Lo Studio di
A. Sperelli
Il Caffè
Prologo e introduzione
Cronologia teorica
Dizionario
L'Eccentrico
Lo Snob
Eleganza
Bellezza
Natura e Artificio
La "Divisa Estetica"
Fiore all'occhiello
Il Bastone da passeggio
Yellow Book & Savoy
Caricature
Marchesa Casati
|
Enoch
Soames di Max Berbohm
Quando
Holbrook Jackson pubblicò un libro sulla letteratura intorno
al milleottocentonovanta, cercai subito nellindice Soames
Enoch. Temevo che non ci fosse. E non cera. Cerano invece
tutti gli altri. Scrittori che avevo completamente dimenticato,
o che ricordavo appena, rivissero per me, con le loro opere, sulle
pagine di Holbrook Jackson. Il libro era ad un tempo completo e
scritto con stile brillante. Di conseguenza lomissione che
vi rilevai rappresentava una controprova quanto mai triste dellincapacità
del povero Soames di lasciare un segno in quel decennio che era
stato suo.
Oso dire di essere stata la sola persona che si accorse di questomissione.
Soames era proprio fallito nella più pietosa delle maniere!
Ne vale a riscattarlo il pensiero che, se avesse avuto un briciolo
di successo, sarebbe scomparso, come gli altri, dalla mia memoria,
per tornarvi soltanto al cenno dello storico. È vero che
se le sue doti, per quello che potevano valere, fossero state riconosciute
mentre era vivo, non avrebbe mai concluso il patto che gli vidi
stipulare... quello strano patto che ebbe il merito dì farlo
restare sempre in primissima linea nei miei ricordi. Ma proprio
da ciò è evidente quanto fosse degno di compassione.
Non è, in ogni modo, la compassione che mi spinge a scrivere
di lui. Per amor suo, poveretto, mi sentirei portato a non intingere
la penna nel calamaio. È brutto irridere i morti. E come
potrei scrivere di Enoch Soames senza renderlo ridicolo? O meglio,
come potrei tacere la terribile verità che era veramente
ridicolo? Non ne sarei capace. Eppure, alla fine, devo scrivere
di lui. Capirete, a tempo debito, come non abbia scelta. E tanto
vale, allora, che me la sbrighi adesso.
Nellestate del 93, un bolide precipitò dal cielo
su Oxford. Urtò contro terra a una velocità incredibile,
sprofondando nel suolo. Insegnanti e studenti vi fecero cerchio
attorno, piuttosto pallidi, e non parlarono daltro. Da dove
veniva, quel meteorite? Da Parigi. Come si chiamava? Will Rothenstein.
Il suo scopo? Fare una serie di ventiquattro ritratti in litografia.
Tali ritratti dovevano venire pubblicati dalla Bodley Head di Londra.
Si trattava di una cosa quanto mai urgente. Già il rettore
di A, il vicedirettore di B e il Regius Professor di C avevano umilmente"posato".
Vecchi dignitosi e barcollanti che si erano sempre rifiutati di
posare non avevano saputo resistere a questo piccolo e dinamico
straniero. Non pregava: invitava. Non invitava: ordinava. Aveva
ventun anni. Portava occhiali che balenavano più di qualunque
altro paio di occhiali che si fosse mai visto. Era un vulcano di
idee. Conosceva Whistler. Conosceva Edmond de Goncourt. Conosceva
tutti a Parigi. Sapeva tutto di tutti. Era una specie di Parigi
a Oxford. Si mormorava che, non appena terminata la sua scelta fra
gli insegnanti, avrebbe incluso qualche studente. Fu un gran giorno
quello in cui io, proprio io, venni preso in considerazione. Rothenstein
mi piaceva ma, allo stesso tempo, mi incuteva timore, e nacque tra
di noi unamicizia che si è sempre andata rinsaldando
con il passare degli anni e che ho sempre tenuto in maggiore considerazione.
Al termine dellanno scolastico si stabili a... o meglio meteoricamente,
in... Londra. Fu a lui che dovetti la mia prima conoscenza di quel
mondo minuscolo, per se stante, incantevole, che è Chelsea
e i miei primi contatti con Walter Sickert e con altri illustri
anziani che vi abitavano. Fu Rothenstein che mi portò a trovare
in Cambridge Street, a Pimlico, un giovane i cui disegni erano già
celebri fra pochi eletti, un giovane che rispondeva al nome di Aubrey
Beardsley. Con Rothenstein feci la mia prima visita alla Bodley
Head. Fu lui a introdurmi in un altro cenacolo dellintelletto
e dellardimento: la sala del domino del Café Royal.
Là, in quella sera dottobre, in quel quadro esuberante
di dorature e di velluti rossi, fra quegli specchi che si fronteggiavano
e le cariatidi che li reggevano, fra il fumo del tabacco che si
levava verso il soffitto dipinto e pagano, fra il mormorio di una
conversazione presumibilmente cinica, bruscamente interrotta ogni
tanto dal rumore secco dei pezzi del domino rimescolati su tavolini
di marmo, trassi un profondo respiro e dissi a me stesso:"Questa
si che è vita!"
Era lora che precedeva la cena. Bevemmo un vermouth. Quelli
che conoscevano Rothenstein lo additavano a quelli che lo conoscevano
soltanto per nome. Continuava a entrare gente che passeggiava avanti
e indietro, in cerca di tavolini liberi o di tavolini occupati da
amici. Uno di questi vagabondi si accaparrò la mia attenzione,
perché ero sicuro che voleva richiamare su di sé linteresse
di Rothenstein. Era passato due volte davanti al nostro tavolino,
con unaria incerta, ma Rothenstein, che aveva attaccato una
lunga disquisizione su Puis de Chavanne, non lo aveva notato. Era
un uomo curvo, goffo, abbastanza alto, molto pallido, dai capelli
piuttosto lunghi con una sfumatura castana. Aveva una barba rada
e sottile, o meglio, sfoggiava sul mento un certo qual numero di
peli che si arricciavano in ciuffi radi quasi a nasconderne laspetto
sfuggente. Era un tipo dallaria strana, ma ho limpressione
che intorno al milleottocentonovanta i tipi dallaria strana
fossero molto più frequenti che non oggi. I giovani scrittori
di quellepoca (e il mio uomo era uno scrittore, ne ero sicuro)
lottavano strenuamente per distinguersi da tutti gli altri. Il mio
uomo, però, aveva lottato senza, successo. Portava un cappello
nero e floscio, di tipo clericale ma di ispirazione bohemienne,
e un pipistrello grigio impermeabile che, forse proprio per il fatto
di essere impermeabile, non riusciva a essere romantico. Giunsi
alla conclusione che"scialbo"era il mot juste per lui.
Avevo già cercato di scrivere, e badavo moltissimo al mot
juste, questo Santo Graal del periodo.
Luomo scialbo stava di nuovo avvicinandosi al nostro tavolino,
e questa volta si decise a fermarsi."Non vi ricordate di me"disse,
con voce atona.
Rothenstein lo fissò attentamente."Certo che mi ricordo"rispose,
dopo un istante, non tanto con calore quanto con orgoglio, orgoglio
per la propria stupefacente memoria. "Edwin Soames".
"Enoch Soames"corresse Enoch. "Enoch Soames"ripete
Rothenstein, con un tono che lasciava chiaramente intendere come
era già stato più che sufficiente indovinare il cognome."Ci
siamo visti a Parigi due o tre volte quando abitavate là.
Ci siamo conosciuti al Café Groche." "E sono
venuto una volta nel vostro studio.""Oh, già! Mi
spiace che non mi abbiate trovato." "Ma ceravate.
Mi avete anche mostrato i vostri quadri, sapete... Ho sentito dire
che adesso abitate a Chelsea." "Si."
Quasi mi meravigliai che Soames, dopo questo monosillabo, non se
ne andasse. Rimase li, paziente, simile a un animale muto, e sembrava
quasi un asino che guardasse oltre il cancello. Una figura triste,
la sua. Mi balenò alla mente che" affamato"era
forse il mot juste per lui; ma affamato... di che cosa? Pareva che
avesse scarso appetito per tutto. Mi sentii spiacente per lui; e
Rothenstein, anche se non laveva invitato a Chelsea, gli disse
di sedere e di bere qualcosa.
Una volta seduto, parve più sicuro di sé. Buttò
indietro le ali del pipistrello con un gesto che, se quelle ali
non fossero state impermeabili, sarebbe potuto sembrare una sfida
alle cose del mondo. E ordinò un assenzio."]e me tiens
toujour fidèle"disse a Rothenstein," a la sorcière
glauque ." "Un bel guaio per voi"replicò
Rothenstein, asciutto. "Non ci sono guai"rispose Soames."Dans
ce monde, il ny a ni de bien ni de mal." "Niente
di bene e niente di male? Che cosa intendete dire?" "Ho
spiegato tutto nella prefazione a 'Negazioni." "Negazioni"?
"Si. Ve ne ho dato una copia." "Oh, si, certo.
Ma avete spiegato, per esempio, come non esisteva qualcosa di simile
alla buona e alla cattiva grammatica?" "N-No"fece
Soames."In Arte cè il buono e il cattivo, naturalmente.
Ma nella vita, no." Stava arrotolando una sigaretta. Aveva
mani bianche e flaccide, non molto pulite, e la punta delle dita
appariva fortemente macchiata di nicotina."Nella vita ci sono
illusioni di bene e di male, ma..."e la sua voce si trasformò
in un sussurro nel quale si riuscirono ad afferrare a stento le
parole vieux jeu e rococò. Temeva di non mostrarsi sotto
la sua luce migliore, credo, e aveva paura che Rothenstein potesse
rinfacciargli i suoi enon. In ogni modo, si schiarì
la gola e disse:"Parlons dautre chose."
Pensate che fosse uno sciocco? Lidea non mi passò neppure
per la testa. Ero giovane, e non possedevo ancora la chiarezza di
giudizio di Rothenstein. Soames era di buoni cinque o sei anni più
anziano di noi due.
E poi, aveva già scritto un libro.
Era stupefacente aver scritto un libro. Se non ci fosse stato Rothenstein,
avrei trattato Soames con reverenda. E, anche davanti a lui, lo
rispettavo. E mi sentii davvero molto vicino alle reverenze quando
assicurò che presto sarebbe uscito un suo secondo libro.
Domandai se era lecito chiedere che tipo di libro era. "Le
mie poesie"rispose. Rothenstein domandò se sarebbe stato
questo il titolo del libro. Il poeta meditò sul suggerimento,
ma poi disse che preferiva pubblicare il suo volume senza titolo
alcuno."Se un libro è buono di per sé..."mormorò,
facendo ondeggiare la sigaretta.
Rothenstein obiettò che la mancanza di un titolo avrebbe
potuto nuocere alla vendita."Se"continuò"andassi
da un libraio e chiedessi semplicemente: Avete? o
Avete una copia di...? come farebbero a sapere che cosa desidero?"
"Oh, farò mettere il mio nome sulla copertina, certo"replicò
Soames, più che mai serio." E desidererei"aggiunse,
guardando fissamente Rothenstein"avere un mio ritratto a disegno
sul frontespizio." Rothenstein ammise che lidea era ottima
e disse che stava per ritirarsi in campagna, dove si sarebbe trattenuto
per un certo periodo. Poi guardò lorologio, si accorse
che era tardi, pagò il cameriere e ce ne andammo assieme
a cena. Soames rimase fedelmente al suo posto davanti alla strega
glauca. "Perché eravate cosi deciso a non fargli
il ritratto?"volli sapere. "Fargli un ritratto? E
come si può fare il ritratto ad un uomo che non esiste?"
"È scialbo"ammisi. Ma il mio mot juste non fece
effetto alcuno. Rothenstein ripete che Soames era addirittura inesistente.
Pure, Soames aveva scritto un libro. Chiesi a Rothenstein se aveva
letto"Negazioni". Ammise di averlo scorso"ma"aggiunse
vivacemente"non mi sono mai vantato di capire qualcosa dellarte
dello scrivere."Unobiezione assolutamente tipica dellepoca.
Allora i pittori non permettevano a chi non apparteneva alla loro
confraternita di capire qualcosa di pittura. Questa legge (incisa
sulle tavole portate da Whistler sulla vetta del Fuji-yama) imponeva
determinate limitazioni. Se le arti estranee alla pittura non riuscivano
assolutamente incomprensibili a tutti, eccettuati coloro che le
esercitavano, la legge vacillava... la dottrina di Monroe, per così
dire, non reggeva più. Di conseguenza non cera pittore
che si azzardasse a darvi la sua opinione su un libro senza prima
avvertirvi che tale opinione era assolutamente priva di valore.
Non esiste in campo letterario miglior giudice di Rothenstein; ma
non sarebbe stato opportuno dirglielo a quellepoca, e seppi
cosi che dovevo farmi unopinione di"Negazioni"senza
ricorrere al suo aiuto.
Non comperare un libro di cui avevo visto in faccia lautore
sarebbe stato per me, a quei tempi, un atto addirittura impossibile
d'abnegazione. Quando tornai a Oxford per la sessione di Natale
mi ero debitamente procurato"Negazioni". Contrassi labitudine
di lasciarlo con noncuranza, sul tavolo di camera mia, e quando
un amico lo prendeva in mano e chiedeva di che cosa trattava, rispondevo
:"Oh, un libro piuttosto notevole. È di un tale che
conosco."Di che cosa trattasse, non sarei stato assolutamente
in grado di dirlo. Non ero mai riuscito a capire qualcosa di quel
sottile libretto verde. Nella prefazione non cera la chiave
per lesiguo labirinto del contenuto, e nel labirinto non cera
nulla che potesse spiegare la prefazione.
Chinati sulla vita, Chinati vicino... vicinissimo.
La vita è tessuto, senza ordito né trama, ma soltanto
tessuto.
Ecco perché sono cattolico in chiesa e nel pensiero, ma lascio
che il rapido Umore tessa quello che la spola dellUmore vuole.
Erano, queste, le frasi introduttive della prefazione, ma quelle
che seguivano erano di comprensione ancora più difficile.
Veniva poi Stark : un racconto, la storia di una midinette che,
per ciò almeno che mi riusciva di afferrare, assassinava,
o stava per assassinare, un manichino. Ricordava molto da vicino
un racconto di Catulle Menès nel quale il traduttore avesse
tagliato o saltato una frase si e laltra no. Poi, un dialogo
fra Pan e SantOrsola, assolutamente mancante di"mordente",
me ne rendevo conto. Poi ancora alcuni aforismi. Nel complesso,
una grande varietà di forme, e le forme erano state evidentemente
elaborate con la massima cura. Era piuttosto la sostanza a lasciarmi
perplesso. E, mi chiedevo, cera poi davvero una qualche sostanza?
Mi balenò perfino lidea che Enoch Soames fosse uno
stupido. Ma subito, ecco lipotesi contraria : e se lo stupido
fossi stato io? Ero incline a concedere a Soames il beneficio del
dubbio. Avevo letto LAprès-midi dun Faune di
Mallarmé senza ricavarne un barlume di significato. Eppure
Mallarmé era un maestro, non cerano dubbi possibili
su questo punto. Come potevo sapere che non lo era anche Soames?
Cera qualcosa di simile alla musica nella sua prosa, non tale
da far colpo, pensavo, ma forse ossessionante, carica di significati
profondi quanto quelli di Mallarmé. Aspettavo le sue poesie
senza prevenzione alcuna.
E le attesi con vera impazienza dopo averlo incontrato una seconda
volta. La cosa avvenne in una sera di gennaio. Entrando nella già
ricordata sala da domino, passai davanti a un tavolino al quale
sedeva un uomo pallido che teneva un libro aperto davanti a sé.
Alzò gli occhi dal libro e mi guardò, e anchio
lo guardai, girando la testa, con la vaga sensazione che avrei dovuto
riconoscerlo. Tornai indietro per salutarlo. Dopo lo scambio di
qualche parola, dissi, con unocchiata al libro aperto :"Vedo
che vi interrompo"e stavo per andarmene ; ma"Preferisco
essere interrotto" disse Soames con la sua voce atona, e obbedii
allora al suo gesto che mi invitava ad accomodarmi.
Gli chiesi se veniva spesso li a leggere."Si, leggo qui le
cose del genere"mi rispose, indicando il titolo del libro :
Le Poesie di Shelley. "Una cosa che davvero..."e stavo
per aggiungere ammirate. Ma, prudentemente, non terminai
la frase, e ne fui ricompensato, perché egli disse, con calore
insolito :"Tutta roba di secondordine."
Non avevo letto gran che Shelley, ma :"Naturalmente" mormorai"è
molto ineguale." "Secondo me luniformità
era il suo difetto peggiore. Ununiformità mortale.
Per questo Io leggo qui. Il rumore di questo locale rompe il ritmo.
Qui mi riesce tollerabile."Prese il libro e lo sfogliò.
Rise. Il riso di Soames era un suono breve, unico, assolutamente
privo di allegria, e non era accompagnato né dal più
piccolo moto del viso né da un qualsiasi lampo degli occhi."
Che periodo!"proclamò rimettendo giù il volume."E
che paese!"aggiunse.
Gli chiesi, un poco nervosamente, se, a suo giudizio, Keats non
aveva saputo vincere più o meno, gli ostacoli del tempo e
dello spazio. Ammise che cerano"Dei passi in Keats",
ma non li specificò. Dei"vecchi", come li chiamava,
sembrava apprezzare soltanto Milton." Milton"disse,"non
era sentimentale". E anche :"Milton aveva un oscuro intuito."E
ancora :" Posso sempre godermi Milton nella sala di lettura.""
Nella sala di lettura?" "Del British Museum. Ci vado
tutti i giorni." "Davvero? Io ci sono stato una volta
soltanto. Mi pare un luogo piuttosto deprimente. Mi dava lidea
di... di minare la vitalità." "È vero.
Per questo ci vado. Tanto più bassa è la vitalità,
tanto più sensibili siamo alla grande arte. Abito vicino
al Museum, io. Sto in Dyott Street." "E andate nella
sala di lettura per leggere Milton?" "Milton, di solito."Mi
guardò."È stato Milton"aggiunse scandendo
le parole"a convertirmi al Diabolismo." "II Diabolismo?
Si? Davvero?"dissi, con quella vaga sensazione di disagio e
con quellintenso desiderio di mostrarci cortesi che si provano
quando qualcuno ci parla della sua religione."Voi... adorate
il Diavolo?"
Soames scosse la testa."Non si tratta precisamente di adorazione"precisò
sorseggiando il suo assenzio."Si tratta più che altro
di fiducia, di incoraggiamento..." "Ah si! Ma mi era
parso, dalla prefazione di Negazioni , che foste cattolico."
"jé létait a cette epoque. Forse lo sono
ancora. Si, sono un diabolista cattolico."
Fece questa professione di fede con un tono quasi indifferente.
Capivo benissimo che il fatto più importante era che avessi
letto"Negazioni". I suoi occhi pallidi avevano avuto per
la prima volta un lampo. Ebbi la precisa impressione di essere come
chi sta per essere esaminato viva voce proprio su un argomento che
conosce solo superficialmente. Mi affrettai a chiedergli quando
sarebbero state pubblicate le sue poesie."La settimana ventura"mi
rispose. "E saranno pubblicate senza titolo?"
"No. Un titolo lho trovato, finalmente. Ma non ho nessuna
intenzione di comunicarvelo"quasi che la mia domanda fosse
stata qualcosa di impertinente."Non sono sicuro che mi soddisfi
completamente. Ma è il migliore che mi sia riuscito di trovare.
Da unidea del tono delle poesie... Strane esquescenze, naturali
e selvatiche, eppure squisite"aggiunse" ... e variegate,
e piene di veleno".
Gli chiesi che cosa pensasse di Baudelaire. Dopo quella specie di
sbuffo che rappresentava la sua risata, rispose :"Baudelaire
era un bourgeois malgré lui."La Francia non aveva avuto
che un poeta : Villon ;"e due terzi di Villon erano giornalismo
puro e semplice."Verlaine era un épicier malgré
lui. In complesso, cosa che mi lasciò piuttosto sorpreso,
metteva la letteratura francese al disotto di quella inglese. Cerano"passi"in
Villiers de lIsle-Adam. Ma concluse :"Io non devo niente
alla Francia."Annui."Vedrete"predisse.
Quando arrivò il momento, non vidi proprio un bei niente.
Mi pareva che lautore di"Fungoidi"(inconsciamente,
certo), dovesse qualcosa ai giovani decadenti parigini, o ai giovani
decadenti inglesi che a quelli dovevano qualcosa. Sono sempre di
quel parere. Il libretto, che comperai a Oxford, è qui davanti
a me, mentre scrivo. La rilegatura di tela grigio pallida e il titolo
impresso in argento non hanno resistito bene al tempo. Lo stesso
vale per il suo contenuto. Lho scorso di nuovo, con melanconico
interesse. Niente di straordinario. Ma, quando venne pubblicato,
aveva un vago sospetto di poterlo essere. Credo che ad essere più
debole sia non tanto lopera del povero Soames quanto la mia
capacità di fede...
A UNA GIOVANE DONNA
Tu sei, tu che non fosti!
Pallide musiche incerte
E tracce di vecchi suoni
Dì un flauto marcito
Si mescolano al rumore di cembali rossi di ruggine,
E strane forme e epicene
Giacciono sanguinanti nella polvere,
Ferite di ferite.
Per questo è Che nel tuo contrasto
Di antiche irrisioni
Tu non fosti e non sei!
Mi sembrava che ci fosse una certa quale incompatibilità
fra il primo e lultimo verso. La fronte corrugata, cercai
di afferrare la discordanza. Ma non considerai il mio insuccesso
incompatibile con un significato nella mente di Soames. Questo
non poteva forse stare a indicare la profondità del suo
significato? In quanto ad abilità tecnica, i cembali"
rossi di ruggine"mi sembravano unimmagine felice. Chissà
chi era la Giovane Donna, e che cosa poteva aver capito di tutta
quella storia. Con tristezza, sospetto che Soames non ne avesse
capito più di lei. Eppure, anche ora, se non si cerca di
dare un valore alla poesia e la si legge solo per il suono, non
le si può negare una certa qual grazia di cadenza. Soames
era un artista... se mai è stato qualcosa, poveretto.
La prima volta che lessi "Fungoidi", mi parve, stranamente,
che in lui il lato diabolista fosse il migliore. Sembrava che
il diabolismo avesse uninfluenza allegra e perfino sana
sulla sua vita.
NOTTURNO
Torno torno alla piazza silenziosa e buia
Non cerano rumori salvo lo scalpitare dei suoi zoccoli
Passeggiai sotto braccio con il Diavolo.
E lo scroscio del suo riso e del mio.
Avevamo bevuto vino nero.
Gridai :"Voglio correre con tè. Maestro!"
"Che importa", gridò lui,"stanotte Chi di
noi due corre più rapido?
Non cè niente da temere stanotte
Nella luce sporca della luna!"
Allora lo guardai dritto negli occhi
E risi forte alla sua menzogna
E allora rodente paura che avrebbe voluto nascondere.
Era vero quello che mi avevano detto e ridetto :
Era vecchio... vecchio.
Cera, lo sentivo, una sincera vibrazione nella prima strofa,
una nota gioconda e gioviale di cameratismo. La seconda era forse
lievemente isterica. Ma la terza gli piaceva, tanto appariva eterodossa
anche in rapporto ai canoni di fede della setta particolare cui
Soames apparteneva. Niente"fiducia e incoraggiamento"
qui! Soames che svergognava trionfalmente il ladro come un mentitore
e rideva"forte"era davvero una figura eccitante, pensai...
allora. Oggi, alla luce di quanto avvenne poi, nessuna delle sue
poesie mi deprime quanto"Notturno".
Cercai quello che i recensori della metropoli avrebbero trovato
da dire. A quanto pareva, si erano divisi in due categorie : quelli
che avevano poco da dire e quelli che non avevano niente. La seconda
categoria era la più numerosa, e le parole della prima
erano fredde; tanto che
"Si nota in tutto il libro un
accento di modernità .. Questi versi zoppi..."Preston
Telegraph, fu il solo allettamento offerto nella sua pubblicità
dalleditore di Soames. Avevo sperato, in occasione del mio
prossimo incontro, di potermi congratulare con il poeta per il
chiasso che aveva suscitato, perché mi pareva che non fosse
sicuro della sua intrinseca grandezza come voleva far credere.
Ma, quando lo rividi, potei soltanto dirgli, piuttosto goffamente
che"Fungoidi"si vendeva"forte". Mi guardò
attraverso il bicchiere di assenzio e mi chiese se ne avevo comperata
una copia. Il suo editore gli aveva detto che ne erano state vendute
tre. Risi, come a uno scherzo.
"Non vi immaginerete che mi importi, vero?"disse, con
qualcosa di simile a un sogghigno. Respinsi laccusa. Lui
aggiunse che non era un mercante. Dissi conciliante che non lo
ero neppure io e mormorai che un artista il quale dava al mondo
cose veramente nuove e grandi doveva sempre aspettare a lungo
per essere compreso. Disse che non glie ne importava niente di
essere compreso. Ammisi che latto creativo rappresentava
un premio di per se stesso.
La sua tetraggine mi avrebbe forse allontanato se non avessi avuto
la convinzione di essere qualcuno. John Lane e Aubrey Beardsley
non mi avevano forse suggerito assieme che avrei dovuto scrivere
un saggio per la nuova, grande impresa che stava per essere lanciata
: The Yellow Book? E Henry Harland, il direttore, non aveva forse
accettato il mio saggio? E questo saggio non sarebbe forse comparso
proprio nel primo numero? A Oxford ero ancora in statu pupillari.
A Londra mi consideravo ormai un laureato, qualcuno che Soames
non poteva certo turbare. Un poco per vantarmi e un poco per cortesia,
dissi a Soames che avrebbe dovuto collaborare allo Yellow Book.
Dalla sua gola uscì un grugnito di scherno allindirizzo
di questa pubblicazione.
Pure, un paio di giorni dopo, provai a chiedere a Harland se conosceva
qualcosa dellopera di un certo Enoch Soames. Harland, che
come al solito stava passeggiando avanti e indietro per la stanza,
si fermò di scatto, levò le mani verso il soffitto
e gemette, forte : aveva incontrato spesso"quella assurda
creatura"a Parigi, e proprio quella mattina aveva ricevuto
da lui alcune poesie manoscritte."Non ha talento?"domandai.
"Ha un reddito. Se la cava benissimo."Harland era il
più allegro degli uomini e il più generoso dei critici,
e non gli andava di parlare di cose per le quali non se la sentiva
di manifestare entusiasmo. Lasciai perciò cadere largomento.
La notizia che Soames godeva di un reddito valse ad attenuare
la mia sollecitudine. Seppi più tardi che era figlio di
un libraio di Preston, un libraio di ben scarso successo, ma che
aveva ereditato da una zia zitella una rendita annua di trecento
sterline, in quanto era lunico parente ancora in vita. Dal
punto di vista materiale, di conseguenza,"se la cavava benissimo."Ma
rimaneva in lui il pathos spirituale, ora acuito per me dal fatto
che forse anche le lodi del Preston Telegraph non sarebbero mai
forse uscite se egli non fosse stato figlio di un cittadino di
Preston. Cera in lui una specie di debole ostinazione che
non potevo fare a meno di ammirare. Né lui né lopera
sua avevano ricevuto il più piccolo incoraggiamento, ma
continuava a comportarsi come un personaggio, continuava a sventolare
la sua piccola bandiera sbiadita. Dovunque si radunassero i jeunes
féroces delle arti, in quel ristorante di Soho che aveva
appena scoperto, nel caffé-concerto maggiormente in voga
fra di loro in quel momento, là cera Soames, non
al centro ma al margine, figura scialba e inevitabile. Non cercava
mai di propiziarsi i suoi colleghi, non diminuiva mai neppure
di un briciolo la sua arroganza per lopera sua o il suo
disprezzo per la loro. Con i pittori era rispettoso, perfino umile,
ma per i poeti e i prosatori dello Yellow Book e più tardi
del Savoy non ebbe mai parole che non fossero di disprezzo. Ma
non ci badavano. A nessun venne mai in mente che Soames e il suo
diabolismo cattolico potessero contare qualcosa. Quando nellautunno
del 96 pubblicò (a sue spese questa volta) un terzo
libro, il suo ultimo, nessuno disse una parola, né a favore
né contro. Io volevo recensirlo, ma me ne dimenticai. Non
lo vidi neppure, e mi vergogno di affermare che non ne ricordo
nemmeno il titolo. Ma, quando fu pubblicato, dissi a Rothenstein
che quel povero Soames mi sembrava una figura veramente tragica
e che, ne ero convinto, quella mancanza di riconoscimento avrebbe
finito per ucciderlo. Rothenstein scoppiò in una risata.
Disse che cercavo di farmi una fama di buon cuore, un buon cuore
che ero ben lungi dal possedere, e forse era vero. Ma alla vernice
del New English Art Club, poche settimane più tardi, vidi
un ritratto a pastello di"Enoch Soames, Esq."Era molto
somigliante, e era anche molto caratteristico di Rothenstein averlo
tratteggiato. Soames rimase in piedi davanti al suo ritratto,
con il suo cappello floscio e il Suo mantello impermeabile, per
tutto il pomeriggio. Chiunque lo conoscesse avrebbe riconosciuto
il ritratto a prima vista; ma chi non lo conoscesse avrebbe riconosciuto
il ritratto delluomo che gli stava vicino :"esisteva"tanto
più di lui, e cosi doveva essere. E inoltre non aveva quella
espressione di lieve felicità che quel giorno, si, si poteva
notare sai volto di Soames. La Fama aveva spirato su di lui. Nel
corso del mese tornai due volte a New English, e tutte e due le
volte Soames era là, in bella vista. Ripensandoci, mi pare
giusto considerare la chiusura di quella mostra come la fine della
sua carriera. Aveva avvertito lalito della fama contro una
guancia, molto tardi e per brevissimo tempo, e quando ciò
ebbe termine egli cedette, rinunciò, si abbandonò.
Non aveva mai laspetto di un uomo forte e sano, ma ora appariva
addirittura spettrale : unombra nellombra che era
stato. Frequentava ancora la sala del domino, ma, perduto ogni
desiderio di suscitare curiosità, non vi si tratteneva
più a leggere libri."Leggete solo al Museo adesso?"gli
domandai, con una allegria un poco forzata. Rispose che non ci
andava più."Non cè assenzio là"mormorò.
Era proprio una di quelle frasi che una volta avrebbe pronunciato
per far colpo, ma ora invece il suo tono suonava quanto mai convinto.
Lassenzio, che una volta era stato una parte della personalità
che aveva tanto faticato per costruirsi, rappresentava ora un
sollievo e una necessità. Non lo chiamava più la
sorcière glauque. Non si serviva più di frasi francesi.
Era diventato un cittadino di Preston, semplice, senza sovrastrutture.
Linsuccesso, se è un insuccesso semplice, senza sovrastrutture,
completo, e anche se è un insuccesso squallido, ha sempre
una certa qual dignità. Evitavo Soames perché la
sua vicinanza mi dava lidea di essere piuttosto volgare.
John Lane aveva già pubblicato due miei libretti, che avevano
avuto un piccolo e simpatico successo di stima. Ero una"
personalità", minuscola ma definita. Frank Harris
mi aveva assunto perché mi facessi le ossa nella Saturday
Review. Alfred Harmworth stava per permettermi di fare altrettanto
con il Daily Mail. Ero esattamente ciò che Soames non era.
E questo mi faceva vergognare del mio successo. Se avessi saputo
che credeva veramente e fermamente nella grandezza di quello che
avevo fatto come artista, forse non Io avrei evitato. Non è
fallito completamente chi non ha perduto del tutto la sua vanità.
La dignità di Soames era una mia illusione. Un giorno della
prima settimana di giugno del 1897 questa illusione se ne andò-
Ma la sera di quel giorno se ne andò anche Soames.
Ero stato in giro tutta la mattina e, dal momento che era troppo
tardi perché arrivassi a casa in tempo per il pranzo, andai
al"Vingtième".Questo piccolo locale (Restaurant
du Vingtième Siede, per chiamarlo con il suo vero nome,
era stato scoperto nel 96 dai poeti e dai prosatori, ma
era stato ormai più o meno abbandonato in favore di scoperte
più recenti. Non credo sia vissuto abbastanza da giustificare
il suo nome, ma allora cera ancora, in Greek Street, a pochi
passi da Soho Square, quasi di fronte a una casa dove, nei primi
anni del secolo, una ragazzetta, e con lei un ragazzo che si chiamava
De Quincey, saccampavano di notte fra tenebre e fame, in
mezzo alla polvere e ai topi e a vecchi documenti legali. Il Vingtième
era una stanzetta passata a calce, che da una parte dava sulla
strada e dallaltra sulla cucina. Il proprietario e cuoco
era un francese, noto a noi con il nomignolo di Vingtième;
le cameriere erano le sue due figlie, Rose e Berthe, e, per affermazione
generale, si mangiava bene. I tavoli erano cosi stretti e cosi
vicini luno allaltro che ce ne stavano dodici : sei
da ima parte e sei dallaltra.
Quando entrai, solo i due più vicini alla porta erano occupati.
Da una parte era seduto un uomo alto, appariscente, dallaria
piuttosto mefistofelica, che avevo visto di tante in tanto nella
sala del domino e altrove. Dallaltra parte cera Soames.
Facevano uno strano contrasto, in quella stanza soleggiata : Soames
sparuto, con il cappello e il mantello che non gli avevo mai visto
togliere, in nessuna stagione, laltro pieno di vitalità,
sfolgorante quasi, tanto che, vedendolo, mi chiesi, una volta
ancora, se era un mercante di diamanti o un prestigiatore o il
capo di una agenzia privata. Soames non desiderava la mia compagnia,
ne ero certo; ma, dal momento che comportarsi diversamente sarebbe
stato scortese gli chiesi se potevo prendere posto accanto a lui
e scontai la sedia di fronte alla sua. Fumava una sigaretta, e
aveva davanti un piatto ancora intatto una porzione di un qualche
salmì, e una bottiglia di Sautene mezzo vuota: e era quanto
mai silenzioso. Dissi che i preparativi per il Giubileo rendevano
Londra impossibile. (Mi piacevano molto, invece) Espressi il desiderio
di andarmene fino a quando tutto non fosse finito. Invano mi sincronizzai
al suo umore cupo. Pareva che non mi sentisse e neppure mi vedesse.
Mi resi conto che il mio contegno mi rendeva ridicolo agli occhi
dellaltro avventore. Il passaggio fra le due file di tavoli
al Vengtième era largo poco più di cinquanta centimetri
(Rose e Berthe, mentre servivano, dovevano scansarsi di continuo.
E intanto litigavano a bassa voce, e chi stava dallaltra
parte era come se fosse seduto, più o meno, al vostro stesso
tavolo. Pensai che il nostro vicino doveva divertirsi notando
come non riuscivo a accaparrarmi lattenzione di Soames,
e allora, nella impossibilità di spiegargli che la mia
insistenza era puramente caritatevole, tacqui anchio. Potevo
vederlo senza voltare la testa. Sperai di apparire meno volgare
di lui in contrasto con Soames. Non era inglese, ne ero sicuro,
ma di che nazionalità era? Anche se i suoi capelli di un
nero corvino erano en brosse, non mi sembrava francese. Capii
che era la prima volta che veniva al Vingtième, ma Berthe
lo trattava in maniera piuttosto brusca : non aveva evidentemente
fatto buona impressione. I suoi occhi erano belli, ma come i tavoli
del Vingtième, troppo stretti e troppo vicini luno
allaltro. Aveva un naso predace, e le punte dei baffi, impomatate
sotto le narici, davano fissità al sorriso. Aveva
un aspetto sinistro, decisamente. E il mio senso di disagio per
la sua presenza era aumentato dal panciotto rosso che inguainava
cosi strettamente e cosi fuori stagione in giugno il suo petto
robusto. E non era fuori di posto soltanto per il caldo, quel
panciotto. Non sarebbe stato adatto nemmeno la mattina di Natale.
Sarebbe apparso stonato alla prima dell"Ernani".
Stavo cercando di capire che cosa aveva di sbagliato quando, improvvisamente
e stranamente, Soames ruppe il silenzio.
"Fra cento anni!"mormorò, come in trance.
"Non ci saremo più"precisai, in tono vivace anche
se fatuo.
"Non ci saremo più"fece, meditabondo." No.
Ma il Museo sarà ancora dove è adesso. E la sala
di lettura sarà dove è in questo momento. E la gente
ci potrà andare a leggere."Trasse un profondo respiro,
e qualcosa di simile a un vero dolore gli sconvolse il volto.
Non mi riusciva di capire quale filone di pensiero stava seguendo
il povero Soames. Ne valse certo a illuminarmi quello che disse
dopo una lunga pausa."Credete per caso che non ci abbia badato?"
"Badato a che cosa, Soames?"
"Allindifferenza. Allinsuccesso."
"Insuccesso?"replicai, energicamente."Insuccesso?"ripetei,
vago."Indifferenza... si, forse, ma questa è tutta
unaltra faccenda. Non siete stato... apprezzato, certo.
E con ciò? Ogni artista che... che da..." Volevo dire:"Ogni
artista che da al mondo cose veramente nuove e grandi deve attendere
a lungo prima di essere riconosciuto"ma non mi riuscì
di pronunciare questa frase adulatoria; davanti al suo dolore,
un dolore cosi schietto e cosi palese, le mie labbra si rifiutarono
di schiudersi.
E poi... e poi fu lui a parlare per me. Arrossii."È
questo che stavate per dire, vero?"chiese.
"Come facevate a saperlo?"
"È la stessa cosa che mi avete detto tre anni fa,
quando è uscito Fungoidi". Il mio rossore si
accentuò. E avrei potuto risparmiarmelo, perché"È
la sola cosa importante che vi abbia mai sentito dire"continuò."E
non lho mai dimenticata. È una cosa vera. Ed è
una verità orribile. Ma... ricordate che cosa vi ho risposto?
Ho detto: Non mi importa di essere capito . E voi
mi avete creduto. Avete continuato a credere che io sia al disopra
di cose del genere. Siete superficiale, ecco che cosa siete. Che
cosa potete saperne, voi dei sentimenti di un uomo come me? Siete
convinto che la fiducia di un grande artista in se stesso e nel
verdetto dei posteri sia sufficiente a renderlo felice. Mai avete
immaginato lamarezza e la solitudine e la..."A questo
punto la sua voce si spezzò, ma quasi subito riprese a
parlare con una energia che non gli avevo mai conosciuto."La
posterità! Che cosa me ne importa della posterità?
Un morto non sa che la posterità va a visitare la sua tomba,
va in pellegrinaggio alla sua casa natale, gli dedica lapidi,
gli erige monumenti. Un morto non può leggere i libri che
vengono scritti su di lui. Di qui a cento anni! Pensateci! Se
solo potessi tornare in vita allora, per poche ore soltanto, e
andare nella sala di lettura, e leggere! O, meglio ancora, se
potessi essere proiettato adesso, in questo momento, in quel futuro,
in quella sala di lettura, sia pure per un pomeriggio soltanto!
Per una cosa del genere mi venderei al diavolo, corpo e anima!
Pensate a tutte quelle pagine del catalogo: Soames Enoch via e
via, una edizione via laltra, commenti, prolegomeni, biografie..."Ma
a questo punto fu interrotto dallimprovviso e fragoroso
scricchiolio della sedia del tavolo vicino. Il terzo ospite del
locale si era alzato a mezzo. Si stava piegando verso di noi,
quasi con laria di scusarsi per il disturbo che ci arrecava.
"Perdonatemi... permettete"disse, con voce insinuante."Non
ho potuto a meno di sentire. Posso prendermi una libertà?
Questo piccolo restaurant sans-façon..."Allargò
le braccia."Posso, come si suoi dire, intromettermi?"
Potei solo rispondere con un cenno di assenso. Berthe era comparsa
sulla porta della cucina, credendo che lo straniero volesse il
conto. Ma egli la congedò con un gesto della mano che stringeva
il sigaro, e un attimo dopo era seduto accanto a me e osservava
attentamente Soames.
"Anche se non sono inglese"spiegò"conosco
bene Londra, signor Soames. Il vostro nome e la vostra fama...
come quelli del signor Beerbohm, del resto... mi sono ben noti.
Voi vi domanderete certo chi sono."Si diede una rapida occhiata
alle spalle e continuò : in tono più sommesso :"Sono
il Diavolo."
Fu più forte di me : scoppiai a ridere. Cercai di trattenermi,
sapevo che non cera niente da ridere, mi vergognavo della
mia poca educazione, ma... risi ancora più forte. La tranquilla
dignità del Diavolo, la sorpresa e il disgusto delle sue
sopracciglia inarcate, non fecero che darmi esca- Pendolandomi,
mi appoggiai alla spalliera della sedia, tutto indolenzito. Mi
comportai, insomma, in modo affatto deplorevole.
"Sono un gentiluomo, e"fece lui, badando a sottolineare
le parole"credevo di essere in compagnia di gentiluomini."
"No!"balbettai, a fatica."Oh, no!""Strano,
nicht wahr?"lo sentii dire a Soames. Ci sono persone che
trovano un semplice accenno al mio nome... si... straordinariamente
buffo. Nei vostri teatri il più sciocco dei comédiens
non ha che da dire: Diavolo! e subito gli accordano
la gran risata che rivela il vuoto dellintelletto .
Non è forse vero?"
Ora avevo fiato a sufficienza per presentare le mie scuse. Le
accettò con molta freddezza, e tomo a rivolgersi a Soames.
"Sono un uomo daffari"disse"e vorrei sempre
farla fuori alla svelta , secondo un detto corrente
negli Stati Uniti. Voi siete un poeta. Les affaires... li detestate.
Cosi sia. Ma con me tratterete, vero? Ciò che avete detto
poco fa mi ha riempito di speranza."
Soames si era mosso solo quel tanto che bastava per accendere
unaltra sigaretta. Sedeva piegato m avanti, i gomiti sul
tavolo, la testa appoggiata alle mani, e guardava il Diavolo con
due occhi sbarrati."Continuate"assentì. Ora non
avevo più nemmeno un poco di voglia di ridere.
"II nostro piccolo patto sarà tanto più piacevole".
prosegui il Diavolo."perché siete, se non mi sbaglio,
un diabolista".
"Un diabolista cattolico"precisò Soames.
Il Diavolo accettò la precisazione senza battere ciglio.
"Desiderate"riepilogò"visitare adesso, in
questo pomeriggio. la sala di lettura del British Museum... no?...
come se fossero in questo momento già passati cento anni.
Pai-faitement. Il tempo... una illusione. Il passato e il futuro...
sono sempre onnipotenti come il presente, o almeno, come dite
voi qui, voltato langolo . Vi posso portare
a qualsiasi data. Vi posso proiettare, cosi... pouf! Volete essere
nella sala di lettura come sarà nel pomeriggio del 3 giugno
1997? Volete trovarvi fino allora della chiusura? È
cosi?
Soames annuì con un cenno.
Il Diavolo diede una occhiata allorologio."Le due e
dieci"disse."Lora della chiusura, destate,
è la stessa dì oggi : le sette. Avrete a vostra
disposizione cinque ore circa. Alle sette... pouf!... vi troverete
di nuovo qui, seduto a questo stesso tavolo. Stasera devo cenare
dans le monde... dans le higlif. Ciò mette fine alla mia
attuale visita nella vostra metropoli. Tornando a casa, signor
Soames, passerò a prendervi qui.
"A casa?"ripetei.
"Alla mia umilissima casa"precisò allegramente
il Diavolo.
"Va bene"disse Soames.
"Soames!"implorai. Ma il mio amico non battè
ciglio. Il Diavolo aveva fatto cenno di allungare la mano attraverso
il tavolo e di toccare il braccio di Soames, ma si fermò
prima di aver completato il gesto.
"Fra cento anni, come oggi, non sarà permesso di fumare
nella sala di lettura"sorrise."Farete meglio dunque
a..."
Soames si tolse la sigaretta di bocca e la lasciò cadere
nel suo bicchiere di Sauterne.
"Soames!"riattaccai, a voce altissima."Non potete..."
Ma ora il Diavolo aveva allungato la mano attraverso il tavolo.
La posò, adagio... sulla tovaglia. La sedia di Soames era
vuota. La sua sigaretta galleggiava, fradicia, nel bicchiere.
Di lui non cera altra traccia.
Per qualche istante il Diavolo lasciò la mano abbandonata
dovera, guardandomi con la coda dellocchio, ed era
una espressione, la sua, piuttosto volgare di trionfo.
Un brivido mi scosse. Controllandomi a fatica, mi alzai."
Molto abile"dissi con tono condiscendente."Ma...
La macchina del tempo è un libro delizioso, non vi
pare? Assolutamente originale."
"Vi piace scherzare"disse il Diavolo, che si era alzato
anche lui."Ma un conto è scrivere di una macchina
impossibile, un altro conto essere una Potenza Soprannaturale."Comunque,
avevo segnato un punto a mio favore.
Berte era accorsa al rumore delle nostre sedie spinte indietro.
Le spiegai che Soames era stato chiamato fuori e che avremmo cenato
assieme da lei. Solo quando mi trovai allaria aperta cominciai
a sentire la testa che mi girava. Ho un ricordo molto nebuloso
di quello che feci, di dove andai vagabondando, nel riflesso accecante
di quellinterminabile pomeriggio. Rammento il rumore dei
martelli dei carpentieri in tutta Piccadilly e laspetto
nudo e disordinato delle tribune non ancora terminate. Fu nel
Green Park, o nei Kensinton Gardens o dove che mi misi a sedere
su una sedia, sotto un albero, cercando di leggere un giornale
della sera? Nellarticolo di fondo cera una frase che
continuava a echeggiare nella mia mente spossata : l Poche sono
le cose ignote a questa augusta Signora, ricca della saggezza
accumulata in sessantanni di Regno. Ricordo di aver
pensato, follemente, a una lettera (che sarebbe dovuta arrivare
a Windsor per espresso, e il lettore avrebbe ricevuto lordine
di aspettare la risposta:
SIGNORA, ben sapendo che Vostra Maestà è ricca della
saggezza accumulata in sessantanni di Regno, oso chiedere
il Vostro consiglio sul seguente, delicatissimo argomento. Enoch
Soames, di cui forse conoscete le poesie e forse no...
Non cera modo di aiutarlo... di salvarlo? Un patto era un
patto, e io ero certo il tipo meno indicato se si trattava di
aiutare o di incoraggiare qualcuno a sottrarsi a un obbligo ragionevole.
Non avrei alzato neppure il mignolo per salvare Faust. Ma il povero
Soames!... destinato a pagare senza requie un prezzo eterno solo
per una infruttuosa ricerca e una amara delusione...
Mi pareva strano e irreale che lui, Soames, con ÌI suo
mantello impermeabile, stesse vivendo, in quel momento, nellultima
decade del secolo venturo, che studiasse libri non ancora scritti,
che guardasse uomini non ancora nati e fosse da loro visto. Più
irreale e più strano ancora che da quella sera e per sempre
egli sarebbe stato allInferno. Per assurdo che potesse sembrare,
la verità era più strana della fantasia.
Mi parve interminabile, quel pomeriggio. Quasi rimpiansi di non
essere andato anchio con Soames, non per restarmene nella
sala di lettura, no, ma per fare un rapido giro e dare una occhiata
alla nuova Londra. Uscii, inquieto, dal parco dove mi ero seduto.
Cercai invano di immaginare di essere un viaggiatore curioso del
diciottesimo secolo. I minuti che trascorrevano lenti e vuoti
mi imponevano una tensione intollerabile. Molto prima delle sette
ero di ritorno al Vingtième.
Mi misi a sedere allo stesso posto che avevo occupato per il pranzo.
Laria continuava a entrare dalla porta aperta alle mie spalle.
Ogni tanto Berthe o Rose apparivano per un momento. Avevo detto
foro che avrei ordinato solo quando fosse arrivato Soames. Un
organino cominciò a suonare, soffocando bruscamente il
frastuono di un litigio fra francesi in fondo alla strada. Quando
la musica si interrompeva per qualche istante prima di cambiare,
potevo sentire che il litigio continuava a infuriare. Strada facendo,
avevo comperato un altro giornale della sera. Laprii. I
miei occhi se ne distoglievano di continuo per guardare lorologio
sopra la porta della cucina.
Mancavano cinque minuti soltanto allora stabilita. Ricordai
che gli orologi dei ristoranti sono sempre avanti di cinque minuti.
Concentrai gli occhi sul giornale. Giurai di non distoglierveli
più. Tenevo i fogli dritti, aperti, davanti al viso, per
vedere solo quelli. Tremavano un poco, quei fogli! Colpa solo
della corrente daria, mi dissi.
A poco a poco le braccia mi si irrigidirono, presero a dolermi,
ma non potevo abbassarle... ora. Ebbi un sospetto, ebbi una, certezza.
Bene, e allora?... Per che altro ero venuto? Eppure continuai
a tenere salda quella barriera di carta di giornale. Solo il rumore
del passo svelto di Berthe dalla cucina mi mise in grado, mi costrinse
a abbandonarla e a dire:
"Che cosa vogliamo mangiare allora, Soames?"II est souffrant,
ce pauvre Monsieur Soames?"domandò Berthe.
"È solo... stanco."Le chiesi di portarci del
vino... Borgogna... e, come piatto, quello che era pronto. Soames
stava seduto rannicchiato contro il tavolo, esattamente come lultima
volta che lo avevo visto. Era come se non si fosse mai mosso...
lui che si era spinto lontano in una misura addirittura inconcepibile.
Un paio di volte, nel corso del pomeriggio, mi era capitato di
pensare che forse il suo viaggio non sarebbe stato del tutto inutile...
che forse ci eravamo sbagliati tutti nella nostra valutazione
delle opere di Enoch Soames. Ma il suo aspetto bastò a
rivelarmi che avevamo avuto terribilmente ragione."Non scoraggiatevi"balbettai
allora." Forse... non avete lasciato passare un periodo sufficiente
di tempo, ecco. Forse, fra due o tre secoli...
"Si"mi giunse la sua voce."Ci ho pensato."
"E adesso... e adesso pensiamo invece al futuro più
immediato. Dove andrete a nascondervi? Non potrete prendere lespresso
per Parigi che parte da Charing Cross? Avete quasi unora
di tempo. Ma non andate a Parigi. Fermatevi a Calais. Stabilitevi
li. Non penserà mai di venirvi a cercare a Calais.
"La mia solita fortuna!"brontolò." Trascorrere
le mie ultime ore sulla terra in compagnia di un somaro."Ma
non mi sentii per nulla offeso."E di un somaro traditore,
come se non bastasse"aggiunse stranamente, buttandomi attraverso
il tavolo un foglio di carta che teneva in mano. Diedi una rapida
occhiata a quello che cera scritto, e mi parve che si trattasse
di una specie di vaneggiamento. Con un gesto di impazienza, misi
da parte il foglio.
"Avanti, Soames, fatevi animo! Non si tratta soltanto di
vita o di morte. Cè in ballo un tormento eterno,
tenetelo presente. Non intenderete dirmi che intendete restarvene
qui, senza muovere un dito, che il Diavolo passi a prendervi."
"Non posso fare altro. Non ho scelta."
"Via! questo è fiducioso e scoraggiante
fino al limite della pazzia. Questo è diabolismo folle!"Gli
riempii il bicchiere di vino."Certo, ora che avete visto
quel bruto!"
"È inutile insultarlo."
"Ammettete che non aveva nulla dei diavoli di Milton, Soames."
"È piuttosto diverso da come lo immaginavo, certo."
"È volgare, è un villano rifatto, è
Ì1 tipo che si aggira nei corridoi dei treni diretti in
riviera e ruba alle signore i cofanetti di gioielli. Immaginate
soltanto un tormento presieduto da lui!"
"Non sarete del parere che unidea del genere mi alletti,
vero?"
"E allora perché non cercate di scomparire alla chetichella?"
Tomai a riempirgli il bicchiere, più volte, e sempre, con
un gesto meccanico, egli lo vuotò; ma il vino non fece
sprizzare in lui la più piccola scintilla di iniziativa.
Non mangiò, e anchio mi limitai a buttare giù
qualche boccone. Nel mio intimo, ero convinto che, per quanto
facesse, non sarebbe mai riuscito a salvarsi. La caccia sarebbe
stata rapida, la cattura certa. Ma qualunque cosa sarebbe stata
meglio di quellattesa rassegnata, passiva, vile. Dissi a
Soames che, per lonore della razza umana, avrebbe dovuto
far sfoggio di un minimo di resistenza. Mi chiese che cosa la
razza umana aveva mai fatto per lui."E poi"disse"non
capite che sono in suo potere? Avete visto che mi ha toccato,
vero? Ormai e fatta. Non ho più volontà. Sono segnato."
Abbozzai un gesto di disperazione. Continuò a ripetere
la parola * segnato . Cominciai a rendermi conto che il
vino gli aveva ottenebrato il cervello. E non cera da stupirsi.
Era andato digiuno verso il futuro, ed era ancora digiuno. Lo
pregai di mangiare almeno un po di pane. Cera da impazzire
allidea che, pur avendo tante cose da dire, non potesse
dire niente."Come è andata laggiù?" domandai."Avanti!
Raccontatemi le vostre avventure."
"Rappresentiamo un elzeviro di primissimo ordine, vero"
"Mi spiace moltissimo per voi, Soames, e sono pronto a scusarvi
in ogni modo possibile e immaginabile; ma che diritto avete di
insinuare che voglia ricavarne un elzeviro per usare le vostre
stesse parole?"
II poveraccio si strinse la fronte fra le mani."Non so"disse."Avevo
qualche motivo, lo ammetto... Cercherò di ricordare."
"Cosi va meglio. Cercate di ricordare tutto. Mangiate un
boccone di pane. Comera la sala di lettura?"
"Più o meno come sempre"mormorò alla fine.
"Cera molta gente?"
"Come al solito."
": Che aspetto avevano?"
Soames si sforzò di rivederli"Tutti"rammentò
dopo qualche istante"si somigliavano molto."Il mio cervello
fece una capriola paurosa."Tutti vestiti in Jaeger?"
"Si, mi pare. Una stoffa di un grigio giallastro.""Una
specie di uniforme? > Annui."Con un numero, forse? Un
numero su un grosso disco di metallo cucito alla manica sinistra?
DKF 78.910... o simili?"Era proprio cosi. < E tutti...
uomini e donne, senza distinzione.. avevano unaria molto
curata...? Assomigliavano agli abitanti di Utopia?.... Sapevano
di disinfettante...? E erano tutti quasi calvi...?"La risposta
fu affermativa, su tutti i punti. Su un punto solo Soames non
era sicuro; non sapeva bene se uomini e donne erano calvi o rapati."Non
ho avuto il tempo di osservarli attentamente" spiegò.
"No, no certo. Ma..."
"Mi guardavano con tanto docchi, posso confessarvelo.
Ho suscitato molta attenzione da parte loro."In questo almeno
era riuscito."Credo di averli spaventati. Si scostavano,
se solo mi avvicinavo. Quando mi muovevo, mi seguivano a debita
distanza. Quelli che stavano al tavolo rotondo, al centro della
sala, sembravano abbandonarsi al panico ogni volta che mi avvicinavo
per rivolgere una qualche domanda.
"Che cosa avete fatto, quando siete entrato?"Aveva puntato
dritto al catalogo, naturalmente... ai volumi della S, e era rimasto
a lungo davanti al SN-SOF, incapace di togliere il volume dallo
scaffale perché il cuore gli batteva forte, terribilmente
forte... Da principio, disse, non si era sentito deluso... aveva
pensato soltanto che lordinamento doveva essere stato cambiato.
Era andato al tavolo del centro e aveva chiesto dove era il catalogo
dei libri del ventesimo secolo. Gli avevano risposto che il catalogo
era ancora unico. Aveva cercato di nuovo il proprio nome, aveva
guardato di nuovo Ì tre cartellini che conosceva cosi bene.
Poi si era scostato, si era messo a sedere, era rimasto a lungo
immobile...
"Poi"continuò, con voce cantilenante": ho
cercato nel Dizionario Biografico Nazionale e in
qualche enciclopedia... Sono tornato al tavolo di centro e ho
chiesto quale fosse il miglior libro moderno sulla letteratura
della fine del secolo decimonono. Mi hanno detto che lopera
migliore in questo campo era considerata quella di T. K. Nupton.
Lho cercata nel catalogo e ho compilato la scheda, mi hanno
portato il volume. Nellindice il mio nome non e era,
ma... Si!"continuò, cambiando improvvisamente tono."Ecco
che cosa avevo dimenticato! dovè quel foglio di carta?
Restituitemelo."
Avevo dimenticato anchio quella specie di scarabocchio.
Lo recuperai da terra, dove era caduto, e glie lo passai.
Lo apri e lo lisciò, annuendo e sorridendomi in maniera
niente affatto simpatica."Mi è capitato di sfogliare
il libro di Nupton"riassume."Una lettura niente affatto
facile. Una specie di grafia fonetica. Tutti i libri moderni che
ho visto avevano una grafia fonetica."
"Allora non voglio saperne di più, Soames, se non
vi spiace."
"I nomi propri però erano scritti allantica.
In caso contrario, non sarei forse riuscito a trovare il mio nome."
"II vostro nome? Davvero?! Soames, sono molto contento!"
"E il vostro."
"No!"
"Ho pensato che vi avrei trovato qui stasera. Per questo,
mi sono preso la briga di copiare il brano, leggetelo."
Gli strappai di mano il foglio. La calligrafia di Soames era confusa,
precisamente come ci si poteva aspettare da lui. Questo, assieme
alla ortografia insolita e alla mia eccitazione, mi rese più
difficile lesatta comprensione di ciò che T. K. Nupton
intendeva dire.
Ho davanti a me, ora, in questo momento, quel foglio. Strano come
le parole che copio e traduco per voi qui ora siano state copiate
per me dal povero Soames di qui a settantotto anni, per la precisione.
Dalla pag. 234 della"Letteratura Inglese 1890-1900"
di T. K Nupton, Edizione di Stato, 1992.
"Per esempio, uno scrittore di quellepoca, un certo
Max Beerbohm, che era ancora vivo nel ventesimo secolo, ha scritto
un racconto nel quale faceva il ritratto di un individuo immaginario,
un certo Enoch Soames , un poeta di quarto ordine
che si crede un grande genio e fa un patto con il Diavolo per
sapere che cosa i posteri penseranno di lui. Si tratta di una
satira piuttosto complicata ma non priva di valore, perché
mostra quanto sul serio si prendevano i giovani intorno al milleottocentonovanta.
Ora la professione del letterato è stata organizzata come
un ufficio dei servizi pubblici, i nostri scrittori hanno trovato
il loro equilibrio, hanno imparato a fare il loro dovere senza
pensare al domani. II lavoratore vale il suo stipendio,
e questo è tutto. Grazie al cielo, oggi non esistono fra
noi tipi come Enoch Soames."
Mi resi conto che, ripetendo le parole a alta voce (un accorgimento,
questo, che raccomando al lettore) riuscivo, a poco a poco, a
dominarle. Ma, più chiare mi diventavano, maggiori erano
il mio sbalordimento, la mia angoscia, il mio orrore. Era una
specie di incubo. In distanza, limmenso, cupo sfondo di
ciò che si preparava per la povera e cara arte delle lettere;
e li al mio tavolo, fissi su di me due occhi che mi mettevano
semplicemente a fuoco, il poveretto che... che evidentemente...
ma no: per quanto potessi degradarmi negli anni a venire, non
mi sarei mai certo ridotto a un grado di brutalità da...
Tomai a esaminare lo scritto."Immaginario", ma Soames
purtroppo cera, e non era più immaginario di quello
che lo fossi io. E"complicata"che cosa mai voleva dire?"È
tutto molto... deludente"balbettai alla fine.
Soames non rispose, ma continuò a fissarmi con una espressione
che non esito a definire crudele.
"Siete sicuro"temporeggiai"proprio sicuro di aver
copiato correttamente?"
"Nella maniera più categorica."
"Bene, allora è questo maledetto Nupton che deve aver
fatto... che dovrà fare... uno stupido errore. Statemi
a sentire, Soames, mi conoscete troppo bene per pensare che io...
Dopo tutto, il nome di Max Beerbohm non è certo raro, e
ci devono essere diversi Enoch Soames in circolazione.... o meglio,
Enoch Soames è un nome che può venire in mente a
chiunque voglia scrivere un racconto. E io non scrivo racconti
: sono un saggista, un osservatore, un cronista... Si tratta di
una coincidenza davvero straordinaria, lo ammetto. Ma dovete capire
anche voi che..."
"Capisco tutto"mi interruppe Soames, tranquillamente.
E aggiunse, con una sfumatura del suo antico tono, ma con una
dignità maggiore di quella che gli avessi mai conosciuto
:"Parlons dautre chose".
Accettai la proposta senza neppure discuterla. Tornai subito al
più immediato futuro. Passai la maggior parte di quella
lunga sera cercando di convincere Soames a fuggire, a nascondersi
da qualche parte. Ricordo di aver detto alla fine che, se proprio
era destino che scrivessi di lui, il cosiddetto"racconto"sarebbe
almeno riuscito migliore con un lieto fine. Soames ripetè
le ultime tre parole con tono di profondo disprezzo."Nella
vita e nellArte"disse"la sola cosa che conti è
un inevitabile."
"Ma"insistetti, più speranzoso di quanto in realtà
mi sentissi"una fine che si può evitare non è
inevitabile."
"Non siete un artista"gracchiò."E lo siete
cosi poco che, invece di immaginare una cosa e farla apparire
vera, riuscirete a fare sembrare inventato anche ciò che
è vero. Siete un maledetto guastafeste. E, con la fortuna
che ho, non potevo certo aspettarmi altro."
Protestai affermando che il maledetto guastafeste non ero io...
non sarei stato io... ma T.K. Nupton, e attaccammo una discussione
accanita, nel corso della quale mi parve a ari certo momento di
capire come Soames si accorgeva di essere dalla parte del torto
: era evidentemente in preda a qual- cosa di simile a un terrore
fisico. Mi chiesi con stupore perché... poi, con un gelido
soprassalto, intuii la vera ragione... lo capii dallo sguardo
che teneva fisso oltre le mie spalle. Il portatore di quella"
fine inevitabile"era fermo, massiccio, sulla soglia.
Riuscii a fatica a girare la sedia e a dire, con una parvenza
di spensieratezza:"Oh, accomodatevi!"In tutta sincerità,
Ì1 terrore che provavo era attenuato dalla sua assurda
somiglianza con il cattivo di un melodramma. Il luccichio
del suo cappello, porcaio di traverso, e dello sparato della camicia,
il suo tic di arricciarsi di continuo Ì baffi e soprattutto
lampiezza del suo sogghigno stavano a dimostrare che era
li soltanto per essere sconfitto.
Con un sol passo fu accanto al nostro tavolo."Mi spiace"ghignò,
con unaria tale da far venire i brividi,"di interrompere
la vostra simpatica conversazione, ma...."
"Non la disturbate affatto : la completate"lo rassicurai."II
signor Soames e io desideriamo proprio di chiacchierare un poco
con voi. Non volete accomodarvi? Il signor Soames non ha ricavato
nulla... assolutamente nulla... dal suo viaggio di questo pomeriggio.
Non intendiamo dire con questo che si sia trattato di una truffa...
di una volgare truffa. Al contrario, siamo convinti delle vostre
buone intenzioni. Ma naturalmente il patto, per quello che era
non ha più ragione di essere."
II Diavolo non rispose a parole. Si limitò a guardare Soames
e a additare con lindice teso la porta. Soames stava alzandosi
quando, con un gesto rapido e disperato a un tempo, presi i due
coltelli che stavano sul tavolo e li appoggiai con le lame in
croce. Il Diavolo si appoggiò al tavolo che gli stava alle
spalle, fissando altrove gli occhi, scosso da un forte tremito."Non
siete superstizioso"sibilò.
"Niente affatto"sorrisi.
"Soames", ordinò, come se parlasse a un sottoposto,
ma senza voltare la testa"rimettete dritti quei coltelli."
Dopo aver rivolto al mio amico un gesto imperioso"il signor
Soames"dissi energicamente al Diavolo"è un diabolista
cattolico."Ma il mio povero amico obbedì alla ingiunzione
del Diavolo, non alla mia; poi, mentre il suo padrone gli teneva
di nuovo gli occhi fissi addosso, si alzo e mi passò davanti
ciabattando. Cercai di parlare, ma fu lui a battermi sul tempo.
"Cercate"fu la preghiera che mi rivolse, mentre il Diavolo
lo spingeva di malagrazia oltre la porta
"cercate di far capire agli altri che io sono esistito."
Un attimo dopo anchio avevo varcato quella soglia. Guardai
da ogni parte : a destra, a sinistra, di fronte, con la massima
attenzione. Cera il chiarore della luna e quello dei lampioni,
ma non si vedeva traccia né di Soames né dellaltro.
Rimasi per qualche istante immobile, sbalordito. Poi, sempre sbalordito,
rientrai nel minuscolo locale, e credo di aver pagato a Berthe
o a Rose il mio pranzo e la mia cena e quelli di Soames; lo spero
almeno, non sono più tornato al Vingtième. Anzi,
da quella sera ho sempre evitato Greek Street. E per anni non
ho più messo piede nemmeno in Soho Square, perché
fu proprio là che quella stessa notte passeggiai avanti
e indietro e indugiai a lungo, con la sciocca speranza di chi
non vuole allontanarsi da un luogo dove ha perduto qualcosa..."Torno
torno alla piazza silenziosa e buia;"il verso continuò
a echeggiarmi alla mente, nella mia veglia solitaria, e con esso
tutta la strofa, e mi faceva sentire quanto tragicamente diversa
dalla felice scena immaginata da lui era la vera esperienza del
poeta, con quel principe nel quale, fra tutti i principi, non
dovremmo mai riporre la nostra fiducia.
Ma (strano come la mente di un saggista, per quanto profondamente
impressionata, agisca per conto suo!) ricordo di essermi fermato
davanti a una porta e di aver pensato che forse era proprio"
quella sulla quale il giovane de Quincey si era abbandonato, malato
e debole, mentre la povera Ann volava"con tutta la velocità
che i suoi piedi le permettevano, a Oxford Street, la"matrigna
dal cuore di pietra delluno e dellaltra"e tornava
con quel"bicchiere di porto speziato"senza il quale,
forse, come egli credeva, sarebbe morto davvero. Era proprio la
stessa soglia che il vecchio de Quincey soleva visitare in atto
di omaggio? Meditai sulla sorte di Ann, sulla ragione della sua
improvvisa scomparsa dalla vita dellamico, e subito mi pentii
di aver permesso che il passato soverchiasse il presente. Povero
Soames, ormai scomparso!
E, anche per ciò che mi riguardava, cominciai a sentirmi
turbato. Che cosa dovevo fare? Ci sarebbe stato un trambusto...
Misteriosa scomparsa di un autore... con tutto quello che segue?
Le ultime volte che era stato visto aveva cenato e pranzato in
mia compagnia. Non era opportuno che prendessi subito una vettura
e mi facessi portare dritto a Scotland Yard? Mi avrebbero giudicato
pazzo. Dopo tutto, pensai, Londra era una città molto grande,
e una figura poco nota poteva scomparirne senza che nessuno se
ne accorgesse, specie in quel periodo, nella luce accecante dellormai
imminente Giubileo. Meglio non dir nulla pensai.
E non mi sbagliai. La scomparsa di Soames non fece rumore alcuno.
Venne completamente dimenticato, prima ancora che, a quanto ne
so, qualcuno si accorgesse che non era più in circolazione.
Può darsi che ogni tanto un poeta o un prosatore dicesse
a un collega :"Che cosa è successo di quel Soames?"ma
nessuno mi ha mai rivolto una domanda del genere. Forse lavvocato
che gli pagava la rendita avrà fatto ricerche, ma tali
ricerche, ammesso che ci siano state, non ebbero mai la più
piccola eco. Cera qualcosa di fantasmagorico nella generale
trascuratezza del fatto che Soames fosse mai esistito, e più
di una volta mi sono sorpreso a chiedermi se Nupton, questo ragazzino
non ancora nato, non avrebbe avuto ragione a considerarlo un'
invenzione del mio cervello.
Nel passo del repellente libro di Nupton cè forse
un punto che vi avrà lasciato dubbiosi. Come mai lautore,
per quanto abbia citato il suo nome e abbia riportato le esatte
parole che scriverà, non arriverà a afferrare lovvio
corollario che non ho inventato niente? La risposta non può
essere che una : Nupton non leggerà mai lultima parte
di questa memoria. Una simile mancanza di precisione rappresenta
un grosso difetto in chi si accinge a intraprendere un lavoro
erudito. E spero che queste parole capitino sotto gli occhi di
un contemporaneo e rivale di Nupton e significhino per Nupton
la rovina.
Mi piace di pensare che, in un momento imprecisato, fra il 1992
e il 1997, qualcuno leggerà questa memoria e imporrà
al mondo le sue inevitabili conclusioni. E ho tutte le ragioni
di credere che proprio così sarà. Vi renderete conto
come la sala di lettura dove venne proiettato dal Diavolo era
in tutto e per tutto simile a quella che sarà nel pomeriggio
del 3 giugno del 1997. E vi renderete anche conto che quel pomeriggio,
quando verrà, vedrà la stessa gente, e ci sarà
anche Soames, puntualissimo, e tanto lui quanto gli altri faranno
precisamente quello che hanno già fatto. Richiamatevi ora
alla memoria quanto mi ha riferito Soames della impressione da
lui suscitata. Forse direte che la diversità dellabbigliamento
era di per se stessa sufficiente a metterlo in vista in mezzo
a quella folla in divisa. Ma, se solo lo aveste visto, non direste
certo una cosa del genere. Vi assicuro, che in qualsiasi epoca,
Soames non poteva apparire altro che scialbo, anonimo. Il fatto
che la gente lo guarderà ad occhi sbarrati e seguirà
con attenzione ogni suo movimento, si può spiegare soltanto
con lipotesi che saranno stati in qualche modo preparati
a quella visita fantasmagorica. Si saranno trovati là in
ansiosa attesa per controllare di persona se sarebbe venuto o
no. E, quando comparirà, leffetto sarà, naturalmente...
pauroso.
Uno spettro autentico, granitico, irrefutabile, ma... ahimè,
soltanto uno spettro. Questo e questo soltanto. Nel corso della
sua prima visita, Soames era una creatura in carne e ossa, mentre
le creature fra le quali sia stato proiettato erano spettri; spettri
solidi, palpabili, parlanti, Io ammetto, ma inconsci e automatici,
in un edificio che era di per se stesso un'illusione. La prossima
volta, quelledificio e quelle creature saranno reali. È
di Soames che ci sarà soltanto la parvenza. Vorrei proprio
poterlo pensare destinato a rivisitare il mondo realmente, fisicamente,
consciamente. Vorrei che avesse quest'unica, breve tregua, questo
trascurabile dono cui pensare con desiderio per il futuro. Non
lo dimentico mai a lungo. È dovè, e per sempre.
I più rigidi moralisti che esistono fra noi potranno sostenere
che se la può prendere con se stesso e soltanto con se
stesso. Per ciò che mi riguarda, credo che sia stato molto
bistrattato. La vanità deve essere punita, è vero
; e la vanità di Enoch Soames era, lo ammetto, superiore
alla media, e andava trattata in maniera particolare. Ma la vendetta
era inutile. Voi direte che è stato lui a pattuire il prezzo
che sta pagando, ma io sostengo che è stato indotto a ciò
con linganno. Bene informato di tutto e di tutti, il Diavolo
deve aver saputo che il mio amico non avrebbe guadagnato niente
con la sua visita nel futuro. Tutto si è ridotto a un trucco
piuttosto meschino. Più ci penso e più il Diavolo
mi appare detestabile.
Ho avuto occasione di intravederlo più volte, qua e là,
dopo quel giorno al Vingtième. Ma una volta soltanto lho
visto da vicino. Avvenne a Parigi. Un pomeriggio, stavo passando
per la Rue dAntin quando lo scorsi che mi veniva incontro,
pacchianamente elegante, come sempre; faceva roteare una mazza
debano e si comportava come se il marciapiede fosse di sua
esclusiva proprietà. Al pensiero di Enoch Soames e delle
miriadi di altri esseri che soffrono in eterno sotto il dominio
di quel bruto mi sentii Invadere da una terribile collera fredda
e mi drizzai in tutta la mia statura. Ma... bene, si è
così abituati a salutare con un cenno e a sorridere per
la strada a chi si conosce che latto diventa qualcosa di
automatico; per vietarselo occorre uno sforzo gigantesco e una
gran presenza di spirito- Mentre incrociavo il Diavolo mi accorsi,
a mio disdoro, che lo salutavo con un cenno e sorridevo. E la
mia vergogna, credetemi, fu tanto più profonda e tanto
più sentita perché egli mi fissò con unaria
quanto mai sprezzante. Essere ignorato... deliberatamente ignorato...
da lui! Ero, e sono ancora furibondo che mi sia capitata una cosa
del genere.
FINE
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