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il 31 ottobre del 1925, a Parigi, in una famiglia i cui ascendenti si
fregiavano della corona nobiliare dei conti della Perrière, Nimier
si laureò in filosofia alla Sorbona e si mantenette gli studi impiegandosi
in un ufficio di rarità filateliche. Simpatie monarchiche e interessi
storico-filosofici influenzati dall’Action Francaise lo portano
nel ’45, subito dopo la Liberazione, ad arruolarsi nel II Reggimento
Ussari, attivo nella zota di Tarbes, Alti Pirenei.
Il dopoguerra, la crisi delle istituzioni seguita alla parata dell’armata
gaullista, i processi ai collaborazionisti di Vichy, lo indussero a lasciare
la vita militare per dedicarsi alla letteratura, gettandosi in una mischia
politica e filosofica all’insegna dell’esistenzialismo, anarchico
e destrorso, che avversa frontalmente le posizioni di Sartre, Camus, de
Beauvoir, e ciò che definisce il conformismo del secondo dopoguerra,
da lui riassunto nel titolo della rivista sartriana Tempi Moderni. Esordì
con alcuni racconti (ricordiamo il celebre “L’Ussaro blu”,
del 1950), che, se non lo indicarono subito all’attenzione dei critici
con eil romanziere più cospicuo del dopoguerra, dettero vita a
un genere: il genere, appunto, del romanzo alla hussarde, in cui alla
verità descritta e osservata si sostituiscono il cinismo dell’invenzione
fine a se stessa, un linguaggio insieme violento, ricco di invettive e
picaresco, uno stile distaccato: come di chi, respingendo ogni tentazione
alla comunione con il prossimo, intenda tuttavia essergli vicino e viverne
il respiro ingiuriandolo. Probabilmente per rendere ancora più
evidente questo spirito selvatico e selvaggio, che lo estrania da ogni
possibile “scuola” o “clan” e che dà la
misura della sua capacità espressiva, Nimier nel ’50 dedica
a Bernanos una raccolta di saggi intitolata ai Grandi di Spagna: è
anch’essa una testimonianza verso un mondo e un passato in cui egli
intende riconoscersi e che, almeno idealmente, vuole far proprii: come
una dichiarazione di principii.
Le sue letture annoverano insieme i classici come Balzac e Stendhal
e i moderni come Proust, Malraux, Drieu La Rochelle.
Uno dei caposaldi dell’opera di Nimier è senza dubbio il
romanzo “Giovani tristi”, che esce nel 1951. esso, immediatamente
dopo la sua pubblicazione, lo consacra alla fama letteraria: esso chiude
la parentesi della dedizione al cinismo eroico e alla crapula, per dar
vita a una nuova dimensione umana, letteraria e politica insieme: la disinvoltura
triste. Olivier, che è il protagonista del romanzo, s’accorge
che non si può essere indefinitamente ussari, nella vita; che gli
ussari sono anche vecchi bambini un poco tristi, ragazzi delusi, eroi
senza vittorie; uomini che portano nel cuore le malinconie e il pianto
della loro età fanciulla. Nasce così, prima ancora che i
critici ne abbiano coscienza, la nouvelle vauge: un fenomeno tipicamente
francese destinato a improntare di sé gli anni successivi, a creare
simboli, personaggi, mitologie. La nouvelle vauge come atteggiamento d’avanguardia,
con una propria estetica, un proprio linguaggio, una morale che implicitamente
s’oppone alla volgarità dell’uomo-massa e che tenta
le vie dell’isolamento. Olivier è il primo protagonista letterario
di questa nuova scuola: un ragazzo deluso, cinico, tenero, nutrito di
ripulse improvvise, di inquietudini, di curiosità; un uomo che
cerca, faticosamente, tra le contraddizioni del suo tempo, una rappresentazione
di Dio e che in questa lunga ricerca non rifiuta nulla respingendo tutto
e distruggendo in sé ogni scoria dei sentimenti che l’hanno
nutrito: fino all’esasperazione. Fino all’abiezione che si
concreta nello spingere la madre all’adulterio.
Scoppia il ‘fenomeno Nimier’, il mondo delle lettere è
a rumore, la Parigi delle rive gauche ha trovato il suo pioniere. Lo si
attende alla prova successiva, i giornali gli dedicano articoli e interviste.
Ma lo scrittore cammina senza saperlo verso una morte eguale a quella
del suo protagonista. Al romanzo non darà più nulla: l’ultimo
suo lavoro è un saggio, intitolato “Amour e néant”.
L’incomprensione, l’isolamento, una sostanziale insoddisfazione,
lo inducono a una sorta di consegna al silenzio che durerà quasi
un decennio. Nimier sembra autopunirsi e disperdersi nella mondanità:
scrive di critica letteraria e teatrale, collabora a sceneggiature cinematografiche,
entra come consulente ed editor da Gallimard, curando la stampa degli
autori che egli considera tanto amici quanto maestri, in particolare Paul
Morand, Marcel Jouhandeau e Louis-Ferdinand Céline.
Assiduo ai ricevimenti della Parigi “bene”, divide il tempo
libero tra amori fugaci, la passione per il rugby e le auto fuoriserie,
di cui è un vero e proprio collezionista.
Nimier vive la sua vita disordinata e intensa, si lancia sulle strade
delle città di notte in corse folli sul suo bolide sportivo. È,
anche questo, un suo modo di annullarsi, di cercare il silenzio. Nell’autunno
del ’62, una sera di nebbia, si schianta contro un muro con la sua
Aston Martin, alla periferia di Parigi.
Due mesi dopo, l’accademico di Francia e Premio Nobel François
Mauriac, pur riconoscendone il talento, parla di un veleno che da centocinquant’anni
la gioventù bruciata si passa di mano in mano e ne conclude, virtualmente,
che Roger Nimier è indegno della Chiesa.
Collegamenti utili: Albert Camus, André
Malraux, Pierre Drieu la Rochelle.
Le spade di Nimier: recensioni
(autori vari).
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