Lo Studio di
A. Sperelli
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Marchesa Casati
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PHILIPPE DAVERIO, INTELLETTUALE SENZA TEMPO
- Tratto da "La Regola Estrosa - cent'anni di eleganza maschile
in Italia", Electa 1993
[…]
Philippe Daverio, gallerista e libraio in Milano, italiano d’acquisizione
e “franco-crucco” (così si definisce) di formazione
culturale, alla domanda su che ne pensa dello stile italiano fa
una disamina precisa e tagliente.
“Per la borghesia del nostro paese vale il contrario di ciò
che Karl Marx scriveva analizzando questa classe sociale nell’ambito
nord europeo e definendola ‘oggi peggio di ieri e domani peggio
di oggi’. Ecco, in Italia siamo all’opposto: i veri
ineleganti
e senza stile si acquattano tra i pronipoti della piccola nobiltà
di provincia e dei professori di liceo degli anni ’30. ho
grande simpatia per il piccolo borghese nostrano Alberto Sordi,
per il ragioniere antropologicamente corretto e funzionale a se
stesso alla Lévi-Strauss. Mentre mi fa imbestialire il déplacé:
nel déplacement c’è la categoria senza stile
di chi vuol essere identificato per il vestito, che indossa come
il manager di seconda categoria con l’orologio portato sopra
il polsino della camicia, o come chi sceglie per forza ‘lo
sciancratino sub-Caraceni’, quello che Leo Longanesi definiva
‘né di Londra, né di Biella’. E ancora,
nel déplacement si assiste a mirabili esempi di kitsch quale
può essere il cachemire comprato a Portofino per andare in
barca, quando si sa benissimo che la lana giusta è quella
cruda e ‘fredda’ dei marinai”.
[…] “Per caso e non per merito sono autenticamente italiano,
francese e tedesco. Ma riuscirei ad essere autenticamente maremmano
o provenzale, come sono stato autenticamente vestito da Savile Road
quando per cinque anni ho lavorato in un ufficio a New York. Questo
per dire che oggi si è locali e cosmopoliti e che anche ai
tempi nostri la cosa di più difficile comunicazione è
la più esteriore e cioè il vestiario, che sta come
un punto in equilibrio fra la cafonaggine della macchina e l’esoterismo
della casa.”
[…]Dopo l’ammissione di possedere tanta roba, immediata
segue [da parte di Daverio] la spiegazione: “Vede, tendenzialmente
il maschio è collezionista e ha nei confronti del proprio
guardaroba un atteggiamento ‘da Medici’, ossia il guardaroba
è il contenitore del tesoro. Ci sono dei momenti in cui si
compra tanto mai io, per esempio, da quando tira aria giacobina
non ho più acquistato nulla, perché vivo del mio tesoro.
Comunque quello che lei definisce il mio stile ha due matrici ben
precise: la passione per l’usato – e purtroppo quello
doc di livello è in estinzione finché non è
vintage, perché diventa seconda pelle e sta benissimo mescolato
con le opere della mia seconda fissazione che è il sarto
(n.d.r.: l’80% dei suoi vestiti è confezionato su misura
da Ambrogio Viganò) che mi permette di applicare il massimo
della mia fantasia. In materia di stoffe, che compro rovistando
nei fondi di magazzino come faccio cercando i mobili di casa fra
gli invenduti delle aste, e in materia di stilismo perché
ci tengo a disegnarmi addosso i vestiti. Per il resto, non sopporto
le griffe, sono un consumista di camicie che non mi piace comprare
a caro prezzo, soffro di tutto ciò che è trendy e
amo il formalismo dello smoking perché implica il prendere
una doccia prima d’indossarlo.”
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