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POLITICA, ESIBIZIONISMO, VOYEURISMO di Enrico Menduni

In: "Viceversa", a. I, n. 5, dicembre 2000, p. 11.
L’esibizionismo è profondamente intrecciato con una società di massa. Una società di massa non è meno gerarchica della precedente, ma tutti accedono agli stessi luoghi, vedono e sentono le stesse cose o almeno hanno lo stesso assortimento in cui scegliere cosa vedere e sentire.Nel teatro ottocentesco gli spettacoli non sono più per la corte del sovrano, ma per tutti quelli che siano disposti a pagare un modico biglietto. Tuttavia la barriera economica del prezzo d’ingresso filtra e organizza le differenze sociali. Le varie classi sociali sono tutte nel teatro, ma platea, palchi, loggione sono le loro diverse collocazioni, gerarchizzate con cura.Questa gerarchizzazione poi sparisce. La riproducibilità tecnica dei mass media sta al teatro come le calze di nylon a quelle di seta: sono forse un po' più brutte, ma sono per tutti La radio e la televisione, praticamente gratuite, ne sono l’esempio. Essi portano a casa, a domicilio, gli spettacoli più esclusivi in una forma accessibile e semplificata. Se tutti possono vedere tutto, e tutti hanno una grande abbondanza di cose da vedere, farsi vedere - essere notati - diventa un problema, genera ansia. Per farsi vedere occorre uscire dalla normalità, mostrare cose straordinarie. Il dandy non è solo un elegantone. È un personaggio che affida il suo successo all'eccesso di cui è portatore. Le avanguardie artistiche sono eccessive per definizione, provocatorie, come il flâneur di Baudelaire che passeggia tra la folla ignorandola, ma non essendo ignorato da essa. D’Annunzio veste con eleganza così ricercata da essere eccessiva, cura il suo personaggio pubblico, ha un'oratoria ridondante, vive come un dandy circondato di oggetti preziosi e strani, una propria Wunderkammer, poi invia sostanziose collaborazioni al "Corriere della sera", fa il creativo - diremmo oggi - per la pubblicità, progetta marchi come quello de La Rinascente, o del liquore Aurum. Vittorio Sgarbi sta alla televisione come D'annunzio sta ai media stampati. A un livello inferiore Giampiero Mughini, o il banditore delle televendite di quadri su Rete A, portano in televisione la maschera del dandy, ormai massificata. Anche la politica deve farsi vedere. Agisce in una società di massa, dove i singoli componenti di questa massa, in una specie di Auditel, determinano con il loro voto elettorale le fortune (le quotazioni) dei singoli partiti e ad un certo momento, con il finanziamento pubblico, anche i loro bilanci. Ma qui si apre la grande differenze che per un secolo ha diviso la politica dal dandismo (uso il passato prossimo perché non è più così). Se il dandy vive per se stesso, la politica fa il suo nido in grandi ideologie partecipate. Anche D'Annunzio dopo il 1914 non si spiega senza la guerra, l'intervento, l'arditismo: il poeta-soldato, abile propagandista, con le sue strane divise fuori ordinanza, il pugnale, e i suoi "eventi mediatici", il volo dimostrativo su Vienna, la beffa di Buccari. La politica vive di simboli e bandiere. Di cortei, di manifestazioni, di feste popolari, di scontri con le opposte fazioni, di solidarietà, di applausi, cori, slogan ritmati. Ha i suoi giornali, i suoi manifesti murali, i suoi microfoni. Il personale politico è come avvolto nelle bandiere. L'applauso che lo saluta sul podio solo in parte è per l'oratore, in maggioranza per l'idea di cui lui è provvisoria e transeunte incarnazione. Se cadrà in disgrazia, poco sarà ricordato, perché si correrà dietro a qualche altra incarnazione. Nell'età classica della politica di massa il politico è narciso e non lo sa. Essere applauditi non è un problema, basta trattare bene gli argomenti più graditi all'uditorio. Egli non parla a tutti, parla ai suoi, gioca in casa. L'applauso lo gratifica, non sempre si ricorda che non è per lui; il suo occhio valuta quanto è piena la piazza, si lamenta con gli organizzatori del comizio (veri "local promoter", come nelle tournée dei concerti pop) se non è stato fatto un buon lavoro di preparazione. È difficile accorgersi di essere narcisi all'interno di ideologie che si dicono collettiviste, ma lasciano un po' (o forse tanto spazio) a questa gratificazione del suo dirigente. Eppure molti di questi combattenti di ferro, compreso quello che aveva l'acciaio nel suo nome, Stalin, erano narcisi come prime donne della lirica, come dive del muto. La televisione a partire dal 1960, con "Tribuna elettorale" e simili, mostra per la prima volta le facce dei politici. Per la prima volta essi devono parlare non al proprio pubblico, né nelle sorvegliate e protette aule parlamentari dove parlano agli altri esponenti della classe politica, in modo spesso collusivo e compromissorio (capovolgendo la veemenza del comizio in un embrassons-nous); in televisione si deve parlare a tutti. È una novità sconvolgente. Il film "Gli onorevoli" di Sergio Corbucci (1963) è a tutti noto per l'interpretazione di Totò-Antonio La Trippa, con il suo subliminale e surreale richiamo "vota Antonio – vota Antonio"; ma a cogliere meglio il senso di quello che stava cambiando è forse il personaggio di Peppino De Filippo-prof. Mollica, professore di provincia e candidato missino, incerto tra la sua italica e tradizionale virilità e le esigenze del trucco televisivo, capitato nelle mani di un regista (Walter Chiari-Dagnino) complessato e isterico, velatamente omosex, nelle cui mani si trasformerà in una sorta di travestito."Camerati!" esordisce De Filippo-Mollica nelle prove, mimando il comizio che ha sempre fatto nelle piazze; con grande lucidità Chiari-Dagnino lo interrompe: "Guardi che lei qui non parla ai suoi, lei è in televisione, lei parla a tutti". La comunicazione politica stava cambiando, la televisione dava la possibilità ai leader delle varie tribù politiche italiane di parlare anche ai loro non-elettori, mentre il comizio era sostanzialmente una dimostrazione di forza, dedicata al proprio "zoccolo duro" che, contemplandosi come in uno specchio nella folla del raduno gremito, poteva galvanizzarsi per la propria (presunta) forza, come se quella piazza fosse una sorta di icona del popolo italiano. A "Tribuna politica" tuttavia i politici sono sempre dirigenti di un partito, nessuno potrebbe chiedergli se preferiscono il mare o la montagna, se hanno un cane, se corteggiano le donne. Sarebbero domande irrituali, fuori tema, contro cui leverebbe alta la propria voce qualche Commissione parlamentare di Vigilanza. Questo passaggio avverrà nel talk show televisivo, nella seconda metà degli anni Settanta.Il talk show non si spiega senza la "neotelevisione", una tv che ormai è in tutte le case e in cui varie reti pubbliche e private si contendono ogni sera i favori del pubblico. Una tv non più di eventi festivi, di rubriche alternate in un palinsesto settimanale, ma dove ogni giorno viene presentato tutto (e il suo contrario), intrecciandosi sempre più con la vita privata e familiare delle persone. Una tv della normalità e della familiarità, di cui il "contenitore" di personaggi e frammenti assortiti è il formato più semplice e accattivante. Il talk show, introdotto in Italia da Maurizio Costanzo che ad esso legherà le sue sorti di demiurgo televisivo, ne è la trascrizione parlata. Quotidianamente nei divani o nelle poltroncine dello studio siedono divi in ogni campo (dallo sport, allo spettacolo, alla politica), insieme a gente comune. Si parla un po' di tutto, compresa la vita privata; il politico può cantare, suonare il pianoforte, spiegare al pubblico domestico perché è rimasta vergine (Tina Anselmi) assieme a tutti i figuranti di questa commedia umana. Nel declino delle ideologie, parlerà a più persone con quella serata sul divano, di quante non lo abbiamo ascoltato davvero sulle piazze in tutta la sua vita. La neotelevisione si picca di essere una "televisione normale" (e la citazione dalemiana è involontaria), vicina alla sensibilità della gente comune; ma ahimè almeno per quanto riguarda lo show business (non saprei per il resto) la normalità pur predicata ai quattro venti ha un grave difetto, quello di annoiare, di diventare presto logora e convenzionale. Per questo la televisione dovrà stupire continuamente, ricorrere a personaggi presi dalla strada sì ma eccessivi: questo il reality show,1 il "Chi l'ha visto", gli eroi della stranezza e dell'improbabile, le coppie che litigano in tv e raccontano le peggio cose, vere o presunte o sceneggiabili. "Ginger e Fred" di Fellini (1985) lo racconta da par suo: "Accanto all'uomo politico in cerca di una facile popolarità - è scritto nel soggetto2- c'è il famoso medico che si è specializzato in chirurgia plastica e che presenta una sua paziente raccontando come le ha tolto trent'anni di rughe e due centimetri di naso. Accanto al brigatista pentito, assolto dai suoi delitti e accompagnato da una scorta, c'è il giornalista scritto che presenta il suo ultimo libro, in difesa della nobile arte della boxe, e ancora: la bambina che sposta i tavoli con lo sguardo, un cane che guaisce dal giorno in cui è morto Paolo VI, la donna che ha abbandonato marito e figli perché si è innamorata di un extraterrestre che incontra di notte al Colosseo, e il sequestrato liberato la mattina prima, che racconterà i sentimenti di un recluso verso i suoi carcerieri." A questa regola non sfugge neanche il talk show e neanche, al suo interno, i politici. Essi non dispongono più di un'arena principale, la piazza, sorretta dalla militanza e dall'appartenenza, dall'ideologia e da una comunicazione propria, canalizzata ai propri membri; rispetto a questa arena l'apparizione televisiva poteva ancora sembrare, anche se non lo era più, un piacevole diversivo. Oggi l'arena è unica, quella televisiva, e il politico è ormai orbato di simboli e bandiere. Anch'egli, per farsi notare, deve perseguire quello che Marta Marzotto chiamò "Il successo dell'eccesso"3, e senza molte alternative. I suoi gusti musicali, i suoi ricordi giovanili più o meno purgati, il tormentone degli hobby e delle vacanze sono presto consumati e non resta che mettere in scena la propria vita privata. La vita pubblica si è ormai consumata nel suo opposto. Per farsi accettare l'uomo pubblico deve mostrare la sua faccia privata, e la famiglia è chiamata a dare una mano. La vita pubblica non ha legittimità in sé, confina da un lato con la malversazione e dall'altro con la freddezza di un Mazzarino, di un Richelieu, di un Talleyrand. O di un Cavour, di un Giolitti.Daniela Fini first lady e piccolo borghese, D'Alema mangiatore di crostate e cuoco di sapidi risotti, Berlusconi in tuta bianca che guida in qualche improbabile atollo tropicale il jogging dei suoi sottoposti, rappresentano altrettante esibizioni di privatezza a cui non sfugge neanche il Colle, per usare il gergo giornalistico sul Quirinale, soprattutto per la zelante iniziativa della consorte del Capo dello Stato. Trasmissioni come "Il grande fratello" nascono in questo brodo di cultura. Non nascono oggi. Edison pensava che il cinema sarebbe stato un peep-show, uno spettacolo da guardare attraverso due lenti, pagando un nichelino. La "Candid Camera" nasce come "Candid Microphone"4 alla radio, nel lontano 1947, passando poi nella tv americana alle ricostruzioni iperrealiste e meta-rappresentative della vita quotidiana dai "An American Family". È la possibilità di guardare senza essere visti, di soddisfare la curiosità di udire le confidenze altrui ad un conduttore senza non dovere dare niente in cambio, di gustare le storie drammatiche degli altri al riparo della propria privatezza, scegliendo di volta in volta la gradazione del proprio coinvolgimento. Partecipare dosando con cautela il proprio coinvolgimento e facendone comunque un fatto privato; pensare che "si è fatto qualche cosa per la Bosnia" perché uno ha assistito ad una trasmissione in tv sulla Bosnia. Naturalmente non c'è esibizionismo senza qualcuno che guardi, senza un voyeurismo di massa, che è l'esatto pendant dell'esibizionismo, e risponde ad una sempre maggiore virtualizzazione delle emozioni e dei contatti anche fisici. Esibizionista e voyeur, come il boia e il condannato, lavorano per la stessa ditta.
Enrico Menduni

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