Marcel Proust

(1871-1922)

Si potrebbe definire Marcel Proust un “dandy che scriveva dei dandy”, oltre che di se stesso: ne “Alla ricerca del Tempo Perduto”, saga di sette romanzi (“Dalla parte di Swann”, “All’ombra delle fanciulle in fiore”, “I Guermantes”, “Sodoma e Gomorra”, “La Prigioniera”, “Albertine scomparsa”, “Il Tempo ritrovato”), Proust, oltre alla linea di fondo autobiografica, descrive anche i numerosissimi dandy che popolavano Parigi tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento. Il giovane Marcel venne introdotto negli ambienti mondani dell’aristocrazia decadente dal conte Robert de Montesquiou, personaggio ascetico e esteta decadente, un dandy sprezzante e altero, presentatogli da Madame Lemaire nel salotto di quest’ultima, al termine di una lettura di poesie del conte. E, dopo un “promettetemi di essere gentile” di Madame Lemaire rivolto a Montesquiou, quest’ultimo soppesa con sguardo tagliente Proust, che non proferisce verbo. Ma, l’indomani, Proust riceve una fotografia di Montesquiou con la frase: "Sono il sovrano del transitorio" (il titolo di una delle poesie del conte). Con questa sorta di ‘lasciapassare’, Proust viene presto introdotto nei più eleganti salotti mondani parigini, nei quali incontrerà Jean Cocteau, chiamato Octave nella saga della "Ricerca", un giocatore di baccarat che ama scandalizzare l’alta società di Balbec; Proust, nella “Ricerca”, lo descrive così: “Un giovine dai lineamenti regolari, che teneva in mano delle racchette, si avvicinò a noi. Era il giocatore di baccarat le cui follie indignavano tanto la moglie del primo presidente. Con un'aria fredda, impassibile, in cui egli evidentemente s'immaginava che consistesse la distinzione suprema, salutò Albertine. -Venite dal golf, Octave? - gli chiese lei. - E' andata bene, eravate in forma? - Oh, è disgustoso, sono nelle canne, - rispose lui . [...] Era il figlio di un industriale molto ricco. [...] Fui colpito di vedere sino a che punto in quel giovane e negli altri rarissimi amici maschili di quelle fanciulle la conoscenza di tutto ciò che era vestiti, modo di portarli, sigari, bevande inglesi, cavalli, e ch'egli possedeva fin nei minimi particolari con un'infallibilità orgogliosa che giungeva alla silenziosa modestia del sapiente, si era sviluppata isolatamente, senz'essere accompagnata dalla minima cultura intellettuale. Egli non aveva nessuna esitazione sull'opportunità dello smoking o del pigiama, ma non aveva neppure la minima idea di quando si può o meno usare una data parola, e neppure delle più semplici regole della lingua.”

Marcel Proust incotrò anche Oscar Wilde, ma tra i due scrittori non si instaurò mai una reciproca amicizia, per via del fatto che Wilde, invitato per la prima volta dallo scrittore a casa sua, vedendo solo in loco che al pranzo avrebbero partecipato anche i genitori di Marcel, si scusò, si fece indicare dal cameriere il bagno, e per un’ora non ne uscì; un’ora dopo, infatti, arrivò anche Proust, e, chiedendo se era già arrivato pure Wilde, si stupì sentendosi rispondere dal cameriere che era stato, da quando era arrivato, in bagno, e non ne era ancora uscito. Preoccupato, Proust si precipitò preoccupato alla porta del bagno, e, bussando, chiese: “Va tutto bene, signor Wilde?”. Al che, Wilde uscì e gli disse, sottovoce, “Oh, signor Proust, finalmente! Ero felice di essere stato invitato da lei a pranzo, ma non credevo partecipassero anche i suoi genitori… Addio, signor Proust… mi spiace. Addio!”.

Numerosi tratti caratteristici di Wilde sono ripresi dal barone di Charlus, personaggio che nel romanzo rappresenta il conte di Montesquiou. Il barone di Charlus fu un personaggio che ossessionò letteralmente il conte fino alla fine dei suoi giorni, perché Proust non lo descrive esattamente come un modello di moralità, provocando lo scontento dell'originale ed ascetico dandy ispiratore.

Proust e James Joyce si incontrarono per la prima volta nel 1922. Ecco come Alain de Botton descrive l’incontro tra i due scrittori, nel libro “Come Proust può cambiarvi la vita”: “Nel 1922, i due scrittori erano a una cena mondana al Ritz in onore di Strawinskij, Diaghilev e della compagnia dei Balletti Russi, in occasione della prima del Renard di Strawinskij. Joyce arrivò in ritardo e senza smoking. Proust tenne la sua pelliccia per tutta la serata.
Fu lo stesso Joyce a raccontare più tardi, a un amico, ciò che accadde quando vennero presentati l'uno all'altro:

La nostra conversazione si è limitata unicamente alla parola "No". Proust mi chiese se conoscevo il duca tal dei tali. Io dissi "No". La nostra ospite chiese a Proust se aveva letto questo o quel passaggio dell'Ulisse. Proust disse: "No". E così di seguito.

Dopo cena, Proust prese il suo taxi con i suoi ospiti, Violet e Sidney Schiff, e senza chiedere il permesso Joyce salì con loro. Per prima cosa aprì il finestrino, poi accese una sigaretta: due gesti che potevano rivelarsi mortali per Proust. Durante il viaggio, Joyce guardò Proust senza dire una parola, e Proust parlò in continuazione senza rivolgere una parola a Joyce. Quando arrivarono all'appartamento di Proust, in rue Hamelin, Proust prese da parte Sidney Schiff e disse: "per favore, chiedete a Monsieur Joyce di permettere al mio taxi di portarlo a casa". E il taxi fece così. I due non si sarebbero incontrati mai più.
Se il racconto ci sembra assurdo, è perchè si pensa a ciò che questi due scrittori avrebbero potuto dirsi. Non è poi così raro che una conversazione muoia sul nascere, ma è più sorprendente e molto più spiacevole che questo avvenga agli autori dell'Ulisse e della Recherche seduti insieme sotto gli stessi lampadari del Ritz.” (la precedente citazione è tratta dal bellissimo sito monografico di Gabriella Alù dedicato a Proust: www.marcelproust.it)
Proust conobbe anche: Boni de Castellane (nella “Ricerca” viene chiamato marchese di Saint-Loup), Sarah Bernardt, Andrè Gide, Gabriele d’Annunzio (durante il suo ‘esilio volontario’, in realtà una strategica fuga dai creditori).

Sul dandismo di Marcel Proust, articolo di A. Sperelli.


Marcel Proust ritratto da Jacques Emile Blanche

Proust e il conte Montesquiou (a sinistra, in primo piano) in un disegno dell’epoca