Curzio Malaparte

(1898-1957)

Il dandismo di Malaparte (vero nome Kurt Sukert) è costruito su un solido narcisismo, già maifestato negli anni del collegio Cicognini di Prato, lo stesso frequentato da Gabriele D'Annunzio. E come il dandy compatriota, Malaparte fa uso della sua persuadente dote di demagogo, per sparlare del duce in Francia, beccandosi quindi una condanna all'esilio da parte di Mussolini stesso. Ancora una volta Malaparte si lamentò di Mussolini, questa volta per le sue cravatte, dicendo che erano orribili; il duce lo rimproverò ancora, chiamandolo maligno e pettegolo, e Malaparte, disse in propria difesa: "comunque anche oggi avete una brutta cravatta". Solo alla sera Curzio seppe che Mussolini era scoppiato a ridere appena era uscito. "Con queste osservazioni apparentemente frivole, il dandy marca l'abisso che lo divide dai cortigiani e afferma, come nelle favole, che, ai suoi occhi, il re, e con lui ogni potere, è nudo." (G. Scaraffia, Gli ultimi dandies, Sellerio, 2002). A Malaparte le donne non interessavano veramente; le poche che ebbe passarono la vita a disperarsi una volta lasciate, come Bianca Fabbri, che scrisse "Schiava di Malaparte", o si suicidarono, come Jane Swigard, gettandosi in mare.
Nel suo capolavoro "Kaputt" Malaparte descrive la ricca società italiana durante il periodo della guerra tra sfarzi e pranzi sontuosi, in un fasto decadente non privo di un certo fascino agrodolce: vi si descrivono squisiti sovrani tedeschi, innamorati del buon vivere e dell'arte italiana, in un fasto e in una ricercatezza degni d'un signore del rinascimento - ed, al contempo, Malaparte non può fare a meno di pensare che quell'uomo tanto raffinato e galante che gli sta di fronte non si farebbe scrupolo di spaccare la testa a tutti gli ebrei del proprio ghetto.

Collegamenti utili: Jean Giraudoux, André Malraux, Jean Cocteau.


Vittorio de Sica, Jean Cocteau e Malaparte nel 1951