sono stati diligentemente registrati da Clavel nel suo ordinato
diario. Aveva inoltre avuto modo di conoscere, durante i suoi viaggi,
Cocteau, Picasso, Prampolini, Marinetti.
In seguito ad un peggioramento della malattia, che non lasciava purtroppo
dubbi circa l’esito, fu riportato in Svizzera: morì nella
città natale il 6 settembre del 1927.
“[…] Un signore piccolo, gobbo, con naso rettilineo come uno
squadretto, con denti d’oro e scarpette femminili, dalle risate
vitree e nasali. Un uomo di nervi e volontà, dotato d’una
cultura superiore. Professore di storia egizia, indagatore ed osservatore
con sensibilità d’artista, scrittore, amante del popolo,
del verso, della metafisica […] Copositore di liriche, era anche
un gaudente e un sofferente”; così Fortunato Depero ha descritto
Gilbert Clavel: pochi tratti essenziali, un buon intuito psicologico,
molta sintesi, come si addiceva ad un grafico e scenografo futurista ancora
abituato a cogliere centro e periferia in modo provocatorio.
Fu Depero con il suo carattere spigliato ed esuberante a far accettare
all’amico la sua deformità fisica: passeggiandogli al fianco,
il pittore era solito mettersi un cuscino sotto la giacca simulando una
gobba, cosicché tra loro ci fosse una “simmetria”;
anche, fece dell’amico un valente soggetto artisico, inserendo molteplici
personaggi gobbi in ognuna delle illstrazioni che il pittore fece per
“Un istituto per suicidi” (1917) scritto dallo stesso Clavel.
Imbevuto da una parte dalla cultura decadente fin de siècle, dall’altra
dalle più importanti avanguardie del momento (conobbe, oltre al
futurismo, pure il dadaismo e la metafisica), ricco d’acutezza intellettuale
e indubbiamente uomo erudito ai più alti livelli, Clavel rimase
purtuttavia un “diverso”, un “alieno”, per quella
società conformista e ipocrita dell’inizio Novecento nella
quale aveva rinunciato a vivere.
(Dati e testimonianze tratte dall’introduzione di F. Bondi a
“Un istituto per suicidi”, edizioni Il Cavallino, Venezia,
1980).
• Jacques Fersen
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