Lo Studio di
A. Sperelli
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Lo Snob
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La "Divisa Estetica"
Fiore all'occhiello
Il Bastone da passeggio
Yellow Book & Savoy
Caricature
Marchesa Casati
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IL DANDISMO DI MARCEL PROUST
Brani ed opinioni a dimostrazione di una tesi di Massimiliano Mocchia di Coggiola
Mi è stato cortesemente chiesto, meno di tre settimane fa,
di redarre un trattatello, o saggio che dir si voglia, per sostenere
la tesi non solo mia secondo la quale Marcel Proust,
il famoso autore della saga de "Alla ricerca del tempo perduto",
sia stato un autentico dandy.
Tale richiesta mi è stata posta dalla gentilissima Gabriella
Alù, che molti sapranno ideatrice e curatrice del presente
sito dedicato allo stesso Proust ed al suo mondo (www.marcelproust.it).Ora,
a scanso dequivoci, non intendo promettere nulla
chio non possa mantenere; non vi prometterò né
la brevità di questo trattato, che inizialmente aveva la
pretesa desser leggero e poco impegnativo, e neanche prometterò
di saper dimostrare fino in fondo la fondatezza di questa tesi
che in realtà, nonostante la frivola apparenza che
può indurre i meno curiosi od esperti ad unironico
sorriso, si dimostrerebbe, o potrebbe dimostrarsi, fulcro di comprensione
di personaggio che fu vero protagonista del proprio tempo. Ma, come
dicevo, non ho la pretesa di dimostrare per certo alcunchè,
non essendo io uno studioso né un esperto, ma nulla più
che un semplice appassionato, che qui arrossirà, è
vero, nel momento in cui vi dichiarerà daver letto
per intero solo i primi due volumi (titolati "Dalla parte di
Swann" e "Allombra delle fanciulle in fiore")
della famosa saga della Recherche, e di questa nulla altro ancora,
più per scarsità di tempo a disposizione che per altro.
Ma su di essa, posso dire a ragione daver letto abbastanza,
e, più di tutto, sullautore stesso, giacchè
era costei che veramente minteressava, quale profondo analizzatore
duna intera epoca, nel momento più alto del suo dorato
ed idillico decadimento. Quale attento osservatore, con una conoscenza
della psicologia umana (e tutto questo senza Freud, pensate un po!)
sorprendente che gli consentiva di cogliere già addirittura
in anticipo, e nei minimi dettagli, le diverse reazioni che un discorso,
una parola, unimmagine od una lettura avrebbero provocato
in ogni diverso soggetto umano, Marcel Proust potrebbe senza difficoltà,
già solo per questo motivo, avvicinarsi di molto alla perlacea
bolla irridescente che fa volteggiare i dandies sopra le teste dei
comuni borghesi, col il naso per aria, le bocche spalancate come
tanti ridicoli pesci, tutti intenti nello sforzo di distinguere
i profili dei bizzarri personaggi che si librano indifferenti sopra
le loro teste.Per comodità, o forse dovrei dire per pigrizia,
citerò di seguito i testi dai quali estrapolerò frasi
o a volte brani interi, per non dover compiere ogni volta la stessa
azione dopo ogni citazione, come solitamente è usuale fare.
Prima di tutto, sarà opportuno citare Giuseppe Scaraffia,
quale eccellente autore di trattati sul dandismo, come "Il
dizionario del dandy", e, da poco pubblicato dalle eleganti
edizioni Sellerio, il volumetto "Gli ultimi dandies";
probabilmente non citerò direttamente questi due testi, ma
trovo utile menzionarli comunque dato largomento che ci interessa
ora. Dello stesso autore ricorderò pure la biografia di Proust,
intitolata per lappunto "Marcel Proust", la quale
mi sarà, nonostante le apparenze, relativamente poco utile
allo scopo, per condurvi nel ragionamento, o piuttosto nellesposizione
di fatti, che voglio portare avanti a favore della piccola tesi
di cui allinizio; in questo Scaraffia si
limita infatti a raccontare in successione gli avvenimenti della
vita del grande scrittore, ma fornisce pochi aneddoti che potrebbero
risultare esserci veramente utili. Ma, alla fine del testo, lo stesso
autore fornisce numerosi brani di libri od interviste di personaggi
che conobbero Proust o gli furono sinceri amici, e questi si riveleranno
più utili allo scopo. In particolare, un brano di Paul Morand,
uno di Fernand Gregh, ed uno di Jacques Emile Blanche, il pittore
che gli fece il famoso ritratto con la cravatta tortora, consigliatagli
da Oscar Wilde in persona.
Ancora, la biografia di Robert de Montesquiou-Fezensac (da non confondesi
col filosofo, che a differenza di questo si scrive "Montesquieu"),
intimo amico di Proust, intitolata naturalmente "Robert de
Montesquiou", scritta con una verve ammirevole e con una approfonditissima
conoscenza degli eventi (alcuni vissuti in prima persona) che non
lascia adito a dubbi dal fu Philippe Jullian, anche pittore
e critico darte. Pure, il libro che raccomando a chiunque
volesse saperne un po di più sullargomento specifico,
"George Brummel e il dandismo", di Barbey dAurevilly,
che conobbe Lord George Bryan Beau Brummel in persona.
Non dimenticherò neanche "Oppio", sorta di diario
di bordo del grande poeta, scrittore, pittore, cineasta e
dandy Jean Cocteau, che scrisse quando si trovava in clinica di
disintossicazione, e nel quale dedica un breve capitolo a Marcel
Proust, che conobbe in prima persona, e del quale fu intimo amico
per lunga data fino al 1922, anno della morte di Marcel.
Ancora di Cocteau, "La difficoltà di essere" potrà
essere utile, così come i suoi "Ritratti ricordo",
questultimo vero ricettacolo ironico di descrizioni di ambienti
e situazioni fin-de-siecle.Ed è proprio dal rapporto tra
Proust e questultimo artista che vorrei iniziare; entrambi
ammiratori di Robert de Montesquiou (del quale non mancherò
di parlare in seguito), furono assai soggiogati dal fascino di questultimo
come del resto lo fu quasi tutta la buona società
francese della fine dellOttocento. Essi non mancavano mai
di cenare insieme per poi recarsi, debitamente infagottato luno
nella sua spessa pelliccia per timore daggravare lonnipresente
asma, ed austeramente incravattato laltro, coi folti capelli
neri e ricciuti stirati ed allisciati, che in seguito lascierà
liberi di aggrovigliarsi alla sommità del cranio, con una
attenta riga di lato. I due uomini andavano spesso a vedere gli
allora famosi Balletti Russi, dei quali lideatore ed impresario
era Serge de Diaghilev. Il primo ballerino attirava lattenzione
dei due amici, entrambi (qualità questa che si riscontra
in molti dandy) attenti alla bellezza fisica come a quella artistica
ed entrambi non mancheranno mai di paragonare le due cose,
di fonderle anzi, con il ritrovato amore per le sculture ed i dipinti
antecendenti allOttocento, che va ad incidere nelle descrizioni
dei personaggi (ad esempio ne "I ragazzi terribili" ed
in moltissimi disegni di Cocteau), o dei volti, per esempio, da
parte di Marcel: vedendo Odette, Swann non poteva far a meno di
pensare ai disegni dellimmortale Botticelli, e così
come nelle numerose desrizioni dambienti Proust riconosce
la mano felice di qualche pittore od incisiore celebre allepoca,
come allo stesso modo Gabriele dAnnunzio, ne "Il Piacere",
avrà cura, nelle descrizioni di volti ed ambienti, di ricollegarsi
a quadri impressionisti o rinascimentali (periodo che glera
assai caro); e tutto questo, involotariamente, per ironico rispetto
alla altrettanto ironica massima di Oscar Wilde: "Sono la Vita
e la Natura che imitano lArte, e non il contrario". Non
a caso cito Cocteau, dAnnunzio e Wilde, tutti indiscutibilmente
dandies, accanto a Proust, per far notare ancora una volta le analogie
che intercorrono tra questi e lautore in questione.
A cena poi Cocteau salterà sul tavolo del ristorante, in
piedi, infervorato dalla foga del suo discorso in cui elogiava le
capacità di Sergeij Nijnski, il primo ballerino dei Balletti
Russi; Proust ricorda così lepisodio: "Per coprirmi
di pelliccia e di morreo / senza dai larghi occhi versare nero inchiostro
/ come un elfo al soffitto, come uno sci sulla neve / Jean saltò
sul tavolo come Nijnski". Ma forse questo servirebbe più
a dimostrare il dandismo di Cocteau che non di Proust, se non fosse
per il fatto che questultimo non si scandalizzò affatto
dal salto sulla tavola dellamico, ma anzi ne rimase affascinato
ed ammirato, come infatti dimostra il fatto che detta poesia era
scritta quale dedica su di un libro regalato allo stesso Cocteau;
e così terminava la poesia: "Eravamo nel salone porporino
di Laruc / il cui oro, di dubbio gusto, mai si velava. / La barba
blandente ed irta di un dottore / ripeteva: la mia presenza è
forse incongrua, / ma se uno restasse, io sarei quello, / intanto
il mio cuore soccombeva ai colpi dellIndiana." Dove lIndiana
era laria alla moda, il tormentone, come oggi
la si userebbe definire.
La poesia, basata di per sé su di un fatto che per i comuni
borghesi non avrebbe nulla di poetico, sta a testimoniare ancora
una volta, a parer mio, il carattere dandy di Marcel Proust, per
cui era bello non ciò che piace, ma piuttosto ciò
che stupisce (sempre, però, con buon gusto). Ricordo la massima
di Baudelaire, altro noto dandy, che recita: "Il bello è
sempre ciò che è bizzarro". Allo stesso modo,
la poesiola di Proust fa parte di quella voglia, che è propria
dogni uomo catturato dalla Bellezza e dallArte, di far
coincidere, e confondere, Arte e Vita, fino al punto, se possibile,
deliminare totalmente la seconda. (Un dandy dun racconto
di Barbey dAurevilly dice: "Vivere? I nostri servi lo
fanno per noi", laddove lapparente snobismo è
potenzialmente infinitesimale, e presente solo a fini ironici, in
confronto al concetto puramente dandistico che esprime.
Lord Brummel, il primo di tutti i dandies, alla domanda dun
conoscente: "Quale è il vostro lago preferito?"
aveva rivolto insolentemente la domanda al proprio maggiordomo:
"Charles, quale è il mio lago preferito?", e quello:
"Credo sia il lago di [e qui diede un nome], signore".
E Brummel, tornando a rivolgersi allospite, gli ripetè
il nome del lago come se nulla fosse).
Questo è il periodo in cui Cocteau e Proust si spediscono
lunghe lettere, delle quali, più che il contenuto, è
assai più interessante il loro particolarissimo modo di porre
lindirizzo: "Fattorino, porta queste parole, e sbaràzzati
di loro, / al boulevard Haussmann 102, da Marcel Proust. // 102,
boulevard Haussmann, su! / Corri, fattorino, da Marcel Proust".
E Proust non mancava di rispondere per le rime, è
il caso di dire; e Cocteau, soddisfatto, dichiara in "Oppio"
che "la posta non se ne aveva a male. [
] Proust rispondeva
su buste ricoperte da zampe di mosca. In alessandrini descriveva
rue dAnjon, dal boulevard Haussmann fino al faubourg Saint-Honoré."
Da queste indicazioni in rima, si desumono ancora una volta due
caratteri fondamentali del dandismo: prima, ancora una volta, il
bisogno che ha ogni dandy di rendere lArte parte integrante
della propria vita, anche nelle cose più futili ma
non per questo meno importanti come laffrancatura duna
lettera, azioni che hanno comunque, ed è il lato più
evidente ed anche il secondo carattere dogni dandy, un chiaro
intento ironizzante, demistificatorio nei confronti della figura
del "poeta", così come generalmente è visto
dalla gente comune (Jacques Rigaut, un poco noto dandy dadaista,
arriverà ad esasperare tale distinzione tra coloro che sono
poeti davvero e coloro che non lo sono affatto ed indicatore
delle doti di questultimi è lalto apprezzamento
che questi ottengono dal pubblico scrivendo: "Voi siete
tutti poeti ed io sono dalla parte della morte"); è
quindi una ironia di fondo che pervade le azioni di Proust: demistificare,
ironizzare bonariamente su tutto e tutti, ma senza cinismo. Il sense
of humor, altro carattere essenziale del dandy, lo si riscontra
facilmente in parecchi piccoli avvenimenti della vita di Marcel
Proust, come ad esempio, sempre per rimanere nellambito Jean
Cocteu-Marcel Proust, lepisodio che ci racconta ancora una
volta lo stesso Cocteau. Egli, saputo che Marcel sarebbe dovuto
venire a trovarlo verso le undici di sera, corse al suo appartamento
arrivando però in ritardo di unora; scoprì che,
nonstante il proprio ritardo, Proust lattendeva nel corridoio
che dava sulla porta dellappartamento, seduto su di una cassapanca,
benchè la porta di Cocteau fosse sempre socchiusa. "
Marcel gridai, perché non sei almeno entrato
ad aspettarmi? Sai bene che la porta rimane sempre socchiusa.
Caro Jean [
], Napoleone ha fatto uccidere un uomo che
laveva aspettato a casa sua. Certo, io non avrei letto che
il Larousse, ma poteva esserci qualche lettera dimenticata, ecc
".
Il desiderio di stupire, di affascinare ancor prima che piacere,
è altro moto caratteristico del dandismo. La raffinatezza
portata allesasperazione, il gusto spiccato per una certa
teatralità, portarono Proust, con laggravarsi delle
sua malattia, a vivere chiuso tutto il giorno in casa, uscendo solo
la notte, per recarsi al ristorante o a qualche ricevimento. Quale
modo di vita migliore, per un dandy, luscire di casa solo
di notte giacchè Proust soffriva dinsonnia (
e a sentire lui era quasi un privilegio) perennemente in
frac? A tale proposito ricordo la sontuosa figura che faceva nel
suo "santuario" al Ritz, in cui Proust, chiuso in una
camera al pian terreno adiacente alla hall, al riparo dalla luce
solare e quasi totalmente al buio, se non per qualche candela sparsa
qua e là, che contribuiva a dare al tutto un aspetto misticheggiante
e misterioso ed egli, avvolto lo smoking nel suo mantello
da sera foderato di seta bianca, sommerso da cuscini cremisi a ricami
giapponesi, con incensi profumati agli angoli della stanza, attendeva
i suoi visitatori (annunciati dal "signor Olivier, il quale
rivestiva al Ritz un ruolo importante, era ad un tempo maggiordomo,
e confidente da tragedia". Quando Benoist-Méchin, che
racconta la sua esperienza con Proust al Ritz, chiede al signor
Olivier di vedere Proust, egli "gettò intorno a sé
uno sguardo spaventato, come se temesse che qualcuno mi avesse udito
pronunciare quel nome, e mi condusse nella camera occupata dallautore
di Swann") facendoli accomodare praticamente al buio su una
poltrona di fronte a lui; poi iniziava il suo monologo, che poteva
durare unora o anche più, durante il quale lospite,
storidito dagli incensi e dalla fioca luce, stupefatto dal viso
bianco e dalla voce melodiosa dello scrittore, non osava aprire
bocca (la desrcizione lho tratta dalla lunga testimonianza
di Jacques Benoist-Méchin). Ebbene, non so voi, ma giudico
questo atteggiamento tipico di tutti gli esteti decadenti fin-de-siecle,
e in special modo di tutti i dandies dellepoca. E se vi verranno
in mente Wilde, o dAnnunzio, o Baudelaire, o Des Esseintes
ebbene, sono tentato a credere che non si tratti di una pura coincidenza.
E non è detto che tale regola di vita gli fosse dettata esclusivamente
dalla malattia, sulla quale per altro si possiedono in generale
ben poche informazioni: era asma, certamente, ma a quale grado?
Era davvero così grave dal costringerlo addirittura intere
giornate settimane senza mai aprire i pesanti tendaggi che schermavano
la luce solare, e proteggevano le delicate pupille dello scrittore?
Sicuramente era molto grave, ma non sono da escludersi moti teatrali
per rendersi più attraente e misterioso. Vi era certo una
buona dose di nevrasteina, e lo stesso Proust se ne accorse, tentando
più volte di farsi curare dai migliori specialisti dellepoca,
ma, ovviamente, senza risultati soddisfacenti; in fondo la psicanalisi,
quale metodo di cura moderno, era ancora alle prime armi; e in ogni
caso, guarire Proust sarebbe stato un po come dare delle pillole
anti-depressive a Van Gogh, o dei giusti farmaci a Aubrey Beardsley:
una perdita irreparabile.
Comunque sia, volente o nolente, Marcel Proust si era circondato
da una luminosa aura di leggenda; egli appariva solo di notte, quando
i ricevimenti erano quasi giunti al termine, ma grazie alle sua
ottime capacità di conversatore (altro punto in comune con
tutti i dandies della storia) che tutti gli amici ricordano affascinati,
era in grado di farli continuare a volte sino allalba. Paul
Morand, un dandy romanziere, ricorda la visita che Proust gli fece,
alle undici e mezza di sera, quando lui, ancora mezzo addormentato
ed in pigiama, andava ad aprire la porta dellappartamento
e si ritrovava di fronte "un uomo pallidissimo, infagottato
in un vecchio cappotto foderato di pelliccia, benchè la notte
fosse tiepida; folti capelli neri, tagliati alla moda del 1905,
sollevavano da dietro la sua bombetta grigia; la mano, guantata
di capretto lucido tinta ardesia teneva un bastone da passeggio;
le guance davorio opaco si scurivano verso il basso in un
blu dolce, del colore della muffa del formaggio; i denti erano grandi
e belli, i baffi mettevano in rilievo le labbra pesanti; le palpebre
bistrate caricavano lo sguardo vellutato e profondo, velandone il
magnetismo. Il visitatore mi disse con una voce cerimoniosa, tremula
e artificialmente tagliente: Sono Marcel Proust". Morand racconta
che la visita si prolungò per un lunghissimo tempo, durante
il quale Proust fu il solo a parlare, intervallano il suo discorso
con lunghi intermezzi in cui si scusava per la tarda ora e quindi
per il disturbo, poi elogiandolo in qualità di scrittore
e duomo; Morand non aprì bocca: primo, perché
si era sempre veduto incapace di approfittare delle pause degli
interlocutori, secondo, perché si trovava di fronte, e per
la prima volta, alluomo che più ammirava in assoluto
come scrittore il quale, "daltra parte, non voleva essere
interrotto". Dalla attenta descrizione di Morand si notano
diverse cose che ritengo utili al mio discorso: come ho già
detto, lottima capacità di conversatore dello scrittore,
nonché il suo gusto per la teatralità, lartifizio,
e la sorpresa; in tutte le visite notturne, o le rare uscite diurne,
tutte accuratamente documentate da chi lo incontrò ma che
per ragioni di tempo e voglia non citerò, si nota in lui
un vivo desiderio di affascinare.
Anche, pure se qui non è troppo evidente, lincredibile
gentilezza di Proust, fatta di continue adulazioni, il più
delle volte non meritate, cortesie infinite, tanto che Fernand Gregh
e compagnia avevano coniato il verbo "proutificare", per
esprimere un atteggiamento un po troppo consapevole di cortesia
con dei guazzabugli sentimentali che "la gente avrebbe definito
delle smancerie deliziose ed interminabili". Lungi
dallessere uno stupido, Marcel sapeva bene che la gentilezza,
oltre a venire prima di tutto in un rapporto amichevole, era anche
ottimo modo per stupire gli altri. Non è quindi detto, infine,
che tutte le lodi che tesseva le ritenesse poi seriamente degne
di considerazione. Cito ancora Oscar Wilde: "Lunica maniera
per farsi perdonare la troppa eleganza sta nellessere sempre
troppo eleganti". Proust lodava per ingraziarsi le persone,
poiché non amava avere nemici ma, si badi bene, neanche
amava passare per il giovane scrittore idolatra; una sera credette
di sentire delle offese rivoltegli da un anziano signore che conversava
a bassa voce, credendosi inascoltato, con un altro signore. Proust
chiamò allora a sé un amico e gli disse dandare
a dire a quelluomo di andarsi immediatamente a scusare e,
se quello non avesse accettato, sarebbe passato alle vie di fatto
(che allora significava il duello, con il fioretto o con la pistola);
lamico, preoccupato, giacchè conosceva le miserissime
doti di combattente dello scrittore, andò a riferire intimorito
quanto dettogli da Proust alluomo che questultimo aveva
sentito rivolgergli delle gravi offese. Fortunatamente, questi non
aveva alcuna intenzione doffendere Marcel, che pure non conosceva,
e i due divennero presto amici grazie al malinteso. Lepisodio
vuole dimostrare il carattere reale di Marcel Proust, dolce e cortese
con tutti al primo approccio come allultimo, ma che poteva
farsi stizzito od additittura furibono se urtato nel vivo, comè
daltronde legittimo, oserei dire a questo punto, per ogni
dandy.
Paul Morand descrive anche minuziosamente, da attento dandy qual
era, labbigliamento notturno informale dello scrittore.
Ciò è tipico di tutti i dandies, da Stendhal ad Alberto
Arbasino, il descrivere, con una attenta conoscenza dei termini
esatti, labbigliamento dei loro personaggi maschili e femminili;
e Proust non fa eccezione. Si sono fatti addirittura degli interi
studi sullevoluzione del costume basandosi solo sulle pagine
della Recherche, e ciò non è poca cosa. Questo spiccato
e sempre esercitato senso dellapparenza, insomma
unottimo occhio, i dandies lo hanno in comune coi pittori:
Jacques Emile Blanche, ritrattista mondano del bel mondo parigino
fin-de-siecle in perenne competizione con Boldini, ci descrive di
seguito il guardaroba di Proust, che è certo il tratto più
caratteristico di ogni dandy, labbigliamento raffinato e curatissimo,
senza eccedere però nella volgarità del troppo
nuovo, o troppo perfetto. Ricordo ancora, prima
di iniziare a sparare a raffica citazioni, che le descrizioni così
colpite dellabbigliamento duna persona erano cosa assai
rara allepoca: basti vedere due o tre fotografie del secolo
scorso per notare che tutti, chi più chi meno, vestivano
con una certa eleganza, e che quindi il notare una eleganza ancora
più raffinata ed originale non esigeva solo, come ho detto,
una memoria fotografica, ma anche un soggetto abbastanza affascinante
in grado di colpirla: "[portava] delle cravatte di seta verde
acqua annodate casualmente, i pantaloni a fisarmonica, la redingote
ondeggiante, tra le mani una canna di giunco, dei guanti grigio
perla a righe nere, sgualciti, spiegazzati, sporchi ed un cilindro
incredibilmente irto; unorchidea appassiva allocchiello".
E non è questa lunica descrizione stupita del modo
di vestire dello scrittore; altri ne notano sempre la cravatta annodata
casualmente, o lo sparato della camicia spiegazzato.
Dice Fernand Gregh che, dopo che gli amici gli facevano notare la
sua bellezza da "principe orientale", Marcel "indugiava
allora a bighellonare voluttuosamente, nelle sere destate,
quando andava in società, con un leggero soprabito
semiaperto sullo sparato, un fiore all'cchiello -i fiori
alla moda erano allora le camelie bianche godeva della sua
grazia adolescenziale riflessa negli occhi dei passanti, con un
po di fatuità giovanile e una punta di quella coscienza
del male che aveva già a diciotto anni e che era la
sua musa[
]".
Edmond Jaloux ricorda che Proust: "Non faceva parte della gente
comune: innanzitutto a causa del suo abbigliamento; [
] il
solino altissimo, leggermente svasato, che arrivava quasi al mento,
e lampia cravatta alla marinara. Ho scritto una volta che
camminava con una sorta di lentezza impacciata, o meglio non camminava,
ma appariva."
Gaston Gallimard fu colpito "dallestrema tenerezza del
suo sguardo, e ancora oggi rivedo come mi apparve, con un abito
nero striminzito e male abbottonato, il lungo mantello foderato
di velluto, lalto colletto inamidato, il cappello di paglia
avvizzito e troppo piccolo posato in avanti sulla fronte, le spalle
alte, i capelli folti e ispidi, gli scarpini di vernice coperti
di polvere. Quellabbigliamento poteva sembrare ridicolo sotto
quel sole: tuttavia avea una certa grazia commovente. Se ne sprigionava
una sorta di eleganza e anche una grande indifferenza ad una grande
eleganza".
(Tengo ancora ad inserire qui di seguito un brano della testimonianza
di Georges de Lauris, che dimostra quanto Marcel tenesse alle formalità,
come certo è proprio dogni dandy, e viene fuori il
suo pessimismo, testimoniato tra laltro anche da molti dei
suoi compagni di liceo (unaltra particolarità che andrebbe
aggiunta alle altre per considerare lo scrittore un autentico dandy),
ed il suo coraggio, che era più gusto del gioco ("
ma
se ci è indifferente vincere o perdere?" chiedeva retoricamente
Baudelaire; e Rigaut invece avvertiva che per il dandy "Testa
o croce, non fa differenza; io gioco, è più saggio"):
"Uno dei tratti di Marcel, che mi torna in mente mentre rivango
questi ricordi, è il suo scarso attaccamento alla vita, almeno
finchè non ebbe cominciato la sua opera. Il suo pessimismo
era profondo. [
] Era molto coraggioso. Gli succedeva persino
di buttarsi nei pericoli, di cercare dei guai, come si diceva allora.
Sono stato spesso testimone di queste ricerche. [
] Gli piaceva
ricevere. [
] Nessuno disprezzava maggiormente la bohéme,
la sfrontatezza, la familiarità invadente. Nelle cene che
offirva in rue de Courcelles si mostrava attento al protocollo [
].
[Quelle cene] hanno, nel nostro ricordo, il fascino di essere state
già allora un po antiquate").Come per labbigliamento,
i gusti personali, anche i ricevimenti di Proust non mancavano di
esalare quellaria già antica eppure piacevole, quel
gusto per il démodé (con anche una buona componente
di disprezzo per le idee della società conteporanee) che
hanno da sempre tutti i dandies, nessuno escluso: Boni de Castellane
appariva sempre ai balli mascherati, di gran voga allora, in costume
da gentiluomo del Settecento, periodo che era particolarmente caro
anche a Aubrey Beardsley, come testimoniano i suoi numerosissimi
disegni a soggetto. E Barbey dAurevilly non cessava di attenersi
alla moda del 1830, sommerso il collo e i polsi da gale e pizzi.
Majacovskji, il famoso poeta e dandy futurista, non abbandonava
mai il bastone da passeggio, nenache per andare in spiaggia, come
daltra parte lultimo dei dandies moderni, lo scrittore
americano Tom Wolfe, il quale ha trovato piacere nella vecchiaia
solo perché ora è libero di portare il bastone da
passeggio sempre con sè. "Io scherzava Max Beerbohm,
amico di Wilde sono quello che i compositori di necrologi
chiamano un interessante legame con il passato". Solo il démodé
è una nozione distintiva; il nuovo per il nuovo
disgusta il dandy, in cui una spilla o un fiore allocchiello
diventano nel suo abbigliamento "come una citazione in un saggio"
(Scaraffia).
Ed ecco ciò che disse dellabbigliamento di Proust lamico
Marcel Plantevigne: "E ad un tratto si vedeva spuntare a passi
felpati dalla porta duna camera del quanto piano del Grand-Hotel
di Cabourg, un personaggio leggendario [sic!], tutto vestito di
grigio perla, duna bella vigogna morbida e spumosa [
]
con la bombetta sempre grigio perla, gli stivaletti abbottonati
di vernice, lunghi e appuntiti, i guanti di pelle bianca a righe
nere, come per salire nel landò duna duchessa diretto
ad un elegante garden-party, citando solo nomi di grandi dame o
di grand signori, parlando, senza rivolgersi a nessuno in particolare,
dellultimo ministro formato e della terza crociata, citando
frasi di Clemenceau e San Bernardo, poiché diceva, sono vicinissimi
e il tempo è una tale finzione. [Era] spinto dal fato a sopprimere
ogni prosaicità [
]. Perché era originariamente
e naturalmente raffinato, tutto una sfumatura, e avrebbe dovuto
trattenersi se avesse voluto esserlo meno".
Ancora Blanche racconta: "[
] il suo dandismo era già
datato, era il genere Batignolles del modello di Manet
nel Père Lathuile, la trasadantezza studiata di George Moore
[un dandy collezionista di quadri impressionisti], con un po
dellaffettazione dello scolaro che tiene i guanti per nascondere
le dita macchiate dinchiostro e rosicchiate. [
] Piegava
il bastone di giunco, raccogliendo uno dei suoi guanti grigio perla
che lasciava cadere infilandoli o togliendoli. Marcel vi pregava
di mandargli lesemplare mancante di quei guanti spaiati, dimenticati
dappertutto, in una busta in cambio di un altro paio o duna
mezza dozzina di paia offerti per dimostrarvi la sua riconoscenza
per averlo trovato. Lo stesso per gli ombrelli, seminati nelle vetture
di piazza e nelle anticamere: se gli restituivate quelli più
malandati, su sua pressante preghiera, continuava ad usarli, ma
ve ne comperava uno da Verdier. E i suoi cilindri diventavano degli
istrici, dei terrier di Skye, a forza di essere spazzolati al contrario,
strofinati sulle gonne e le pellicce nei landò e nei coupé".
Ed ecco che ora Proust ci appare anche generossissimo, come ricorda
ancora Jean Cocteau, nellepisodio in cui lo scrittore, a corto
di denaro per aver elargito incredibili somme di denaro con mance
ai camerieri del Ritz, si ritrovava colle tasche vuote di fronte
al portiere dellalbergo, al quale disse: "Carissimo,
avreste da prestarmi cinquanta franchi?"; e il portiere, rispondendo
affermativamente, faceva per tirarli fuori quando Proust esclamava:
"Potete tenerli. Del resto, erano per voi". "Inutile
aggiungere che racconta Cocteau il giorno dopo il
portiere riceveva la somma triplicata". Una volta tentò
anche di regalare una grossa pietra preziosa a Cocteau, e questi,
rifiutandola, non si immaginava certo delle conseguenze: la mattina
dopo uno squadrone di sarti veniva a prendergli le misure per un
mantello nuovo, regalo del signor Proust; ma Cocteau rifiutò
pure questo dono, e Proust ne fu molto offeso.
Dalle precedenti descrizioni di Blanche appare chiaro come fosse
impossibile non notare, tornando allabbigliamento, questa
"studiata trasadantezza", propria dei primi dandies alla
George Brummel, come in seguito lo sarà pure di James Joyce,
di Dashiell Hammett e del già citato George Moore. Si pensi
al fatto che i primi dandies facevano portare gli abiti e le scapre
nuove prima dai loro domestici, per non mostrarsi con abiti troppo
nuovi, e, a volte, ne strofinavano anche la stoffa con dei cocci
di vetro!
Inequivocabile è pure lorchidea allocchiello,
che in quegli anni solo i fedeli discepoli del conte Robert de Montesquiou
si osavano portare, come in Inghilterra il garofano verde allocchiello
era segno distintivo per tutti i discepoli di Oscar Wilde.
E Marcel Proust, assieme al giovanissimo Jean Cocteau, era un fedelissimo
del conte. Su questo personaggio bizzaro ci sarebbero da scrivere
pagine e pagine intere, tanto il soggetto è inesauribile,
come ebbe a dire lo stesso Proust; Jullian analizza molto bene sotto
ogni aspetto il conte Montesquiou, e in particolar modo la sua "crociata"
per la Bellezza, chegli non mancava mai di portare avanti
con conferenze, articoli, saggi, ma anche feste, banchetti, ricevimenti,
balli. Si ricorda in particolare una certa conferenza introduttiva
ad una mostra di Gustave Moreau, pittore simbolista, in cui il conte
sarebbe dovuto intervenire per parlare della pittura simbolista,
argomento sul quale era molto esperto. Conoscendo la sua fama di
dandy eccentrico, tutti se lo aspettavano apparire vestito di rosa
e verde, mentre invece lo videro salire sul palco in redingote nera
e cravatta scura, come un timido funzionario; e, sistemando i fogli
del discorso, il conte esordì dicendo: "Proprio questo,
era il sentimento che volevo suscitare in voi: lattesa delusa
del ridicolo". Inutile dire che il giorno dopo tornava a cambiarsi
dabito anche tre volte al giorno, passando dalle finanziere
verde bottiglia ai frac viola scuro.
Questa testimonianza è assai eloquente su quello che fu il
conte per sé stesso, e pei suoi contemporanei: una guida
estetica ed artistica, prima di tutto, in grado di affascinare,
stupire, far ridere ed anche inquietare. Era lui a dettare il gusto,
la moda. Venne preso come personaggio principale da Huysmans per
il suo romanzo "Controcorrente", e probabilmente da Oscar
Wilde per "Il ritratto di Dorian Gray", nonché
dallo stesso Proust quale modello per il personaggio del Barone
di Charlus nella Recherche. Purtroppo Proust, lo confesserà
poi lui stesso ma forse un po tardi , caricherà
il personaggio Charlus di vizi e atteggiamenti sordidi che il modello,
Montesquiou, non avrebbe mai adottato o, almeno, mai ostentato.
Perché questa improvvisa rivalità tra
Proust e il conte? Proprio Proust che per anni ne era stato amico
fedele, discepolo ed imitatore; quasi segretario ed in alcuni momenti
che allo scrittore non farebbe piacere ricordare, il suo fedele
schiavo. Proust scrisse sul conte decine di articoli in cui ne lodava
il buon gusto (assai bizzarro, però), descriveva i suoi fantastici
ricevimenti ai quali interveniva tutto il bel mondo parigino, e
osava a malapena citarsi tra gli invitati.
Tutti i dandies passarono, nella loro vita, un breve periodo giovanile
di imitazione, si può dire, in cui "loriginale"
era spesso un dandy anziano, se non addirittura già da tempo
defunto, del quale riprendevano gli atteggiamenti, i gusti, le battute
sentite o lette. Ebbene, Proust, come altri suoi giovani contemporanei,
scelse quale modello per sé stesso, il conte de Montesquiou.
Ed ora verrebbe spontaneo affermare che Marcel abbandonò
il proprio modello scrivendo la Recherche, ed in particolare "Sodoma
e Gomorra", in cui il conte è totalmente denigrato,
diventa un antieroe, uno scapestrato vizioso, in certi momenti addirittura
un po volgare. Ma abbandonando il modello, Proust non abbandonò
affatto il proprio dandismo. Vi siete chiesti come mai, tra tutti
i discepoli del conte, solo Cocteau e Proust sono ancora oggi nomi
duna certa notorietà? Non perché fossero, in
gioventù, stati soggiogati dal fascino del conte, ma perché
in seguito seppero costruirsi un dandismo proprio, personale. Ed
è questo il vero dandismo, che ripugna poi limitatore
come un fastidioso insetto. Dice Wilde in "Decadenza della
menzogna": "Limitazione è linsulto
più sincero". Non per rispetto a questa massima, certamente
sconosciuta a Marcel Proust, egli si staccò da Montesquiou
per potersi finalmente inebriare duna originalità propria,
non già scimmiottata, come quella che continuavano a praticare
le decine di discepoli del conte, che oggi sono del tutto sconosciuti.
Come Proust, anche Cocteau, ma ben più tardi dellamico,
finì per negare lestetismo decadente di Montesquiou,
per aderire ad un dandismo più sportivo e apparentemente
noncurante.Ma, come dice giustamente Scaraffia, "Proust fu
farfalla, prima che crisalide"; collaggravarsi della
malattia, e della stanchezza, Proust si ritirò definitivamente
dal mondo, e, chiuso in casa come un uno scrigno incrostato di preziosi
dallinterno, iniziò a scrivere quella titanica opera
che è oggi considerata capolavoro della letteratura francese
del periodo, e dalla quale amerei estrapolare un breve brano, ancora
a dimostrazione della mia tesi; il giovane Narratore sta conversando
con il signor di Norpois, il quale è didee esattamente
opposte a quelle del protagonista. Alla dichiarazione dammirazione
da parte del Narratore per lo scrittore Bergotte (dallo stile evidentemente
decadente, come verrà fuori in seguito nella citazione),
il signor di Norpois risponde con parole di sdegno, che esprimono
lesatto contrario del pensiero di Marcel Proust nei confronti
delle letteratura decadente, estetizzante propria di tutti i dandies
e del primo decadente per eccellenza, Joris-Karl Huysmans:
Parla la madre del Narratore: " Mio figlio non lo conosce [Berogotte.
Il Narratore ne legge soltanto i libri senza averlo mai incontrato
di persona], ma lo ammira molto, disse mia madre.
Mio Dio! Disse il signor di Norpois (ispirandomi sulla mia
intelligienza dubbi più gravi di quelli che mi tormentavano
di solito, quando vidi che ciò che io mettevo mille e mille
volte sopra me stesso, ciò che cera per me di più
elevato al mondo, era per lui allultimo gradino nella scala
dellammirazione) io non condivido codesto modo di vedere.
Bergotte è quello che io chiamo un suonatore di flauto; bisogna
riconoscere del resto che lo suona piacevolmente, anche se non molto
manierismo ed affettazione. Ma infine è soltanto questo,
e non è granchè. Mai che si trovi nelle sue opere
senza muscoli quel che si potrebbe definire lossatura. Non
cè azione, o pochissima, ma soprattutto non cè
nerbo. I suoi libri difettano alla base, o piuttosto non hanno nessuna
base. [egli si perde] in discussioni oziose e bizantine su pregi
puramente formali. [
] so che è bestemmiare contro la
Sacrosanta Scuola di quella che quei signori chiamano lArte
per lArte, ma nella nostra epoca ci sono compiti più
urgenti che disporre delle parole in maniera armoniosa. [è
una maniera] molto leziosa, molto gracile, e ben poco virile."
Commentando poi una pagina che il giovane Narratore gli ha mostrato
pochanzi: "[
] ma cè già lo
stesso difetto, quel controsenso di allineare le parole molto sonore,
curandosi solo dopo della sotanza. [
] Non so se sia Loménie
o Saint-Beuve che racconta che Vigny disgustava per lo stesso difetto."
Ora, lo stile, il modo di scrivere di tutti i dandies della storia
è stato così come lo descrive il signor di Norpois:
musicale, arificioso, attento più al suono che alla sostanza.
E qui Proust si dichiara apertamente ammiratore di quella scuola,
fondata direttamente da Oscar Wilde ed ancor prima da Walter Pater
dellArte per lArte, o Art for Artsake, che, più
che un modo di scrivere, è davvero tutta una regola di vita:
è il dandismo applicato alla scrittura, se così si
può dire. Colgo ancora lallusione ad Alfred de Vigny,
il dandy post-romantico per eccellenza, conteporaneo di Baudelaire,
che "portava il mantello per nascondere le sue ali" (Paul
de Molènes).
E con questo credo che possa bastare.Per concludere, unammonimento:
mi si potrà contestare che tutti i dati che ho presentato
qui sopra possano tranquillamente non essere necessariamente caratteristici
di un dandy, giacchè sono riscontrabili pure in altri scrittori
o artisti del periodo; ed infatti è così. Ma tengo
a precisare che tutte le caratteristiche elencate, con i loro particolari
brani che le desrivono, sono caratteristiche di un dandy solo se
si riscontrano tutte assieme in una sola anima. Giustamente Stefano
Lanuzza assserisce, lapidario: "Non esiste una comunità
dandy ma, al massimo, un'intersezione di pensieri e comportamenti
dai tratti dandistici, un volante incrocio di identità uniche".Io
ringrazio il lettore che è riuscito a giungere incolume fino
a questo punto finale; ringrazio Gabriella Alù che ha pubblicato
questo divertissement sul suo eccellentissimo sito a tema; e ringrazio
in special modo Marcel Proust, Oscar Wilde, Jaean Cocteau, Robert
de Montesquiou, Gabriele dAnnunzio, Barbey dAurevilly,
Charles Baudelaire, Jacques Rigaut, Alfred de Vigny, e George Brummel. |
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