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 Lord Peter Wimsey 
Lord Peter Wimsey
dai romanzi e racconti (dal 1923)
di Dorothy Sayers
Dorothy Sayers, nata ad Oxford nel 1893, fu – oltre che tra le prime donne a laurearsi nella prestigiosa università inglese – la grande signora in giallo del primo Novecento, sorpassata per fama solo dall’amica Agatha Christie.
Forse poco conosciuta in Italia, è tutt’ora letta appassionatamente da centinaia di inglesi, i quali non perdono occasione di organizzare festività in occasione d’ogni ricorrenza della più minima bazzecola della vita della scrittrice. Se la Christie fu la creatrice dell’investigatore Poirot, una buffa caricatura del dandy demodé, la Sayers seppe imporre a numerosi dei propri scritti un solo protagonista: Lord Peter Wimsey Delagardie, un dandy frivolo e dalla battuta facile, ben poco caricaturale come invece appare il suo concorrente belga.
Autore di “Brevi note sulla collezione di incunaboli” (egli ne possiede una vasta raccolta, che ama sfogliare aiutando la concentrazione con piccoli sorsi di prezioso porto d’annata) e di “Vademecum dell’assassino”, Lord Peter è un abituale frequentatore di club londinesi, quali il Malborough, il Bellona, e l’Egoist’s…
La Sayers è prodiga di informazioni riguardo il suo personaggio: ne compila una breve biografia, una curriculum, e non manca di descriverlo spesso all’interno dei suoi libri; quale sintomo più evidente di un’incondizionata ammirazione per la propria sofisticata creatura?
Per mano dello zio di Lord Peter, Paul Auster Delagardie (ovviamente, si tratta sempre della Sayers) veniamo a conoscenza dei fatti fondamentali della vita del damerino: nato nel 1890, a causa di vari problemi famigliari passò la sua giovinezza con lo zio stesso (il quale si vanta d’avergli insegnato a conoscere i vini). Da giovane era esile e pallido, inquieto e birichino, troppo sveglio per la sua età: insomma, da manuale. Con grande costernazione del padre, crebbe con la passione per i libri e la musica, ma aveva occhio pure per il pallone e l’ippica (con vago sollievo del padre sopraccitato). Se non fosse stato eccellente in questi sport, oltreché nel cricket, i compagni di scuola avrebbero continuato a definirlo “frivolo”, trattandolo come una specie di pagliaccio. Divenne così ben presto alla moda – atleta, studioso, arbiter elegantiarum, nec pluribus impar. Gran parte del merito andava al cricket, è palese.
Lo zio lo mandò poi a Parigi, dandogli istruzioni di fondare le sue relazioni su solide basi commerciali, assicurandosi che finissero di comune accordo, con generosità da parte sua. Dal 1901 Lord Peter si rese conto del proprio evidente fascino, ed iniziò ad usarlo, in maniera lecita e meno lecita; nessuna donna ebbe mai a lamentarsi, e tuttavia il Lord si dava troppe arie, riuscendo vagamente insopportabile perfino agli occhi del protettivo zio. Tale affettazione catturò l’interesse di una diciassettenne, come spesso avviene in questi amabili cliché. I due, pazzi d’amore, volevano sposarsi ma la cosa non andò in porto: i parenti di lui ritardavano appositamente il benestare, fino a quando non scoppiò la guerra; Peter partì per il fronte e la ragazza pensò bene di sposarsi con un altro: la notizia sconvolse il giovane ingenuo e, con la ferma intenzione di farsi ammazzare, si impegnò più a fondo nel conflitto bellico; saltò in aria per lo scoppio di una granata ma l’incidente, anziché ucciderlo, gli procurò solo un congedo permanente e un forte esaurimento nervoso. Tornato dunque in patria, nel 1918, si stabilì a Piccadilly col suo fedele maggiordomo Butler (già suo sergente sul campo), e rimise insieme i pezzi della sua vita.
Da giovane aristocratico appariscente quale era prima della partenza, Lord Peter era tornato con un’aria più rilassata, “adottando un’impenetrabile frivolezza di maniera e una posa da dilettante: in pratica era diventato un vero attore”. Sfuggiva con garbo dalle trappole tesegli dalle londinesi in età da marito, e si fece fama di vivere come un’eremita. Lo zio ci confessa tuttavia che si trattava, anche qui, di una posa ben studiata. Questi, preoccupato tuttavia dello stato di ozio permanente del nipote, lo invitò a crearsi un interesse, cosa che accadde durante “lo scandalo degli smeraldi Attenbury”. Lo zio di Lord Peter non ci fornisce informazioni al riguardo: fatto sta che fu in detta situazione che il dandy emerse per acume e senso investigativo.
In questo modo Doroty Sayers traccia in poche pagine un vivace ritratto del suo personaggio, che necessariamente deve unire fascino e valenti capacità da detective; i romanzi lo vedono già quarantacinquenne, sobrio, azzimato, trasudante freddo humor britannico.

Dialogo di Lord Peter Wimsey con il suo maggiordomo:
“Sei sicuro che questo vestito vada bene, Bunter?” chiese ansioso Lord Peter.
Era un comodo abito da passeggio, di tweed, un po’ più vivace – per colore e disegno – rispetto ai vestiti che indossava di solito. Non era inadatto alla città, ma aveva un vago sentore di colline e di mare.
“Voglio apparire avvicinabile – continuò – ma certamente non vistoso. Non posso fare a meno di chiedermi se quella striscia di verde invisibile non sarebbe stata più bella in rosso pallido”.
Questo suggerimento parve sconcertare Bunter. Ci fu una pausa di silenzio, in cui egli visualizzò una striscia rosso pallido. Alla lunga, comunque, il vacillante equilibrio della sua mente sembrò ristabilirsi definitivamente.
“No, milord – disse convinto – Non penso che il rosso lo migliorerebbe. Interessante, sì, ma, se posso esprimermi così, decisamente meno affabile”.
“Grazie al Cielo! – esclamò sua signoria – sono certo che tu abbia ragione. Hai sempre ragione. E sarebbe stata una seccatura cambiarsi adesso. Sei sicuro di aver rimosso le tracce di nuovo, vero? Detesto gli abiti appena fatti”.
“Sicuro, milord. Garantisco a sua signoria che i capi di vestiario paiono tutti risalire a parecchi mesi fa”.
“Ah, d’accordo. Bene, dammi il bastone da passeggio con il regolo inciso, e dov’è la mia lente?”.
“Eccola, milord”. Bunter tirò fuori un monocolo, del tutto innocente a vedersi, che era in realtà una potente lente d’ingrandimento. “E la polvere per le impronte digitali è nel taschino destro di sua signoria”.
“Grazie, Bene, ci siamo, penso. Ora esco […]”.

(dal libro: Lord Wimsey e il mistero del Bellona Club, Donzelli Editore).


L'attore inglese Edwar Petherbridge interpreta Lord Wimsey
in una serie tv degli anni '80



Un'illustrazione originale del 1926 di John Collier, ritraente Wimsey