Gilbert Clavel

(1883-1927)

Della vita e delle opere di Gilber Clavel si sa poco, pochissimo: gli scritti pubblicati sono limitati, i documenti esistenti, scarsissimi. I pochi dati tramandati riguardo questo eclettico e raffinato personaggio li si desumono dalle memorie di sua nipote, la signora Frey, e da alcuni libri e saggi quasi sempre concernenti Fortunato Depero.
Si sa che l’attività letteraria di Clavel intersecò per un certo periodo il futurismo (partecipandovi collateralmente) nel periodo in cui questo movimento di avanguardia artistica stava già esaurendo l’iniziale carica di vitalità ed originalità.
Depero annota che “…è abbastanza ricco di mezzi e di mente”, dacché il padre apparteneva ad una agiata famiglia borghese originaria di Lione. Questi si era poi trasferito a Basilea dove aveva raggiunto un discreto successo economico grazia ad alcune iniziative collegate ad attività tessili.
Qui il giovane Gilbert trascorse un’infanzia che avrebbe potuto essere relativamente felice, se non fosse stato gobbo e se non gli si fossero presto manifestati i sintomi di una grave malattia che via via peggiorò, costringendolo nel 1910 a trasferisi in Italia in compagnia del padre.
Spinto da un grande desiderio di sapere, visitò approfonditamente Firenze, Roma e Napoli. Nel 1911, sempre assieme al padre, si recò in Egitto, soggiornando a lungo ad Assuan. Alcune riflessioni circa questi viaggi furono pubblicate sulla rivista futurista “Valori Plastici”.
Tornato in Italia Clavel si stabilì a Positano, in una insolita abitazione che rende ancora in quel luogo il nome di Clavel un mito: si trattava di una antica torre d’avvistamento per i pirati, erette un po’ lungo tutte le coste mediterranee, torre che egli aveva completamente ristrutturato, facendo persino ricavare dalla roccia delle fondazioni una capace cantina per la sua preziosa enoteca.
Questa era la sua dimora-museo abituale, parallela alle “torri d’avorio” degli scrittori decadentisti, ove passava il tempo scrivendo, studiando o prendendo il sole sulla terrazza.
Presto acquistò una villa rurale ad Anacapri, ove era solito incontrare il suo intimo amico il pittore Depero, spesso assieme alla moglie Rosetta. Depero ricorda come Clavel avesse sfruttato l’acqua del pozzo della villa per mantenere alla giusta temperatura la sua “biblioteca” (una scelta di vini rari, nazionali ed esteri), che curava “con amore, passione e competenza”.
Oltre a Depero, Clavel era solito ricevere Michele Semenov – segretario in Italia di Sergej Diaghilev –, Leonide Massine, Alfredo Casella, Italo Tavolato, nonché molti altri letterati, pittori, musicisti, i cui nomi sono stati diligentemente registrati da Clavel nel suo ordinato diario. Aveva inoltre avuto modo di conoscere, durante i suoi viaggi, Cocteau, Picasso, Prampolini, Marinetti.
In seguito ad un peggioramento della malattia, che non lasciava purtroppo dubbi circa l’esito, fu riportato in Svizzera: morì nella città natale il 6 settembre del 1927.
“[…] Un signore piccolo, gobbo, con naso rettilineo come uno squadretto, con denti d’oro e scarpette femminili, dalle risate vitree e nasali. Un uomo di nervi e volontà, dotato d’una cultura superiore. Professore di storia egizia, indagatore ed osservatore con sensibilità d’artista, scrittore, amante del popolo, del verso, della metafisica […] Copositore di liriche, era anche un gaudente e un sofferente”; così Fortunato Depero ha descritto Gilbert Clavel: pochi tratti essenziali, un buon intuito psicologico, molta sintesi, come si addiceva ad un grafico e scenografo futurista ancora abituato a cogliere centro e periferia in modo provocatorio.
Fu Depero con il suo carattere spigliato ed esuberante a far accettare all’amico la sua deformità fisica: passeggiandogli al fianco, il pittore era solito mettersi un cuscino sotto la giacca simulando una gobba, cosicché tra loro ci fosse una “simmetria”; anche, fece dell’amico un valente soggetto artisico, inserendo molteplici personaggi gobbi in ognuna delle illstrazioni che il pittore fece per “Un istituto per suicidi” (1917) scritto dallo stesso Clavel.
Imbevuto da una parte dalla cultura decadente fin de siècle, dall’altra dalle più importanti avanguardie del momento (conobbe, oltre al futurismo, pure il dadaismo e la metafisica), ricco d’acutezza intellettuale e indubbiamente uomo erudito ai più alti livelli, Clavel rimase purtuttavia un “diverso”, un “alieno”, per quella società conformista e ipocrita dell’inizio Novecento nella quale aveva rinunciato a vivere.
(Dati e testimonianze tratte dall’introduzione di F. Bondi a “Un istituto per suicidi”, edizioni Il Cavallino, Venezia, 1980).


Jacques Fersen



Due ritratti di Clavel eseguiti da Fortunato Depero rispettivamente nel 1917 e nel 1918