Henri de Toulouse-Lautrec

(1864-1901)

"In tutto il mondo si conoscono le fotografie di quest'ometto deforme. Soltanto la testa e il tronco erano di proporzioni normali. La testa sembrava avvitata sopra le spalle molto cascanti. La barba lunga e nera faceva l'effetto d'uno strano ornamento. Gambe e braccia erano quelle di un bambino di sei anni. Ma in questo corpo deforme c'era una forza vitale enorme, quasi superata dallo spirito di Lautrec. Le sue risposte pronte - simili a quelle di un clown maligno - erano sconcertanti. La bocca di una animalesca sensualità, il modo di esprimersi ora incontrollato, ora estremamente arguto, ora del tutto anticonvenzionale...". (Henry van de Velde)
L'arte di Toulouse-Lautrec non è classificabile. Non si è mai allineato completamente con gli impressionisti, dato che non dipinse mai paesaggi, ed anzi, nonostante fosse fin dai tempi dell'accademia un loro simpatizzante (si fece espellere per questo) non si curò mai veramente del discorso che Cezanne, Courbet e Corot facevano a proposito della luce, dei colori, della realtà. Innamorato della figura umana, decise fin da bambino che avrebbe fatto il pittore, forse più per necessità che per altro, data la sua statura - dovuta ad una duplice frattura alle gambe contratte tra il '78 ed il '79. Non potendo camminare e costretto a lunghi periodi di riposo data la sua salute piuttosto cagionevole, il piccolo Toulouse schizzava ritratti, o più spesso vignette, ed a scuola faceva caricature dei professori. Lautrec 'si farà dandy' quando, lasciata la monotonia della vita famigliare, si diede alla bella vita che la Montmartre della belle epoque offriva agli studenti squattrinati e bohémien. Lui, che squattrianto non lo era proprio (veniva da una ricca famiglia aristocratica), si divertiva al meglio tra i numerosissimi locali notturni quali Le Divan Japonaise, Les Folies-Bergére, la "maison" di rue des Moulins, e il Moulin Rouge. Circondato di amici, i più pittori e poeti, Lautrec ritraeva le ballerine del Moulin Rouge e i ricchi borghesi che venivano a passare una notte di piacere nel locale più famoso del mondo.
Per un certo periodo Lautrec andrà addirittura ad abitare in un bordello in rue de Moulins, ritraendo le prostitute ed i clienti, incontrando talvolta anche suo padre, il conte Alphonse de Toulouse-Lautrec che viveva oramai separato dalla contessa sua moglie Adèle e si dava anch'egli alla bella vita. Nell'ultimo anno della sua esistenza si diede prepotentemente all'alcool e, dopo vari periodi di malattia, durante i quali aveva delle terribili allucinazioni (s'immaginava dei ragni invisibili sulle pareti, e, terrorizzato, si sentiva obbligato a sparare alla parete con la rivoltella che teneva con sempre sè), ebbe un colpo apoplettico ed una paralisi di metà corpo, in seguito alla quale morì. Era il 1901.
Lautrec, come Beardsley, fa del grottesco soggetto della sua arte, caricaturizzando i personaggi: riconosciamo i vari 'tipi', sorta di maschere della Commedia dell'arte, che nei quadri di Lautrec prendono corpo: c'è il grasso borghese, la vecchia prostituta, la gran dama, la vecchia bisbetica, il sapiente professore, il dottore, l'ubriacona, lo spiantato, e, certamente, anche il dandy. Costretto a movimenti goffi a causa del proprio male incurabile, Lautrec, pur condividendo in un certo senso la vita senza speranza dei suoi sfortunati amici bohémiens, poteva distinguersi anche per censo e cultura vantando, in entrambi i campi, una superiorità edun dominio che gli permetteva di compensare le proprie frustrazioni.
"Lautrec ha di fatto impersonato, proprio in quei luoghi e proprio grazie alle sue doti intellettuali e alla sua condizione economica e sociale (se non per il suo aspetto fisico), il ruolo del dandy, figura il cui principale referente francese era indubbiamente Baudelaire. [...] Fu da ricco dandy, rampollo di un'aristocrazia intelligiente e in decadenza, che il pittore scelse Montmartre. Fu lo spirito del dandy ad attrarlo verso la più disperata indigenza nel momento stesso in cui si faceva ritrarre, orgoglioso della propria eleganza, nel suo inappuntabile abito di aristocratico. Fu il dandismo a fargli assaporare il piacere e l'ebbrezza delle folle notturne, i lustrini del circo, i lussi artefatti e kitsch del caffè concerto o dei salotti dell'amore mercenario; fu ancora il dandismo a ispirargli sensazioni parallele di orrore e di allucinazione, di repulsione tradotta in ironia, di rifiuto espresso in una sorta di odio-amore, di schiavitù ed insieme di dominio: elementi contrastanti che si rivelano in una pittura di inesauste folgorazioni emotive." (da "Toulouse-Lautrec", di Giorgio Cortenova; edito da Giunti Art Dossier n.70)
come era di moda allora fra gli esteti francesi ed inglesi, si diffuse il gusto per l'Oriente, il Giappone. Fonte inesauribile d'idee artistiche per Whistler, lo divenne anche per Lautrec. Collezionava stampe giapponesi, e portava gli amici alle numerose esposizioni che si facevano di queste, accanto a quadri di grandi maestri dell'impressionismo, quali Degas, Renoir, Manet. Questi erano tra i preferiti di Lautrec, mentre invece non amava affatto la pittura manierata e borghese dei pittori accademici, di fronte ai quali, che si trovasse in un salotto di qualche rispettabile famiglia o in una galleria, pronunciava frasi ironiche o spesso di rabbia acuta. Lautrec si divertiva anche a scandalizzare il proprio uditorio; per ottenere quest'effetto, e cioè stupire le persone che gli stavano attorno (tipico del dandy), gli era caratteristico lasciarsi andare a divagazioni estetiche assolutamente fuori dal comune. Proclamandosi come l'unico uomo detentore dei criteri che consentono di apprezzare il bello, Lautrec rovesciava intenzionalmente i valori correnti e di portare alle stelle il kitsch, per sconcertare brutalmente l'uditorio. Un giorno scoprì nella vetrina di un negozio un tappeto con motivi di leopardi e mongolfiere e, osservandolo disse agli amici "Leopardi e mongolfiere... Non è bello? Ammirevole, vero?". La cattiva pittura gli scatenava le più pazze risate e lo rendeva perfido al punto di organizzare un'esposizione dei quadri più volgari, pretenziosi o stupidi.
Alle insistenti domande di un ministro ad una inaugurazione di una mostra, che gli chiedeva di chiarire le sue concezioni estetiche, Henri de Toulouse-Lautrec rispose: "Signore, la pittura è come la merda, si sente ma non si spiega!".


Qui sopra: La danza moresca o Le almee, 1895. A partire da destra, sono riconoscibili il critico Félix Fénéon, lo stesso Lautrec, Jane Avril e Oscar Wilde (con la giacca chiara). L'incontro con Wilde fu importantissimo per Toulouse-Lautrec, che gli chiese di ritrarlo, ma questi, ormai anziano, si rifiutò categoricamente. Lautrec ne realizzò allora un ritratto a memoria (visibile nella pagina dedicata a Wilde), unica immagine dell'imponente dandy inglese negli anni della propria decadenza fisica e vitale.


Qui sopra:un autoritratto del 1880 di Lautrec.
Accanto al titolo: Ritratto di Lautrec, (1890) di Ch. Maurin