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"In tutto il mondo si conoscono le fotografie di quest'ometto deforme.
Soltanto la testa e il tronco erano di proporzioni normali. La testa sembrava
avvitata sopra le spalle molto cascanti. La barba lunga e nera faceva
l'effetto d'uno strano ornamento. Gambe e braccia erano quelle di un bambino
di sei anni. Ma in questo corpo deforme c'era una forza vitale enorme,
quasi superata dallo spirito di Lautrec. Le sue risposte pronte - simili
a quelle di un clown maligno - erano sconcertanti. La bocca di una animalesca
sensualità, il modo di esprimersi ora incontrollato, ora estremamente
arguto, ora del tutto anticonvenzionale...". (Henry van de Velde)
L'arte di Toulouse-Lautrec non è classificabile. Non si è
mai allineato completamente con gli impressionisti, dato che non dipinse
mai paesaggi, ed anzi, nonostante fosse fin dai tempi dell'accademia un
loro simpatizzante (si fece espellere per questo) non si curò mai
veramente del discorso che Cezanne, Courbet e Corot facevano a proposito
della luce, dei colori, della realtà. Innamorato della figura umana,
decise fin da bambino che avrebbe fatto il pittore, forse più per
necessità che per altro, data la sua statura - dovuta ad una duplice
frattura alle gambe contratte tra il '78 ed il '79. Non potendo camminare
e costretto a lunghi periodi di riposo data la sua salute piuttosto cagionevole,
il piccolo Toulouse schizzava ritratti, o più spesso vignette,
ed a scuola faceva caricature dei professori. Lautrec 'si farà
dandy' quando, lasciata la monotonia della vita famigliare, si diede alla
bella vita che la Montmartre della belle epoque offriva agli studenti
squattrinati e bohémien. Lui, che squattrianto non lo era proprio
(veniva da una ricca famiglia aristocratica), si divertiva al meglio tra
i numerosissimi locali notturni quali Le Divan Japonaise, Les Folies-Bergére,
la "maison" di rue des Moulins, e il Moulin Rouge. Circondato
di amici, i più pittori e poeti, Lautrec ritraeva le ballerine
del Moulin Rouge e i ricchi borghesi che venivano a passare una notte
di piacere nel locale più famoso del mondo.
Per un certo periodo Lautrec andrà addirittura ad abitare in un
bordello in rue de Moulins, ritraendo le prostitute ed i clienti, incontrando
talvolta anche suo padre, il conte Alphonse de Toulouse-Lautrec che viveva
oramai separato dalla contessa sua moglie Adèle e si dava anch'egli
alla bella vita. Nell'ultimo anno della sua esistenza si diede prepotentemente
all'alcool e, dopo vari periodi di malattia, durante i quali aveva delle
terribili allucinazioni (s'immaginava dei ragni invisibili sulle pareti,
e, terrorizzato, si sentiva obbligato a sparare alla parete con la rivoltella
che teneva con sempre sè), ebbe un colpo apoplettico ed una paralisi
di metà corpo, in seguito alla quale morì. Era il 1901.
Lautrec, come Beardsley, fa del grottesco soggetto della sua arte, caricaturizzando
i personaggi: riconosciamo i vari 'tipi', sorta di maschere della Commedia
dell'arte, che nei quadri di Lautrec prendono corpo: c'è il grasso
borghese, la vecchia prostituta, la gran dama, la vecchia bisbetica, il
sapiente professore, il dottore, l'ubriacona, lo spiantato, e, certamente,
anche il dandy. Costretto a movimenti goffi a causa del proprio male incurabile,
Lautrec, pur condividendo in un certo senso la vita senza speranza dei
suoi sfortunati amici bohémiens, poteva distinguersi anche per
censo e cultura vantando, in entrambi i campi, una superiorità
edun dominio che gli permetteva di compensare le proprie frustrazioni.
"Lautrec ha di fatto impersonato, proprio in quei luoghi e proprio
grazie alle sue doti intellettuali e alla sua condizione economica e sociale
(se non per il suo aspetto fisico), il ruolo del dandy, figura il cui
principale referente francese era indubbiamente Baudelaire. [...] Fu da
ricco dandy, rampollo di un'aristocrazia intelligiente e in decadenza,
che il pittore scelse Montmartre. Fu lo spirito del dandy ad attrarlo
verso la più disperata indigenza nel momento stesso in cui si faceva
ritrarre, orgoglioso della propria eleganza, nel suo inappuntabile abito
di aristocratico. Fu il dandismo a fargli assaporare il piacere e l'ebbrezza
delle folle notturne, i lustrini del circo, i lussi artefatti e kitsch
del caffè concerto o dei salotti dell'amore mercenario; fu ancora
il dandismo a ispirargli sensazioni parallele di orrore e di allucinazione,
di repulsione tradotta in ironia, di rifiuto espresso in una sorta di
odio-amore, di schiavitù ed insieme di dominio: elementi contrastanti
che si rivelano in una pittura di inesauste folgorazioni emotive."
(da "Toulouse-Lautrec", di Giorgio Cortenova; edito da Giunti
Art Dossier n.70)
come era di moda allora fra gli esteti francesi ed inglesi, si diffuse
il gusto per l'Oriente, il Giappone. Fonte inesauribile d'idee artistiche
per Whistler, lo divenne anche per Lautrec. Collezionava stampe giapponesi,
e portava gli amici alle numerose esposizioni che si facevano di queste,
accanto a quadri di grandi maestri dell'impressionismo, quali Degas, Renoir,
Manet. Questi erano tra i preferiti di Lautrec, mentre invece non amava
affatto la pittura manierata e borghese dei pittori accademici, di fronte
ai quali, che si trovasse in un salotto di qualche rispettabile famiglia
o in una galleria, pronunciava frasi ironiche o spesso di rabbia acuta.
Lautrec si divertiva anche a scandalizzare il proprio uditorio; per ottenere
quest'effetto, e cioè stupire le persone che gli stavano attorno
(tipico del dandy), gli era caratteristico lasciarsi andare a divagazioni
estetiche assolutamente fuori dal comune. Proclamandosi come l'unico uomo
detentore dei criteri che consentono di apprezzare il bello, Lautrec rovesciava
intenzionalmente i valori correnti e di portare alle stelle il kitsch,
per sconcertare brutalmente l'uditorio. Un giorno scoprì nella
vetrina di un negozio un tappeto con motivi di leopardi e mongolfiere
e, osservandolo disse agli amici "Leopardi e mongolfiere... Non è
bello? Ammirevole, vero?". La cattiva pittura gli scatenava le più
pazze risate e lo rendeva perfido al punto di organizzare un'esposizione
dei quadri più volgari, pretenziosi o stupidi.
Alle insistenti domande di un ministro ad una inaugurazione di una mostra,
che gli chiedeva di chiarire le sue concezioni estetiche, Henri de Toulouse-Lautrec
rispose: "Signore, la pittura è come la merda, si sente ma
non si spiega!".
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