Introduzione 


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Olivier d'Orsel
da Dominique (1863)
di Eugène Fromentin
Il romanzo, scritto in piena era positivista e realista, rappresenta già di per sé un’eccezione; si tratta invero di un lungo racconto (dacché ha ben poco del romanzo) di introspezione psicologica. Fromentin, al suo primo ed unico romanzo – infatti si dedicherà alla pittura a tempo pieno con migliori risultati – traccia un’autoanalisi di sé stesso, narrando di una giovanile passione amorosa per una donna sposata. È il grande tema della letteratura ottocentesca, ed in questo non possiamo stupirci accorgendoci, alla fine del romanzo, di aver letto una malsana e castissima difesa delle virtù sociali dell’epoca. Dominique è infatti un romanzo benpensante, in cui si ritrovano tutti i valori che sono a fondamento dell'ideologia cosiddetta borghese, sussunti sotto una psicologia idealista del soggetto. Il protagonista, che noi incontriamo all’inizio del libro durante una battuta di caccia, infagottato in un mantello assai romantico e con i suoi fedeli cagnacci, è diventato un signorotto di campagna, modesto e ammogliato per dovere, e nulla di lui fa sospettare un passato infiammato dai più “proibiti” desiderî amorosi; invero, tutto il dramma si svolge nella testa di Dominique, poiché riconsiderando tutto il racconto a posteriori ci accorgiamo che nulla della serena quiete borghese dei protagonisti va ad essere turbata. Mirabile il “flusso di coscienza” perenne di Dominique, la sua capacità di auto-analisi che invero rassomiglia ad una delle virtù tanto care ai dandies reali. Fromentin realizza nel 1862 quel che solo Proust riuscirà a sviluppare degnamente, e che Joyce porterà agli estremi; al di là dei contenuti, infatti, il romanzo è una vera perla nel suo genere.
Ma dunque, dopo tutte queste premesse, che cosa può averci a che fare un dandy? Ebbene, a far da contraltare alla pusillanimità del protagonista appare sin dall’inizio l’amico Oliver d’Orsel, nobile scapestrato e dedito ai piaceri che offriva Parigi, contrario al matrimonio (porterà ad un passo dalla morte una sua fedele pretendente), contrario alla ragionevolezza, contrario insomma a tutto ciò che la società gli impone di pensare o di fare. Disprezza il precettore di Dominique, tale Augustin, che è la personificazione della dedizione al lavoro e dello spirito parvenu galoppante, e che – manco a dirlo – il protagonista adora invece come un padre.
Olivier diviene amico di Dominique quando questi entra al collegio, e già da lì capiamo che il giovane dandy non ha nessuna voglia di sorbirsi più di tanto una compagnia tetra e deprimente, bacchettona e perversa, come è quella che gli offre Dominique. Una volta traferitisi a Parigi i due protagonisti si dividono, sebbene abitino vicini. Infatti Dominique passa le sue giornate struggendosi per un amore che egli considera impossibile e che in effetti si rivelerà tale, mentre Olivier si giostra tra feste, serate all’opera, donne di piacere.
Per il carattere benpensante di Dominique e di Fromentin stesso, Olivier è proprio l’esempio da non seguire assolutamente: amante della frivolezza, consiglia sfacciatamente (ma con buon cuore) di imitare coloro che sono leggeri o comunque fingono di esserlo, così da poter vivere nel migliore dei modi la propria gioventù.
Vedremo infine Olivier d’Orsel, come c’era da aspettarsi, che tenta di uccidersi “a causa della sua vita inutile” e, guarito fisicamente ma non psicologicamente, scomparirà dalla scena.

"L'imboscata" (1868),
olio su tela di Eugène Fromentin

"Il bevitore di assenzio" (1860),
acquatinta di Edouard Manet