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Julien Sorel
da Il rosso e il nero (1830)
di Stendhal
Lo sdegnoso rifiuto del mondo richiede delle rendite.
Ed è con questo principio che Julien Sorel, uomo sorto dall’estrema povertà della sua condizione di figlio del popolo, tenta la scalata sociale entrando nell’unica cerchia in cui le possibilità di successo, sotto la Restaurazione, erano sostanzialmente intatte: la chiesa – rappresentata dal nero del titolo, laddove il rosso simboleggia l’esercito, casta tramontata nella quale in precedenza ogni giovane popolano aveva possibilità di carriera (a detta di Napoleone).
La chiesa è dunque ora l’unica via di promozione sociale per chi, come Julien, si trova senza mezzi o appoggi, ma non privo di ingegno e ambizione, e desideroso di rivalsa. Tale scalata non è tuttavia da interpretare come un’arrampicata carrierista: il parvenu, infatti, reagisce alla sua povertà con ipocrisia, mentendo a se stesso ed amputandosi ogni passione che non sia strettamente utile al conseguimento dello scopo principale.
Al contrario, Julien non si converte ai valori borghesi della società di cui vuole comunque far parte, esigendo un riconoscimento della sua dignità e dei suoi meriti, ma ne accetta solamente le regole del gioco. Egli continua a sognare la Rivoluzione ed a venerare Napoleone, procedendo nel capo nemico fingendosi uno di loro.
La vanità di Julien non risparmia nemmeno le donne: desideroso di dimostrare a se stesso (per tutto il romanzo Julien rimane sostanzialmente un uomo del tutto solo) d’essere in grado di affermarsi sul nemico di classe, riesce a sedurre la Signora de Renal dei cui figli è precettore. In altro senso è da considerare la relazione con Mathilde de la Mole, ragazza segretamente ribelle al pari di Julien, che rifiuta la fatua aristocrazia di cui per nascita fa parte, sognando un “nuovo Danton” e concedendosi a Julien credendolo un promettente eroe; il narcisismo di quest’ultimo tuttavia non è soddisfatto dal superficiale amore di Mathilde, poiché esige da essa una passione totale, che saprà d’aver suscitato solamente nella Signora de Renal, quando sarà però troppo tardi per una effettiva riconciliazione.
Julien Sorel conosce il dandismo durante un viaggio a Londra; entrato in contatto con la giovane nobiltà inglese e russa (nella persona del Principe Korasoff) ne assimila le massime e i precetti: “Siete un predestinato, caro Sorel: voi avete per natura quell’aria fredda e lontana mille miglia dalla sensazione presente che noi cerchiamo in tutti i modi di assumere”. O anche: “Dovete sempre fare il contrario di quello che ci si aspetta da voi”. Ed ancora: “Quando si compiono dei delitti, bisogna almeno compierli con piacere: solo così sono tollerabili, e possono essere almeno in parte giustificati” (Questo ricorda un’altra massima, di Max Beerbohm, che recita “Il dandismo ha delle leggi proprie e non ne riconosce altre”).
Tempo dopo, incontrando durante una passeggiata a cavallo il Principe Korasoff, Julien viene ironicamente rimproverato in tale maniera:
“Sembrate un trappista. Esagerate le regole della gravità che vi ho insegnato a Londra. Una faccia triste non può essere di buon gusto: bisogna avere un’aria annoiata. Se siete triste significa che qualcosa vi manca, che qualcosa non vi è riuscito. E ciò equivale a dichiararsi in una condizione di inferiorità. Invece, se siete tediato, è inferiore ciò che ha tentato invano di piacervi. Sicché, mio caro, cercate di capire quanto sia grave il vostro errore”.
Julien gettò uno scudo al contadino che li ascoltava a bocca aperta.
“Bene – disse il Principe – il vostro gesto era fatto con grazia, con nobile disdegno! Molto bene!”
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La moda ai tempi di Stendhal