Carlo Rampazzi
(1949)
CARLO RAMPAZZI: L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'IMPREVISTO
Carlo Rampazzi, creativo, architetto e designer, cade sulla Terra ad Ascona nel 1949. E’ certo d’essere stato, in un’esistenza remota, non un cittadino della Confederazione elvetica, ma un sacerdote dell’antico Egitto.
In questa vita con passaporto svizzero, inizia giovanissimo ad occuparsi di case e di mobili e si diploma in interior decoration a Lugano e a Parigi. Cosmopolita per vocazione, viaggia per souk, cattedrali, grandhotels, wagons lits, bric à brac, grattacieli, isbe, milonghe e Concorde in giro per il mondo, e con quello che incontra, mastica, annusa e sedimenta arreda magioni massimaliste e smaccatamente anti minimal in Europa, America ed Estremo oriente.
Già nel 1980, in anticipo di vent’anni su quel trend anticonformista che più tardi sarà battezzato «mix and match», rielabora lo stile classico distillandolo in una serie di collezioni neoeclettiche: nel 1987 presenta La Nuova Tradizione e nel 1988 la Stanza per Colonne con Alessandro Mendini per Il Piacere di Abitare. Nel 1990 progetta invece una preziosa serie di appliques in gesso in omaggio a quattro maestri dell’arte contemporanea, De Chirico, Man Ray, Matisse e Picasso. Infine torna ad occuparsi dei mobili e firma una sfilata di collezioni a tema: L’età dell’oro (1989), Spazialismi (1991), Collezione Blu (1993), Passe-Partout (1994), Africa (2000), 08 (2003), esposta alla penultima edizione del Salone del mobile di Milano: quest'ultima raccolta di arredi, in particolare, vuole essere una sintesi depurata delle sue precedenti collezioni (in totale nove), e nasce dall’esigenza di dare forma a un decorativismo sensuale da cui affiora in modo netto la passione per la storia dell’arte e per personaggi eccentrici e visionari come il decoratore francese Emilio Terry.
Del resto, da quando disegna mobili, suppellettili e complementi d'arredo, Carlo Rampazzi ha sempre sostenuto di vestire le case come veste se stesso: senza un stile imparentato con un’epoca o con una moda, ma abbondando con materiali e dettagli insoliti, che spaziano dal mosaico di conchiglie barocche alle frange in pelliccia di volpe, dai rivestimenti in vernici fluorescenti agli intagli in legni africani aromatici. Per questo i suoi arredi - spesso si tratta di pezzi unici e di tirature limitate - non sono mai legati alla destinazione d’uso: sono creazioni apolidi, emotive e volubili, indispensabili nella talora assoluta e sbrigliata afunzionalità. E capaci di cambiare la vita a chi abita con loro, come ha dimostrato - da ultimo - la collezione Wit & Humour, una formula che sintetizza le parole "brio", "intelletto", "genio" e "umorismo", sorta di fari che rischiarano il buio di un'epoca in cui la creatività troppo spesso si trasforma in piatto revival del passato.
Con Wit & Humour e altre nuove collezioni, progettate a quattro mani con il decoratore Sergio Villa e presentate al grande pubblico al Salone del mobile di Milano nell'aprile 2004, Rampazzi esce definitivamente dalla logica dell’arredo silenzioso e monocolare e scivola nel regno di un cromatismo elaborato, fondato sui toni acidi e luminosi, come se fossero filtrati adallo specchio incantato che introduce Alice in una nuova Designland.
Per questa raccolta di tavoli, cassettiere, pouf, consolles, poltroncine, i colori dominanti, insieme al panna variegato dei drappeggi, sono il verde geco, il ciclamino, l’arancio, il corallo, il turchese: tinte che scaldano e energizzano il legno, il cristallo e gli imbottiti. Sfumature fluo da make up Seventies e brividi cromatici da sorbetto marziano che si abbinano alle velature dello stucco in una libera associazione di generi, epoche e geografie: l'essenza stessa della contemporaneità.

• Ulteriori su Carlo Rampazzi ai siti: www.crandsv.com e www.selvaggio.ch