Erich von Stroheim

(1885-1957)

La storia di questo dandy ha origini incerte e misteriose. Approdato alla California nel 1909 senza un soldo in tasca, immigrato direttamente dall’Austria, si presentò alla frontiera come Conte Erich Oswald Hans Carl Maria Stroheim di Nordenwald, ex-ufficiale della cavalleria dell’esercito asburgico. Dopo essersi provato in diversi mestieri, dai più umili ai più insospettabili, von Stroheim fece il primo passo come aiuto regista in un mondo che da allora in avanti sarebbe stato il suo solo habitat naturale. Divenne aiutante del regista D.W. Griffith, collaborando alla realizzazione di diversi capolavori del muto, come Nascita di una nazione, Intolerance, Cuori nel mondo.

Le sue origini apparentemente nobili e militaresche, unite ad un contegno fuori dal comune ed un guardaroba sapientemente curato, gli valsero da subito la nomea d’esperto in cose militari e di parata. Le divise e i corpi militari erano la sua specialità: conosceva ogni reggimento, medaglia e mostrina più di quanto uno scenografo o un costumista americani sognassero. Partecipò pure come attore, interpretando piccoli ruoli di poco conto, quasi sempre come ufficiale meschino o spia tenebrosa.
In qualità d’attore fece scalpore in Hearts of the World (1918, di Griffith) interpretando un soldato tedesco che, durante la prima guerra mondiale, stuprava una crocerossina gettando fuori dalla finestra un neonato che lo disturbava con il suo pianto. Il tutto con un ghigno orribile che da allora in avanti il pubblico avrebbe rivisto spesso…
In concomitanza alle partecipazioni cinematografiche, Stroheim si dilettava nella scrittura di romanzi e soggetti di scena: con uno di questi riuscì a convincere il produttore C. Laemmle a commissionargli la regia per il suo primo lungometraggio: Mariti ciechi (Blind Husbands, 1918, conosciuto anche come La legge della montagna). Una storia che si sviluppa intorno a una presunta relazione tra la moglie di un medico americano e un ufficiale austriaco (interpretato dallo stesso Stroheim), tutti – medico, moglie e ufficiale – in vacanza a Cortina d’Ampezzo. L’epilogo, drammatico, si consuma durante una scalata in montagna, quando il medico minaccia il giovane ufficiale, e costui, per paura, confessa un adulterio in realtà mai avvenuto.
Fin da subito si delinea chiaramente il tipo di personaggio che Stroheim interpreterà da specialista, ovvero da caratterista, per quasi tutta la vita; il prototipo è l’ufficiale austriaco Erich von Steuben: freddo, calcolatore, egoista e soprattutto perfido seduttore. Sempre in divisa, il cranio rasato, i capelli più lunghi sulla sommità del capo impomatati e divisi da una scriminatura, il disorientante monocolo, il ghigno beffardo dipinto sul volto abbronzato, le lunghe sigarette… Uno stile impeccabile unito ad una crudeltà senza limiti.

Maniacale, tirannico, atroce: von Steuben ritornerà con un altro nome ed un’altra nazionalità in un altro film che, sebbene non avesse niente a vedere con Mariti ciechi, ne riprendeva tuttavia la tematica e, soprattutto, le caratteristiche del mostruoso protagonista: Femmine folli (Foolish wives, 1921), secondo e più bel film di Stroheim, galvanizzato dal successo e dallo scandalo provocato dal primo. Se il cattivissimo von Steuben dimostrava ancora un barlume d’umanità nelle ultime scene di Mariti ciechi, il Conte Sergius Karamzin valse a soprannominare dal pubblico e dalla stampa il suo interprete come: “L’uomo che amereste odiare.”
Il secondo film fece scandalo ancor più del primo: non solo l’erotismo di certe scene era di un genere ben troppo torrido per l’epoca, ma la donna che si lasciava sedurre dal nobile russo era nientemeno che la moglie del diplomatico americano sbarcato a Montecarlo in breve visita.
Indimenticabile la scena in cui Karamzin, abbigliato di tutto punto, inguainato nella sua divisa bianca, cappello bianco a visiera, spadone, stivali lucidi come specchi e monocolo di rigore, esce sulla terrazza dell’albergo in cui soggiorna la bella moglie del diplomatico, la quale sta leggendo una rivista su di una sedia a sdraio. La posizione della ragazza le lascia scoperte le gambe sino al ginocchio, cosa che l’ufficiale russo non manca di rimarcare ostentatamente, sorridendo odioso verso la donna – la quale, dal canto suo, tenta di coprirsi le ginocchia con gesti goffi fingendo di non vederlo, sino a quando un boy dell’albergo non annuncia a gran voce tutti i titoli nobiliari e cariche militari dell’aristocratico russo, cosa che non manca già da subito di impressionare l’ingenua fanciulla. Lei però ovviamente non sa che Karamzin è a caccia di denaro e di avventure, ed unico suo piacere è sedurre, rubare e… abbandonare. Che gli altri siano d’accordo o no.
In un’altra sequenza scopriamo che la domestica russa in servizio da Karamzin da dodici anni ha “piacere”, ogni tanto, di farsi strapazzare dal suo crudele padrone – il quale le ha promesso da lungo tempo un matrimonio che, inutile dirlo, non ha assolutamente intenzione di celebrare. Senza denaro, Karamzin scopre che la domestica ne ha invece risparmiato parecchio e, ricordandole la promessa del matrimonio (che però non può annunciare essendo indebitato), finge di piangere coprendosi il viso con una mano e lasciando gocciolare l’altra, bagnata d’acqua, sulla tovaglia; nel vedere le “lacrime” la povera illusa corre a prendere tutti i suoi risparmi per donarli fiduciosa al conte – che li andrà a giocare al casinò la sera stessa.

La crescente attenzione per il dettaglio, assolutamente maniacale, e il conseguente aumento dei costi e della durata dei tempi di ripresa, furono sempre causa di problemi con gli studi di produzione. Si dice che durante una ripresa abbia avuto un accesso d'ira perché un campanello non funzionava (nonostante si trattasse di un film muto). Un'altra volta fece ripetere un'impegnativa scena di massa perché un cameriere sullo sfondo non indossava guanti bianchi.
I suoi costosissimi film, oltretutto, non piacevano alla produzione: a causa della durata eccessiva e delle molte scene un po’ “sopra le righe”. Durante la lavorazione di Sinfonia nuziale (The wedding march, 1928) Stroheim decise di introdurre una scena ambientata in un bordello. Conosciuto come un regista tirannico capace di tenere i suoi attori davanti alla cinepresa per intere giornate su di una sola scena, Stroheim radunò in un teatro di posa tutti gli attori e le attrici utili (gli uni vestiti in alta uniforme austriaca, le altre semplicemente poco vestite) e ve li tenne rinchiusi per lunghissimo tempo. Quando le comparse uscirono si trovò che presentavano lividi sulle braccia e bruciature, alcune piangevano, nessuna di loro voleva dire che cosa fosse capitato.
La leggenda dello Stroheim dedito alle orge con le attrici e il suo staff ha origine da quest’episodio, che comunque, in quanto a bizzarria, non rimase isolato. Una volta pretese, per ragioni di realismo cinematografico, che tutti gli ufficiali di Sinfonia nuziale disponessero di mutande in seta con le iniziali ricamate a mano. La cosa non divertì affatto la produzione, che gli negò ovviamente tale richiesta.

È a partire da La regina Kelly (Queen Kelly, 1929)che ha inizio l’ingrato destino dell’intera carriera di Stroheim, che lo accompagnerà fino alla fine del periodo muto e che gli sbarrerà definitivamente le porte di Hollywood. La produttrice e prima attrice Gloria Swanson, un po’ terrorizzata e un po’ frastornata dall’eccentrico austriaco, lo cacciò dal set cinematografico, facendo fare le ultime scene mancanti del film da un altro regista meno noto (nel frattempo era appena nato il cinema sonoro, cosa che imbarazzava non poco le lavorazioni mute, di colpo obsolete). La pellicola fu un fiasco, anche se la sequenza in cui la Swanson perdeva le mutandine di fronte ad un distaccamento intero della cavalleria reale non mancò di fare il suo effetto: come gesto disperato, la protagonista gettava l’indumento intimo in faccia al cinico principe Wolfram (questa volta non interpretato da Stroheim: la produzione glielo aveva vietato, imponendogli Walter Byron) il quale, per divertire i commilitoni, scandalizzare le suore e irritare l’eroina, le odorava voluttuosamente, ficcandosele poi in tasca.
Von Stroheim godrà di un trattamento singolare ben oltre la soglia della nuova tecnica, per lo più accompagnato dalla fama di «cinéaste maudit», di diabolico frequentatore delle zone più oscure della storia del cinema (l’unico suo film sonoro, Walking Down Broadway, 1933, gli viene tolto dalle mani, interamente rifatto con la regia di A. Werker e distribuito con il titolo di Hello Sister).
Perché questo esilio forzato?
Le ragioni erano più di natura economica che morale; i suoi film costavano il triplo di quanto dapprincipio promesso alla produzione, che spesso non si fece vergogna dall’escludere il maniacale dandy dall’allure teutonica dalla lavorazione dei suoi stessi film, facendoli poi terminare ad altri, ed apportando tagli spaventosi.
Stroheim non venne mai più richiesto alla regia: Hollywood gettò via così uno dei suoi più grandi artisti.
Fino alla sua morte, avvenuta nel 1957, Stroheim interpretò come semplice attore più o meno sempre la stessa parte, con la classe che lo contraddistingueva, in diversi altri film, alcuni di scarso valore ed altri di maggior rilevanza. Ricordiamo La grande illusione (La grande illusion, 1937, di Jean Renoir), in cui è un ufficiale nazista; e Viale del Tramonto (Sunset Boulevard, 1950, di Billy Wilder), in cui interpreta una tragica caricatura di sé stesso.
Molti dei film nei quali apparse negli ultimi anni della sua esistenza furono girati in Francia; Stroheim si era innamorato di Parigi ed aveva acquistato un piccolo castello alle porte della città dove viveva con la moglie. Fece vita grama durante il secondo conflitto mondiale, in quanto era sulla lista nera dei tedeschi a causa dei ruoli che interpretava e, pare, per via delle sue origini ebree.

La tematica dei film di Stroheim è certo tra le più perverse del cinema muto americano di quel periodo; i suoi personaggi sono sempre nobili decaduti, senza un soldo in tasca e costretti a compiere gesti assolutamente immorali pur di continuare a vivere nel loro lusso dispendioso, cosa che in effetti garba loro assai. Il nostro aveva visto e vissuto la caduta dell’aristocrazia europea, sapeva da dove venivano tutti quei gagà e quelle femme fatale che popolavano i film a lui contemporanei. Il tramonto di tutta un’era si stava compiendo, irrimediabilmente, in quel periodo e Stroheim ne fu l’eccellente testimone. Con un po’ di sadomasochismo in più, forse.

Solo recentemente si è venuto a sapere che Erich von Stroheim era invero figlio di un cappellaio austriaco, e che non solo non era mai stato ufficiale di cavalleria, ma che era stato rifiutato all’ingresso dell’Accademia Militare.

Su You Tube possiamo vedere alcuni estratti da:
- Mariti ciechi (1818)
- Femmine folli (1921)
- Sinfonia nuziale (1928)


Mariti ciechi Vedova allegra






Femmine folli Femmine folli


Femmine folli Femmine folli