Introduzione
Alain Leroy
Andrea Sperelli
Barone di Charlus
Jean Floressas Des Esseintes
Dorian Gray
Olivier d'Orsel
Jay Gatsby
Lafcadio
Sherlock Holmes
Hercule Poirot
Julien Sorel
Tonio Krögher
Lord Peter Wimsey |
Olivier d'Orsel da Dominique (1863)
di Eugène Fromentin |
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Il romanzo, scritto in piena era positivista
e realista, rappresenta già di per sé un’eccezione;
si tratta invero di un lungo racconto (dacché ha ben poco
del romanzo) di introspezione psicologica. Fromentin, al suo primo
ed unico romanzo – infatti si dedicherà alla pittura
a tempo pieno con migliori risultati – traccia un’autoanalisi
di sé stesso, narrando di una giovanile passione amorosa
per una donna sposata. È il grande tema della letteratura
ottocentesca, ed in questo non possiamo stupirci accorgendoci,
alla fine del romanzo, di aver letto una malsana e castissima
difesa delle virtù sociali dell’epoca. Dominique
è infatti un romanzo benpensante, in cui si ritrovano tutti
i valori che sono a fondamento dell'ideologia cosiddetta borghese,
sussunti sotto una psicologia idealista del soggetto. Il protagonista,
che noi incontriamo all’inizio del libro durante una battuta
di caccia, infagottato in un mantello assai romantico e con i
suoi fedeli cagnacci, è diventato un signorotto di campagna,
modesto e ammogliato per dovere, e nulla di lui fa sospettare
un passato infiammato dai più “proibiti” desiderî
amorosi; invero, tutto il dramma si svolge nella testa di Dominique,
poiché riconsiderando tutto il racconto a posteriori ci
accorgiamo che nulla della serena quiete borghese dei protagonisti
va ad essere turbata. Mirabile il “flusso di coscienza”
perenne di Dominique, la sua capacità di auto-analisi che
invero rassomiglia ad una delle virtù tanto care ai dandies
reali. Fromentin realizza nel 1862 quel che solo Proust riuscirà
a sviluppare degnamente, e che Joyce porterà agli estremi;
al di là dei contenuti, infatti, il romanzo è una
vera perla nel suo genere.
Ma dunque, dopo tutte queste premesse, che cosa può averci
a che fare un dandy? Ebbene, a far da contraltare alla pusillanimità
del protagonista appare sin dall’inizio l’amico Oliver
d’Orsel, nobile scapestrato e dedito ai piaceri che offriva
Parigi, contrario al matrimonio (porterà ad un passo dalla
morte una sua fedele pretendente), contrario alla ragionevolezza,
contrario insomma a tutto ciò che la società gli
impone di pensare o di fare. Disprezza il precettore di Dominique,
tale Augustin, che è la personificazione della dedizione
al lavoro e dello spirito parvenu galoppante, e che – manco
a dirlo – il protagonista adora invece come un padre.
Olivier diviene amico di Dominique quando questi entra al collegio,
e già da lì capiamo che il giovane dandy non ha
nessuna voglia di sorbirsi più di tanto una compagnia tetra
e deprimente, bacchettona e perversa, come è quella che
gli offre Dominique. Una volta traferitisi a Parigi i due protagonisti
si dividono, sebbene abitino vicini. Infatti Dominique passa le
sue giornate struggendosi per un amore che egli considera impossibile
e che in effetti si rivelerà tale, mentre Olivier si giostra
tra feste, serate all’opera, donne di piacere.
Per il carattere benpensante di Dominique e di Fromentin stesso,
Olivier è proprio l’esempio da non seguire assolutamente:
amante della frivolezza, consiglia sfacciatamente (ma con buon
cuore) di imitare coloro che sono leggeri o comunque fingono di
esserlo, così da poter vivere nel migliore dei modi la
propria gioventù.
Vedremo infine Olivier d’Orsel, come c’era da aspettarsi,
che tenta di uccidersi “a causa della sua vita inutile”
e, guarito fisicamente ma non psicologicamente, scomparirà
dalla scena.
"L'imboscata"
(1868),
olio su tela di Eugène Fromentin |
"Il
bevitore di assenzio" (1860),
acquatinta di Edouard Manet |
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