Jacques d'Adelsward Fersen

(1880-1923)

Capri è una terra densa di storia, cultura, e ovviamente di misteri. La marchesa Casati, poi d’Annunzio, Ferdinando Depero, Gilbert Clavel, Romaine Brooks, Norman Douglas, Roger Peyrefitte, von Gloeden, e ancora miriadi di scrittori, pittori, poeti, intellettuali in esilio, ricchi criminali, aristocratici falliti… tutti, prima o poi, passavano da Capri e vi si stabilivano. Aria buona, il mare pulito, indigeni cordiali.
Il barone Jacques Fersen, di nazionalità francese, vi si trovò bene per tutto questo, e per altro ancora. Come molti intellettuali stranieri trapiantati a Capri e dintorni, cercava l’ozio, il caldo e i bei ragazzi. Difatti, Fersen fu il protagonista di un processo che molti paragonarono a quello che subì Oscar Wilde, i quanto a ridondanza. Che si condivida o meno tale opinione, i fatti che vennero esaminati durante il processo (avvenuto, per la cronaca, nel 1903) avevano un che di realistico, anche se – come al solito – il tutto venne un po’ gonfiato per stimolare l’indignazione pubblica. Fersen venne processato e privato dei suoi diritti civili per cinque anni a causa di alcune presunte “messe nere” ch’egli aveva celebrato nella sua villa, al 18 di Avenue de Friedland. Pare che invero si trattasse di semplici riunioni tra intellettuali gay, con in più qualche giovane modello che spesso posava per delle fotografie di carattere storico-romantico; si leggevano poesie, si recitavano commedie, ma pare che non succedesse nulla di più rilevante.
Per sfortuna del barone i suoi gusti, indirizzati verso i ragazzi più giovani, erano già noti ai più – processo o non processo – e la buona società francese, prima tutta indaffarata nel trovargli una moglie (lui, così ricco grazie alle acciaierie di famiglia), lo respinse fermamente.
Questo nobile, leggero e ironico pederasta si ricordò così di Capri, nella quale aveva passato qualche felice estate durante la giovinezza, e decise di stabilirvisi: comprò un terreno dove due millennî prima l’imperatore Tiberio vi aveva edificato la sua Villa Jovis, e si fece costruire la celebre Villa Lysis, nella quale lo stile liberty si fonde con le manifatture del luogo, dando vita ad uno stile semplice e solare. La vista è stupenda e Glibert Clavel, amico e vicino di casa di Fersen, vi trascorrerà interi pomeriggi in compagnia del barone in esilio. Progettata da Edouard Chimot, è stata restaurata recentemente e presa d’assalto dai turisti.
Fersen a Capri: vale a dire Pinocchio nel Paese dei Balocchi; la comunità pederasta era più forte a Capri della comunità dei pescatori; il dandy si diede subito da fare, pubblicando una rivista da lui diretta e fondata, titolata “Akadémos”, in difesa dell’amore omosessuale. Tale rivista sopravvisse un anno solo, a causa dell’elevato costo di produzione, ma contribuì a mettere sotto una cattiva luce il barone Fersen.
Difatti passarono pochi anni prima che l’isola venisse ad essere sorpresa da un nuovo scandalo, al cui centro v’era ovviamente Fersen; Carlo Knight, nella sua biografia-romanzo “La torre di Clavel” minimizza le intenzioni di Fersen per bocca di Gilbert Clavel ma, dato che nel libro di Knight non è mai ben chiaro dove finisca la ricerca storica e inizi l’invenzione fantastica, è difficile farsi un’idea chiara della situazione. Fatto sta che il barone, durante una festa “particolare”, decise di celebrare il simbolico sacrifico di Hypatus, favorito di Tiberio, nella grotta di Matermania, con gran dispendio di costumi e candele; questa sua ultima “messa rosa” (così chiamava tali riunioni) gli costò l’espulsione da Capri – dove però tornò pochi anni dopo, prendendosi il tempo di un viaggio a Napoli e poi in giro per il mondo.
Clavel ricorda nei suoi diari che al ritorno Fersen si lamentava di essere in bancarotta, finanziariamente rovinato; giunse poi alla conclusione che al barone piaceva solo lamentarsi, dacché nonostante tali piagnistei, dei quali non fu mai provata la fondatezza, continuava a spendere cifre esorbitanti per sé ed il suo amante ufficiale, Nino Cesarini.
Il 5 Novembre del 1923 Jacques Fersen si suicidò nella sala di villa Lysis dedicata all’oppio, con un’overdose di cocaina. Sopra l’entrata della sala campeggia tutt’ora la scritta, fatta incidere da Fersen stesso: “Amori et dolori sacrum”.

Opere:
• Jacques Fersen, Amori et dolori sacrum, La Conchiglia, (Prefazione di Roger Peyrefitte. Con 17 Ill. b/n f.t.).
• Jacques Fersen, E il fuoco si spense sul mare..., La Conchiglia.
• Jacques Fersen, Oppio. Poesie scelte, ed. Caròla.
Bibliografia scelta:

- AA.VV., A la jeunesse d’amour – villa Lysis a Capri 1905-2005, La Conchiglia.
- Fausto Esposito, I misteri di villa Lysis, La Conchiglia.
- Carlo Knight, La torre di Clavel, La Conchiglia.
- Roger Peyrefitte, L’esule di Capri, La Conchiglia.
- Wolfram Setz, Jacques d’Adelsward Fersen – dandy und poet, Bibliotek rosa Winkel.

Una biografia di Fersen più dettagliata in inglese
Alcune foto degli interni di Villa Lyisis






La copertina del romanzo di Fersen "Lord Lylian", mai pił ristampato.


Uno dei numerosi ritratti di Nino Cesarini.


Villa Lyisis in una foto d'inizio Novecento.
 
Capri, cent'anni di Villa Lysis. Il paradiso dei peccatori snob #222 - Corriere del Mezzogiorno 5 luglio 2005

Nel luglio del 1905 la dimora fu terminata e dedicata «alla gioventù d'amore» di SERGIO LAMBIASE

Alcuni anni fa, quando andavo scrivendo con Elisabetta Fermani e Lea Vergine il libro su Capri nel Novecento, mi capitò di intervistare il vecchio Carlo Ludovico Bragaglia, il regista di infinite pellicole, tra cui Totò cerca moglie e 47 morto che parla, che a lungo aveva vissuto nell'isola lambendo tutto il gran mondo che aveva fatto di Capri un impagabile palcoscenico nei primi quattro decenni del secolo. Mi disse dunque Bragaglia: «Ho conosciuto bene Jacques d'Adelsward Fersen. Era un uomo affascinante, coltissimo, ma malato della stessa malattia di Oscar Wilde. Fui invitato una volta a Villa Lysis, per il tramite del dottor Signorelli. Una di quelle feste incredibili in cui accadeva di tutto. Me ne andai a metà, perché sapevo che sarebbe finita nella camera degli oppi, di cui Fersen era un cultore. Non ho mai partecipato a quelle sue cerimonie tenebrose nella Grotta di Matermania, dove si facevano riti in onore del dio Mitra... Una volta dovette intervenire la polizia. Pare che Fersen volesse compiere un sacrificio umano, o almeno una simulazione di sacrificio, nel momento in cui il sole (la Grotta di Matermania è rivolta a levante) fosse baluginato all'orizzonte».
Fersen era approdato la prima volta a Capri nel 1897, a diciassette anni, in compagnia dell'amico Robert de Tournel. Ne sarebbe rimasto folgorato, come accadeva a tantissimi intellettuali ed esteti di quegli anni, apparendo Capri ai loro occhi un luogo di stregata bellezza e allo stesso tempo barbarico, o quasi, con le due comunità di villaggio quella dei Capresi e quella degli Anacapresi a guardarsi in cagnesco per una secolare ed enigmatica rivalità. «I due amici racconterà affabulando Roger Peyrefitte ne L'esule di Capri decisero di andare, l'indomani mattina, alle rovine della villa di Tiberio, la villa di Giove. 11 portiere del Quisisana li consigliò di visitare la Villa Narciso del pittore americano Coleman, vicino all'ex convento della madre Serafina di Dio, costruita nel più puro stile moresco, con una corte pompeiana». La decisione del giovane Fersen di costruirsi una dimora d'impagabile glamour nel punto più inaccessibile dell'isola, è già forse in questa illuminazione iniziale, giacché Villa Lysis, il cui disegno sarà affidato all'architetto (ma anche pittore, disegnatore, incisore) Edouard Chimot, se pagherà un contributo alle suggestioni dell'art nouveau, dialogherà anche con le ricostruzioni ideali di Villa Jovis e con quel tanto di tenebroso, ma anche di soavemente delirante, che Villa Narciso o Narcissus suggeriva.
Aveva la vocazione di poeta Jacques Fersen, insieme alla inclinazione per lo scandalo e la «perversione», quale il ceto sociale e la ricchezza e il clima culturale della Parigi in fin di secolo gli consentivano. In Francia era in pieno fermento la stagione intensa del simbolismo, in pittura come in musica e in letteratura. Jean Moréas e Odilon Redon e Claude Debussy, ma anche Mallarmé, Lorrain, Essebac o scrittori ammalati di esotismo come Loti o Barrès o Mirbeau (quello del Giardino dei Supplizi). Marcel Proust, che Fersen avrebbe conosciuto e frequentato, era ancora coinvolto nei riti mondani, ma lo attendeva la prigionia della camera di sughero dove avrebbe composto il suo capolavoro. Fersen non avrà mai la tenacia di un Proust anche se possiederà in sommo grado il culto della poesia, semmai sulle tracce di un Mallarmé, in più vorrà creare nel 1909 una rivista Akademos che ospiterà scritti e poesie della cerchia simbolista ed esoterica. Un intellettuale sui generis, con la fregola dei viaggi e delle avventure tenebrose a far da controcanto all'esercizio della poesia, e con quel gusto insopprimibile del dandismo che rischiava ad ogni passo di diventare puro snobismo (agli occhi dei vero dandy lo snob, dal latino sine nobilitate, apparirà in qualche modo come la caricatura del dandy; il Novecento conserverà a lungo il mito del dandy, o dello snob, e l'ultimo esemplare di questa specie in estinzione è forse stato Alexis von Rosenberg, barone di Redé, come ci ha ricordato Natalia Aspesi sulle pagine di «Repubblica» qualche giorno fa). «La dimora fondata dal barone Jacques d'Adelsward Fersen sulla rocca di Capri dice Fausto Fiorentino che ha dedicato un libro ai «misteri» di Villa Lysis deve il nome a Liside, Lys, l'adolescente ateniese, candido come un giglio, del dialogo giovanile di Platone».
Il nove luglio del 1905, Nino Cesarini, un muratorino romano diventato l'amante chaperon di Fersen, cementa nel muro l'ultima pietra dell'edificio, come ci ricorda Peyrefitte, e con una frase dedicatoria: «Nell'anno 1905 questa villa è stata ultimata da Jacques, conte d'Adelsward Fersen, e dedicata alla gioventù d'amore». Sull'architrave del peristilio ionico, ingentilito da colonne che hanno in basso fregi dorati che sembrano usciti da un quadro di Klimt, una grande scritta: Amori et dolori sacrum. Il panorama che si gode dalle stanze e dalle terrazze è impressionante.
Punta della Campanella si può toccare con mano. L'arco di Marina Grande si staglia nella luce del mattino. Gli interni hanno ricevuto la cura assidua di Fersen e del suo architetto. Il luogo più segreto è la stanza degli oppi, che ancora oggi si può ammirare nella sua struggente configurazione art¬nouveau. Anche Edouard Chimot è un profeta della droga comprata in Oriente e un suo quadro, forse proprio ispirato alle cerimonie a cui si dedicava Fersen a Capri, si intitola appunto Gli oppiomani. Anche se Bragaglia lascerà la festa a metà, i tableaux vivents voluti dal padrone di casa riempiranno le cronache mondane dell'isola e tutta la fauna elegante che soggiornava a Capri si sentirà in dovere di raggiungere Villa Lysis, da Norman Douglas a Ephy Lovatelli, a Gilbert Ciavel , alla marchesa Casati Stampa, a Ninì Franchetti, a Renata Borgatti. Oggetto della curiosità generale è Nino Cesarini, che Vincenzo Gemito ha immortalato in un disegno e che Fersen ha fatto fotografare nudo da Plüschow per poi far mutare l'immagine in una statua un po' leziosa che campeggiava in giardino. Tutto forse involontariamente ridicolo, come erano ridicole le cerimonie in onore del dio Mitra, con paludamenti da cinema muto, anche se tutti si divertivano da matti. Cerimonie comunque su cui si riverserà tutto il sarcasmo di Bruno Corra e F. T. Martinetti, anche se Fersen non viene mai citato, nel loro romanzo sociale L'isola dei baci. Ormai sono i futuristi a prendere simbolicamente possesso di Capri.

Tratto dal sito della casa editrice La Conchiglia