Ronald Firbank

(1886-1926)

Ronald Firbank fu quel tipo d'uomo che oggi di definirebbe senza mezzi termini "vacuo", "frivolo", "leggero", "superficiale", "snob", "privo di consistenza e di carattere". E probabilmente è vero; ma non è certo tutto qui, anche se lui sarebbe il primo a dichiarare che è tutto qui.
I genitori di Ronald erano dei bravi borghesi benestanti, con una predisposizione agli intellettualismi e allo sport. Ronald, che fu la 'pecora nera' della famiglia, per la verità si adattava malamente alle virtù famigliari: a dispetto della passione per l'atletica che suo nonno Joseph dimostrava in più occasioni (e, si badi, Sir Joseph Firbank era colui che aveva lavorato sodo in miniera per quattordici anni, ed era colui che, tramite buoni investimenti, aveva assicurato alla famiglia Firbank un discreto numero di proprietà terriere ma, ahiloro, non un titolo...), il Ronald adolescente al collegio si limitava a qualche giro di corsa attorno ai dormitori: questa è la sua unica attività sportiva.
Ronald entra a Cambridge nel 1905, e viene accolto con tutti gli onori dai suoi compagni di studi al Trinity College (come si conviene in un ambiente profumatamente snob e malcelatamente borghese), perché ha già pubblicato, a sue spese, un libriccino contenente qualche racconto ed un saggio.
In un ambiente snob come quello di Cambridge, regno di giovinotti dediti prevalentemente a caccia, corsa e canottaggi - dicevamo, Ronald Firbank legge poesie ad alta voce. Segue un totale di cinque trimestri senza sostenere mai un solo esame - a grande dispetto della sacra famiglia, che lo desiderava veder entrare nella carriera diplomatica. Ma, ovviamente, a Ronald non importa più di tanto la carriera diplomatica.
Ronald Firbank è da annoverare tra le vittime di "Controcorrente" di Joris-Karl Huysmans: lo legge negli anni del college, e negli stessi anni è da rilevare la sua conversione al cattolicesimo del quale però, come molti altri dandies e come Des Esseintes nel romanzo di Huysmans, lo attira solo lo sfarzo delle cerimonie, la pompa dei rituali, il fasto della mise-en-scène drammatica romana.
Nel 1910 Ronald torna a Londra, in tempo per veder spirare il padre. Il brav'uomo era riuscito a celare, fintanto che la vita non lo aveva abbandonato, una ben triste realtà: quella del progressivo impoverimento delle risorse Firbank, che si riducevano ad un vitalizio dignitoso, ma nulla di più, per i componenti rimasti della famiglia.
Grazie ad esso, Ronald va a vivere da solo. Viaggia, poi, al suo ritorno in città, si tuffa nella vita mondana della capitale inglese. Diventa famoso nell'ambiente della scapigliatura londinese, tra dandy, snob e bohèmien gravitanti attorno ai circoli mondano-intellettuali del centro: il Café Royal e il ristorante Eiffel Tower.
Ronald, sempre accompagnato dalla sua stretta cerchia di amici e amichetti, non si perde mai una prima, e pare che non si possa tenere una premiére senza di lui. Iniziano i dispiaceri legati all'alto consumo di alcoolici. Più che nutrirsi, beve.
Nel 1914 scoppia, come tutti dovrebbero sapere, la Prima Guerra Mondiale. Ronald viene giudicato inabile alla leva, si ritira a Oxford, dove può scrivere in pace. Ritorna a Londra con un discreto numero di opere pubblicate sul suo curriculum, e riprende a viaggiare per il mondo.
Dopo la guerra Ronald è arci-noto in città. Presenzia a tutte le vernici, le serate di gala, fa costante presenza in tutti i salotti. Ma il suo carattere peggiora: oltre ad essere terribilmente timido (una a sera, a cena con un amico, si nasconde sotto il tavolo), è anche assurdamente permaloso - e beve sempre di più.
Prima di progettare qualunque cosa, si affida ai pareri ed alle previsioni di maghi e indovini; la sua salute è ormai a pezzi quando arriva a Roma nel 1926, stabilendosi in una piccola pensione dove muore il 21 maggio dello stesso anno. Proibisce agli amici di fargli visita perché la tappezzeria della sua stanza "è troppo brutta a vedersi!" ( e qui dovremmo ricordarci di Wilde che, in punto di morte, si rivolgeva alla carta da parati di dubbio gusto sibilando: "uno di noi sue deve andarsene...!).

Firbank è certo un autore particolarissimo: nei suoi libri il connotato che balza agli occhi è il suo estetismo tanto estremo e decadente da risultare sospetto. Si sente la sua soddisfazione evidentemente tattile nell'enumerare in una corrente di opulenza cataste di oggetti belli e fatui, dal barocchismo innaturale e assurdamente ricercato. I suoi personaggi sono appena abbozzati: essi vivono perché "fanno società" - ed appassiscono se, come ai dandies di Baudelaire, togliete loro lo specchio dalle mani. I dialoghi sono geniali: frasi interrotte, domande poste che non ottengono risposte, risposte a domande che non sono mai arrivare, fatue e sciocche considerazioni sulla vita e sull'arte. Insomma, un profluvio ininterrotto di chiacchere da salotto, tra fraintendimenti senza implicazioni, grandi balli, sproloqui su fidanzamenti annunciati o meno. Contesse, duchesse, marchesi, dottori, professori, ambasciatori, dai nomi più reali del vero (Sir Somebody Something, Lord Intriguer, Lionello Limpness, Lord Tiredstock) s'aggirano tra sale da ballo, licenziose camere da letto, corridoi sfarzosi, profumati giardini notturni, sale da concerto, eleganti salotti, ricevimenti mondani, affollate sale da thè.
"Ma Firbank 'non fa sul serio'; dei decadenti storici (Wilde, Pater) non ha - o non sembra avere - la visione totalizzante del mondo, dell'estetica de diviene immediatamente concezione morale, impegno ideologico: non ci immaginiamo di vedere Firbank scrivere una Ballata del carcere di Reading, che si immola sull'altare dell'Arte per l'Arte. Firbank è pago di esser lasciato libero di gozzovigliare tra i suoi lussi e le sue scemenze. Proprio con l'esibire in maniera così spudorata il suo estetismo, egli non lo proclama, non ne fa una bandiera: piuttosto gioca, si prende in giro, quasi chiedendo a se stesso e ai lettori, con comico stupore, "Come posso essere così smodato?". Inoltre, Firbank possiede una qualità straordinaria: una formidabile percezione simpatetica della stupidità [...] Egli non ha nessuna paura di guardare dritto negli occhi il gran drago, ma anzi ne gode, si fa prendere nelle sue spire, blatera giocosamente" (Salvatore Romano - dall'introduzione a Fiori Calpestati).

Firbank è troppo profondamente dandy per essere tentato da facili pedagogie e moralismi; mostra di saper essere beatamente sciocco come i suoi personaggi, e gode della propria fatuità. Ma allo stesso tempo pare sia sua ferma intenzione mostrare un aspetto particolarmente notevole della scemenza pura: la scemenza da salotto cultural-mondano. Ogni opera di Ronald Firbank raggiunge l'obbiettivo cui ogni opera d'arte che si rispetti dovrebbe arrivare: mostra, ma senza indicare.