Introduzione
Alain Leroy
Andrea Sperelli
Barone di Charlus
Jean Floressas Des Esseintes
Dorian Gray
Olivier d'Orsel
Jay Gatsby
Lafcadio
Sherlock Holmes
Hercule Poirot
Julien Sorel
Tonio Krögher
Lord Peter Wimsey |
Andrea Sperelli
da Il Piacere (1889)
di Gabriele d'Annunzio |
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Andrea Sperelli Fieschi d’Ugenta è stato il più
delle volte identificato come la chiara e semplice trasposizione
letteraria del suo creatore, Gabriele d’Annunzio. D’Annunzio
scrisse Il Piacere nel 1889, durante i suoi anni “romani”,
ed in esso romanza tutti i frutti delle sue esperienze, sociali
e sentimentali, ma con una nota in più: Andrea Sperelli è
infatti anche l’incarnazione di un primo ideale d’Annunziano,
se vogliamo un po’ snobistico, ma sofferto ed infine, in parte,
raggiunto; difatti Sperelli è un uomo distinto, che ha fascino
e sa come usarlo, proprio come il suo autore. È giovane,
elegante, raffinato e piacente, ma è pure – e non come
d’Annunzio – nobile, ricco e alto di statura; come lui
è un intellettuale, ma Sperelli oltre che poeta è
anche ottimo disegnatore ed incisore. Diversamente da d’Annunzio,
Sperelli è libero da vincoli coniugali e da obblighi familiari.
Ha facile accesso ai riti mondani, ai salotti ed ai ricevimenti:
ma Sperelli è uno spettatore tollerato, mentre d’Annunzio
è un cronista. Per il resto comunque i due personaggi (perché
di questo infine si parla) si somigliano in tutto. Tuttavia (non
si sa se per scrupolo ipocrita o per reale cambiamento) d’Annunzio
prese una posizione antagonista rispetto al suo Sperelli; e già
nel romanzo non mancano le critiche negative. In una lettera all’editore
Treves lo definisce “un libro pieno d’un’alta
moralità”, e Sperelli diviene “un mostro”
sul piano “morale”. Di fatto Sperelli, quel “giovin
signore” del XIX secolo corrotto e sensuale e debole assai,
moralmente parlando, diviene sempre più cinico e perverso.
Tuttavia Ciani ha rilevato l’atteggiamento “sforzato
e occasionale”, “moralistico e non morale” di
d’Annunzio nelle critiche al suo doppio letterario.
Con il descrivere tutte le presunte “mostruosità”
di Sperelli, d’Annunzio finisce paradossalmente per ingigantire
e quindi per nobilitare se non legittimare il suo egoismo, la sua
sensualità, il suo estetismo ed il suo cinismo. Così,
a furia di insistere nella descrizione, Il Piacere finisce per divenire
un autentico monumento celebrativo.
Ad ogni buon conto, proprio nell’ambiguità che caratterizza
il protagonista risiede il suo fascino permanente di eroe negativo
quanto mai. Dal punto di vista letterario non è nemmeno analizzabile:
Andrea Sperelli rimane a cavallo tra il tipo del “vinto”
caro ai veristi e dell’“inetto” destinato a trionfare
nei decenni successivi, ed ancora, incarnazione di quel “superuomo”
che diverrà caratteristico dei successivi romanzi dannunziani.
In seguito d’Annunzio avrà modo di forgiare altri protagonisti,
tutti più o meno simili a lui, ma nessuno sarà mai
ricco e vivo come Andrea; ricco e vivo proprio come lo era il suo
giovane autore, caratterizzato dall’ingenuità propria
del dandy ancora alle prime armi, e dalle sue contraddizioni: cinico,
falso e immorale, ma anche sentimentale e sensibile, egoista e sensuale,
aguzzino e vittima, capace di fare il male ma anche di lasciarsi
sedurre dal fascino dei suoi stessi inganni con cui tenta di mascherare
la propria miseria morale.

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