Lo Studio di
A. Sperelli
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Lo Snob
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La "Divisa Estetica"
Fiore all'occhiello
Il Bastone da passeggio
Yellow Book & Savoy
Caricature
Marchesa Casati
|
LE SPADE DI NIMIER: RECENSIONI (autori
vari).
Alias,
19.10.2002
Se la vita lava la letteratura
Roger Nimier è uno dei ’nostri’ kamikaze: con
tutta la sua vita di vitellone disperato, allude comunque al sacrificio:
ondivago, dichiaratamente non esistenziale e, per ciò stesso,
impregnato di Pernod come pochi. Che cosa viene immolato? Forse
il suo schianto con l’Aston Martin, alla periferia di Parigi,
nel 1962 (lo stesso anno del Sorpasso di Risi) è privo di
valore reale, assurge a puro simbolo? È facile fare della
letteratura, far vivere tali episodi di letteratura. Le spade è
fra i pochissimi titoli disponibili in italiano di Nimier: uno sgangherato
racconto lungo (1948), biografia di fantasmi accantonati o elusi
e di osservazioni minuziose sull’imponderabile, un getto nervoso
d’adolescente allucinato dal reale: "Amo quest’epoca
disumana. Il gusto dell’infelicità non lega necessariamente
con la tenerezza". L’aria del tempo detta legge: tutto
è gusto, retorica, posticcia invenzione della grazia. Il
samurai François Sanders adora le geishe francesi, incestuosamente:
"Sono la tua piccola schiava. Nei giorni successivi, mi trattava
col più grande disprezzo e io non ci capivo più niente,
se non che le piccole schiave sono nostre amanti". La sorella
salva Sanders-Nimier dal suicidio e dal grottesco (primo segno d’un
kamikaze diverso, complicato, fumantino). Il racconto apre con una
eiaculazione sulla faccia di Marlene Dietrich. La foto raccoglie
sperma e disperazione, eros mediatico ante litteram che esplode
di gioventù. Tutto quello che segue - in un certo senso -
è un commento allo choc iniziale. In questo sfacelo funghiscono
la storia e la politica. Il parassita Nimier, per innocenza, ingoia
la colpa. Diventa collaborazionista, come il modello Celine (ma
si schiera coi pieds noirs nella guerra d’Algeria). Ma la
temperie è - forse ancora di più - quella del comunista
Paul Nizan in Aden Arabia. "Avevo vent’anni. Nessuno
mi venga a dire che è la più bella età della
vita".
Uno cade a Dunkerque, l’altro - borghese incanaglito - collezionando
macchine sportive. Quando governa il clima, destra e sinistra -
solo al di fuori delle precise responsabilità storiche -
divengono categorie parassitarie, un modo per non schierarsi. Un
colpo di rivoltella altro non è che una ferita d’amore:
"Durante le funzioni della sepoltura è il morto che
noi amavamo, con la morte non siamo in contatto". Qui parla
Saint Exupéry, in Pilota di guerra (1942).Il gesto segreto
di Roger Nimier è questo: talvolta la letteratura guarda
alla vita come espiazione, lavacro. Ogni punto di partenza è
buono, anche la letteratura, visto che l’imparzialità
dello sguardo è solo un’idea limite. La spia è
nella dedica: "a Mahaut". Non sappiamo se ve ne fosse
una reale nella vita di Nimier. Fa lo stesso. Egli ha portato la
Mahaut del Ballo del conte d’ Orgel di Radiguet nello charme
delle ragazze, ha spezzato la sua figura in cenni e movimento (come
Balla fa con l’immagine) conservandone la delicatezza, sempre
prossima al congedo.
Luca Archibugi
Corriere della Sera, 2.03.2003
Le spade di Roger Nimier, il romanzo maledetto che voleva imitare
Céline
E il giovane Sanders scelse l ’infamia
Curato da Massimo Raffaeli e con una introduzione di Eraldo Affinati,
Le spade di Roger Nimier si presenta, e senza voler millantare patenti
di piccolo classico o di capolavoro minore, per ciò che realmente
è, ovvero il romanzo di esordio di un ventitreenne che si
era scelto un maestro inarrivabile come Céline e dunque sapendosi
votato al fallimento.
L’opera (pubblicata in Francia nel 1948) e il suo autore fanno
parte di quella costellazione letteraria che la formula di "romanticismo
fascista" definisce e storicizza. Nimier, di simpatie monarchiche,
è affascinato dalle parole d’ordine dell’Action
Française, condivise con Drieu La Rochelle, con Brasillach
e con gli altri scrittori "collaborazionisti". François
Sanders - il protagonista, un ragazzo "piuttosto biondo"
ammaliato da ogni disfatta e da un’irragionevolezza infantiloide
e vanitosa coltivata come un alibi e come una risposta che tutto
giustifica e assolve - attraversa gli anni dell’occupazione
nazista del suo paese, scegliendo di stare con i miliziani di Vichy.
La "fedeltà alla sventura", la voglia di sprofondare
(tanto gli pare "dolce rotolarsi nel proprio fango") e
il desiderio di un destino romanzesco, nella Parigi che scoppia
di stupidità", portano François a oltrepassare
la linea d’ombra della criminalità, a uccidere un ebreo,
a torturare. Egli, amandola, abita "l’epoca disumana"
con la perizia di un carnefice capace, astutamente, di autodenigrarsi
mentre esorta i "cari tedeschi", i "cari guerrieri
biondi" a chiudere "bene le gabbie". Nimier morirà
nel 1962 andandosi a schiantare, con la sua Aston Martin, contro
il parapetto di una superstrada nei pressi di Parigi. Amava le belle
automobili e la velocità.
Enzo Di Mauro
il Gazzettino, 6.11.2002
L’anti-esistenzialista Nimier torna in libreria a 40 anni
dalla morte.
A quarantanni dalla morte di Roger Nimier, critico, sceneggiatore
cinematografico e animatore di una fronda che si opponeva al romanzo
esistenzialista, la casa editrice padovana Meridiano zero ha pubblicato
nella traduzione di Massimo Raffaeli la sua più celebre opera
Le spade che nel 1948 ne ha sancito l’esordio. Lo scrittore
è prematuramente scomparso all’età di 36 anni,
lasciando sette opere considerate di grande rilievo.
Gli sono bastati 23 anni per spaccare a metà il mondo della
cultura francese. Gli sono bastati 150 folli chilometri all’ora
per morire nell’ingenua speranza di essere ricordato per quella
sua vita sprezzante e spericolata, per quei romanzi fulminei come
la sua Aston Martin lanciata a velocità cieca contro chissà
chi e chissà cosa.
Roger Nimier muore a 36 anni, quando uno scrittore inizia a trovare
il suo spessore umano, quando la vita comincia a non essere più
solo una battaglia, quando si dovrebbe intravedere una via di uscita
nel labirinto delle disperazioni giovanili e riconciliarsi con i
folli tentativi per un eroico suicidio. Si lascia morire invece,
Roger Nimier, sfracellandosi contro il parapetto di un cavalcavia
francese in una notte d’autunno del 1962.
Quarant’anni dopo, il bisogno categorico di un gesto eroico
che rimanga nella mente e nel cuore dell’umanità appare
rimosso, accantonato, reso goffo e ridicolo dall’assenza di
memoria. Di Roger Nimier ne l’Italia ne l’Europa conserva
un ricordo significativo, e nemmeno il ventre molle della Francia
letteraria degna di un po’ d’attenzione questo scrittore
beffardamente cinico e iconoclasta.
Eppure, appena sfiorato il traguardo dei vent’anni, Nimer
è già autore acclamato, considerato il capofila di
un gruppo di scrittori che non ne può più del romanzo
esistenzialista, della pesantezza delle atmosfere sartiane, demolite
con gioiosità da una scrittura disinvolta e aggressiva.
A Nimier basta un romanzo semi-autobiografico, festoso e cinico
come L’Ussaro Blu, per mettere alle corde i vecchi esistenzialisti
e per divenire capo carismatico di un gruppo dei nuovi ribelli francesi,
come Laurent, Déon, Blondin, che la vecchia critica appella
sprezzantemente con i termini di ussari e fascisti. Iniziata con
Le Spade e passata attraverso la fortuna dell’Ussaro Blu,
la produzione di Nimier si espande tramite altri romanzi rabbiosi
e insolenti come Bambini tristi e Storia di un amore.
Poi il nulla: l’avventura letteraria di Nimier pare fermarsi
del tutto. Quasi una noia distratta nei confronti della scrittura.
Divenuto direttore letterario della casa editrice Gallimard, Nimier
smette di editare romanzi; piuttosto si rivolge timidamente al cinema:
briciole e residui di una produttività affievolita e spenta
come solo può smorzarsi in nulla e in breve un fuoco violento
e devastante. La firma di Nimer compare dapprima nel 1952, sulla
sceneggiatura di uno dei tre episodi che compongono il film di Michelangelo
Antonioni I Vinti, che offre uno spaccato crudo su una sorta di
gioventù bruciata assai meno romantica di quella immaginata
dalla cinematografia americana. Poi a fianco di Louis Malie nella
sceneggiatura del romanzo di Noel Calef Ascensore per il patibolo.
Altra traccia di produzione letteraria non c’è. Pare
la morte di una attività. Pare ravvicinarsi costante, e enigmatico
al concetto di morte individuale.
"Contro la morte ci armiamo per una sconfitta. Non osiamo guardare
in faccia una cosa così semplice." Così l’affronto
della morte, diviene motivo dominante della vita di Nimier ben più
della letteratura. Definita l’impossibilità di vivere,
esprimendo in pieno quelle potenzialità dell’essere
umano, piegate e costrette dalle convenzioni fatte su misura per
i deboli e gli incapaci, Nimier inizia la sua ricerca della morte,
la nemica da stanare e affrontare impavidamente. E allora la morte
arriva, cercata e voluta in una sconsolata notte d’autunno
in uno spaventoso incidente stradale. Ma a differenza di altre morti
celebri, quella di Nimier non produce leggenda o immortalità.
Censurato, rimosso, punito per la sua eccessiva esuberanza e per
la sua ostentata appartenenza alla destra, il suo nome viaggia da
solo nei labirinti della memoria collettiva, senza la compagnia
di James Dean o di Albert Camus. Ma del resto era stato lui a profetizzare
che "a certi uomini non restano da percorrere che strade di
solituidine".
Paolo Patui
il Giornale, 4.10.2002
Le spade di Nimier infilzano la morale.
Tradotto in italiano, a oltre mezzo secolo dalla prima edizione
francese, il libro di un autore controcorrente.
Fra nihilismo e richiamo della sconfitta.
La letteratura politicamente scorretta non ha avuto vita facile
nel Novecento. Così succede che un romanzo eccentrico e paradossale,
estremo e sorprendente come Le spade di Roger Nimier veda la luce
in traduzione italiana a più di cinquant’anni dalla
sua prima edizione francese: da Gallimard, nel 1948. D’altra
parte anche in patria la letteratura dello sporco, cattivo, controcorrente
Nimier ha subito più di un ostracismo. Tanto che nel 1962,
anno della morte prematura dell’autore, François Mauriac
ebbe a parlare su Le Figaro di un veleno che da centocinquant’anni
la gioventù bruciata si passava di mano in mano, concludendone
che Nimier non era degno della Chiesa. Ma quali erano le colpe dello
scrittore nato a Parigi nel 1925? Il dossier a suo carico è
tutto nel libro d’esordio, pubblicato ad appena ventitré
anni e che ora Meridiano zero si incarica di mandare in libreria,
nella traduzione di Massimo Raffaeli e con una introduzione di Eraldo
Affinati.
Le spade comincia con una scena di piacere solitario, che il quindicenne
François Sanders consuma sopra una foto di Marlene Dietrich.
E prosegue con un teatrale tentativo di suicidio del ragazzino:
finito a vuoto, naturalmente. Sventato dall’arrivo della sorella,
Claude, uno dei perni della sua vita: una creatura solenne e dolce,
spiritosa e incantevole. Per lei François prova un sentimento
profondo e intricato, in cui l’affetto e la complicità
rasentano una forma di sognante innamoramento, un’attrazione
psicologicamente incestuosa. Si, perché fratello e sorella
escono insieme e si comportano quasi come fidanzati. E certo la
gelosia sottile e penetrate di lui ha qualcosa di malato, anche
se agli occhi di lei si riscatta e giustifica come necessario, superiore
amore. Sarebbe ancora poco se quello che Nimier ha da raccontarci
fosse soltanto un’adolescenza turbata, incerta e spettrale.
La storia irrompe presto nelle pagine disinvolte, lievi e insieme
terribili, di questo racconto lungo. La Francia scende nell’arena
della seconda guerra mondiale, e la scena cambia. L’autoritario
colonnello padre dei due ragazzi (la madre è morta da tempo)
è al fronte e cade prigioniero dei tedeschi, François
ne è - nemmeno tanto nascostamente - soddisfatto. Gli si
spalanca davanti l’avventura della vita, da mordere senza
precauzioni e divieti. Nemmeno ventenne, Sanders si trova a giocare
la sua parte nella travagliata vicenda della Francia occupata. La
partita non si decide a livello di ideologia o di coscienza: Sanders
non ne ha nessuna, non crede in nulla, non rispetta alcunché.
Agisce per noia, noncuranza, indifferenza. Le frasi, agghiaccianti
e velenose davvero, che descrivono questo stato di anestesia morale
sono tante, fitte, fino a formare il vero Leitmotiv del romanzo
("il sangue è come il resto: passati i diecimila litri,
non è più una tragedia, ma un’industria nazionale";
oppure: "non ne sapevo niente. Dato che ero deciso, avrei giocato
il gioco fino in fondo. Con indifferenza. Con noia").
Così Sanders, trascinato da alcune conoscenze, decide di
intraprendere un attentato per conto della Resistenza. Entra nelle
file della temutissima e crudele milizia di Darnand per ucciderne
il capo. Ci prova, effettivamente. Ma un caso (uno scambio di pastrani)
vuole che egli, quando il piano viene scoperto e sventato, sia trovato
senza armi e che del tentato omicidio sia incolpato un altro al
suo posto. Sostiene le torture e il processo a ciglio asciutto:
qualcuno lo aveva venduto, e lui a sua volta tradisce i compagni
con i quali aveva ideato l’azione. Li vede condannati e poi
uccisi, a bruciapelo. Non solo se la cava, ma decide di dar retta
al consiglio del suo superiore e di impegnarsi a fondo dalla parte
della milizia. Comincia a perseguitare, brutalmente, i resistenti,
salvo qualche illogica, brusca manovra in senso contrario.
Ecco il punto: la politica c’entra solo marginalmente, Sanders
(alter ego dell’autore, che certo fu simpatizzante dell’Action
Francaise) è uno che ha del mondo una visione estetica, superomistica,
grottesca. Dice di sentire forte il richiamo della rovina, della
sconfitta definitiva: i francesi che lottano contro l’occupazione
sono dalla parte giusta della storia, lui avverte il fascino assurdo
del torto, dello stare con i destinati alla sconfitta, con i cattivi,
i torvi. Rappresenta, Nimier, un esistenzialismo secco e assoluto,
senza riscatto: un "esistenzialista d’opposizione",
un "anti-Camus" lo ha definito uno dei suoi pochi conoscitori
italiani, Maurizio Serra. Per sfida, scommessa, gioco Sanders uccide,
ripetutamente. Con voluttà, con precisione, con insofferenza.
Nel profondo niente ha veramente significato; quello che Nimier
celebra, in pagine appuntite e ulceranti, è la totale insensatezza,
l’assurdo. Lo stesso postulato da Beckett o dall’unico,
vero maestro di Nimier: quel Celine di cui fu amico e poi, come
funzionario editoriale, consigliere. Ma nella scrittura, Nimier
è all’opposto dell’autore del Viaggio al termine
della notte. Quanto Céline ama la scrittura vorticosa, l’espressionismo,
la furia verbale, tanto Nimier è scarno, impeccabile, distante.
Uno stilista algido, perfetto e alienante: "Ho rivisto con
emozione la terra che avevo battuto con gli scarponi da milite.
Ci tornavo da innocente. Il popolo dimenticava i suoi boia tanto
presto quanto i suoi martiri". Anche il finale, sorprendente
e insensato, è all’insegna di questo gesto stilistico
assoluto, irrelato.
Insinuante, amorale, distruttivo; Nimier fu tale, in ciò
Mauriac non si sbagliava. Ma lo scrittore francese, viveur e dandy,
che si sarebbe schiantato a nemmeno quarant’anni su una delle
vetture di lusso che amava, una Aston Martin, sul raccordo Parigi
Ovest, rappresenta una specie di cartina di tornasole per vedere
senza schermi o maschere l’assurdità, la gratuità
crudele del secolo. Per questo, forse, pur riconoscendone la pericolosità
e il veleno spirituale, vale la pena, oggi, di rileggere il suo
piccolo, urticante capolavoro.
L’Ussaro che scrisse per l’amico Louis Malle
Nato a Parigi nel 1925 Roger Nimier si arruola nel 1945, dopo la
Liberazione, nel Secondo Reggimento Ussari.
Quindi entra nell’agone letterario, fronda destrorsa all’esistenzialismo
di Sartre e Camus.
Oltre a Le spade (1948), scrive Perfide (1950), L’Hussard
bleu (1950), Les enfants tristes (1951) e D’Artagnan amoureux
ou Cinq ans avant (1962). Come sceneggiatore, aveva scritto tra
l’altro Ascensore per il patibolo (l957) per l’amico
Louis Malle.
In italiano erano finora apparsi Storia di un amore (1962),D’Artagnan
innamorato ovvero Cinque anni prima (1964) e Giovani tristi (1964).
Daniele Piccini
Mucchio Selvaggio, 29.10.2002
E con un’edizione ipercurata, ricca di commenti e paratesti
(prefazione di Eraldo Affinati, postfazione del traduttore Massimo
Raffaeli) che Meridiano zero recupera un piccolo classico della
letteratura, e forse anche dell’ideologia esistenzialista.
Anche se, a oltre cinquant’anni di distanza dalla prima pubblicazione,
tanto ardore filologico rischia di risultare pericolosamente fuori
tempo. Le spade è infatti un testo del 1948, cinico, nichilista
e immorale almeno quanto il ventitreenne che lo scrisse: sodale/editor
di Céline, amico di Louis Malle (assieme al quale firmò
la sceneggiatura di Ascensore per il patibolo), masochista quanto
basta per schiantarsi con un’Aston Martin contro un parapetto
del raccordo Parigi Ovest, Roger Nimier è qui alla sua prima
prova letteraria, che suona come un privatissimo regolamento di
conti all’indomani della caduta di Vichy e della liberazione
di Parigi dai tedeschi. E ritrae in tutta crudezza il veleno, la
spregiudicatezza e in definitiva il disorientamento di una generazione
di collaborazionisti. Impossibile affezionarsi a una voce tanto
stentorea, autoreferenziale e priva di esitazioni (figurarsi di
scrupoli di coscienza!) fin dalla prima scena: una colata di sperma
sulla foto di Marlene Dietrich, una lucida lettera di addio alla
vita, la consapevolezza di un rapporto morboso con la sorella Claude...
Buttati sulla pagina in maniera ultrascenografica, questi elementi
costituiscono il preambolo di un racconto drammatico e provocatorio
che affascinerà per l’indiscutibile qualità
della prosa ma irriterà per sfrontatezza e disinvolto disprezzo
della Storia, dell’etica e della vita altrui. L’amata,
i rivali in amore, gli avversari politicistanno meglio da morti
che da vivi: infuna bara non disturbano, non tradiscono, non si
ribellano...
Si può chiedere alla letteratura qualcosa di più reazionario?
Maura Murizzi
Panorama, 24.10.2002
James Dean delle lettere francesi
Non scriveva per il pubblico, ma solo per amici e nemici. Detestava
l’engagement e amava provocare coi suoi modi insolenti. Adorava
le auto di gran lusso: e morì sulla sua Aston Martin.
Poche righe frettolose nelle storie letterarie, quando va bene.
È quello cui ha diritto il James Dean della letteratura francese,
Roger Nimier, di cui in questi giorni esce in Italia un provocatorio
romanzo, Le spade (a cura di Massimo Raffaeli). È la storia
di un adolescente che passa dai partigiani alla milizia collaborazionista
mettendo a nudo la gratuità della violenza nella guerra civile,
la retorica della destra e quella della sinistra. Era un libro controcorrente
nel 1948, in una cultura largamente controllata dalla sinistra.
Ma Nimier (1925-1962) era attratto dalle sfide sproporzionate e
dallo scandalo. Era arrivato tardi per la guerra. Era come quegli
ufficiali che, dopo la caduta di Napoleone, passavano il tempo a
sfidare a duello i militari del regime borbonico. La sua sciabola
era la raffinata laconicità di uno stile affilato dall’ironia.
Gli piaceva provocare, travolgere, esplicitare l’inconfessabile:
la gratuità del mondo. Dopo l’uscita del libro, ostentava
all’occhiello una minuscola spada. Era la sua filosofia. Nella
vita c’erano sempre delle spade puntate e due scelte: sottrarsi
o misurarsi con le loro lame per sentirsi vivere. Bello, chiuso
in un’eleganza un po’ a rigida, Nimier più che
camminare sembrava andare all’assalto. Per fare arrabbiare
i resistenti dell’ultima ora, ansiosi di reinventarsi un passato
bellicoso, lasciava cadere con disinvoltura: "Quando ero nelle
Waffen SS...". A Nimier non spiaceva essere definito ’fascista’.
Non che lo fosse veramente, ma preferiva l’infamia al conformismo.
La sua ribellione si esprimeva anche in un francese sfacciatamente
classico ed elegante. Quel dandy insolente non scriveva per il pubblico,
ma per gli amici e i nemici. Era amico di Orson Welles, di Jeanne
Moreau e di Louis Malle. Nel suo affettuoso disprezzo per lo stereotipo
dell’intellettuale impegnato, amava le fuoriserie e le fastose
bellezze platinate. Non gli bastava gettare il guanto all’egemonia
culturale, doveva sfogare la sua sete di battersi anche nel rugby
e nella boxe: "Sono attratto dal sudore e dal sangue, dalla
gratuità della cosa. E potermi battere realmente mi sembra
stupendo".
Indifferente all’ostracismo della sinistra, Nimer rintracciò
la sua parentela dispersa dalle epurazioni letterarie. Rilanciò
Paul Morand, confinato in un limbo per la adesione a Vìchy.
Morand cercava di allontanarlo dalle spacconate politiche: "Niente
politica perché tutto è perduto. Stattene tranquillo".
Ma quella non era una cosa che si potesse chiedere a Roger. La domenica
faceva visita a un altro grande isolato, Louis-Ferdinand Céline,
che lo trovava simpatico e apprezzava le sue auto. Sarebbe stato
Nimier a spingere Gallimard a pubblicare Da un castello all’altro
di Céline. Nimier, notò Curzio Malaparte, "ride
di tutto. Ha un modo di ridere che mi fa pensare a quello del credente
che ride dell’ateo".
Nimier scorrazzava per le vie di Parigi sulla sua Jaguar con la
capote abbassata in pieno inverno. Morand lo aveva avvertito: "Ti
rimprovereranno la Jaguar per tutta la vita, il che è ottimo.
Dimenticheranno perfino la tua bellezza e il tuo talento, ma la
Jaguar mai". Nel baule dell’auto c’era sempre un
volume del Littré, il più raffinato dizionario di
francese.
Sanders, l’eroe superbo, insolente, disperato di Spade, rispuntò
in un’opera successiva, L’ussaro blu, ambientata nella
Seconda guerra mondiale. Nimier fu un critico superbo, pieno di
intuizioni. Il 28 settembre 1962 si schiantò con la sua Aston
Martin. Lasciava dietro di sé un omaggio a Dumas, il delizioso
D’Artagnan innamorato. Parafrasandolo: "Se fosse sopravvissuto,
oggi avrebbe 70 anni. Impossibile. Aveva troppa fretta di raggiungere
il popolo delle statue, cui somigliava tanto".
Giuseppe Scaraffia
Sette/Corriere della Sera, 24.10.2002
Fedele a un personale ideale di purezza, François Sanders
è un adolescente guerriero senza ideali che passa dai ranghi
della Resistenza alla Collaborazione nel disprezzo di qualsiasi
morale. Monologhi rapidi, stile "parlato" che richiama
Céline, Le spade di Roger Nimier trasforma una paurosa vicinanza
psicologica tra autore e protagonista in un romanzo di formazione
nichilista.
Elio Nasuelli
tuttolibri/la Stampa, 19.10.2002
Nimier, una gioventù bruciata nella Francia collaborazionista
Roger Nimier era "indegno della Chiesa", secondo François
Mauriac. Lo scrisse sul Figaro nel dicembre del 1962, due mesi dopo
la sua morte per incidente stradale sul raccordo Parigi-Ovest. Nimier
si era schiantato con l’Aston Martin, a 37 anni, bruciando
alla James Dean una carriera molto ben avviata, e anche ben supportata,
nonostante il non nascosto anti-esistenzialismo.
Le spade, romanzo d’esordio scritto a 23 anni e uscito nel
1948 da Gallimard, è il ritratto di Roger Nimier. Non tanto
in senso fedelmente autobiografico, quanto piuttosto nel carattere.
Le prime righe sono uno schizzo di sperma che François Sanders,
quattordicenne precoce, spara sul viso di Marlene Dietrich e da
lì sulle sue gambe, allargate per terra sulla doppia pagina
di una rivista. Il ragazzino aggiorna poi, accuratamente, in apposito
quadernetto, il computo delle sue masturbazioni: "22 marzo
1937: 8. Tira un rigo e addiziona l’8 alla cifra precedente
poi annota 1454, su una terza colonna". Segue una minuziosa
mise en scène di un suicidio con pistola (sottratta al padre,
militare), tentativo che fallisce grazie all’intervento tempestivo
di Claude, la sorella maggiore, di cui François è
tragicamente innamorato.
Questo è l’antefatto, in terza persona. Prime parole:
"Comincia con un ragazzino piuttosto biondo che lascia andare
i sentimenti". Seguono due parti, ’La congiura’
e ’Il disordine’. Il punto di vista passa all’io,
ed è François Sanders che ci racconta la sua deriva,
con la stessa lucida freddezza che aveva il ragazzino notaio del
proprio onanismo. Una deriva che passa, nella Francia occupata,
dall’adesione alla Resistenza al tradimento in nome della
Milizia, l’uccisione infame di un ebreo "per togliersi
un capriccio", la durezza d’animo programmatica del ventitreenne
che si vendica di un destino ancora inesistente.
Sono piani sequenza di perfetta concezione cinematografica, a costruire
il romanzo. Nimier l’avrebbe fatto, lo sceneggiatore, qualche
anno dopo, per Louis Malie. Si cita il grande film Ascenseur pour
pour l’échafaud, 1957, con Jeanne Moreau. Nel’50,
venticinquenne, aveva avuto il premio Goncourt per L’ussaro
blu. Era diventato l’enfant chéri delle lettere francesi,
sufficientemente dannato per conquistare l’attenzione, celebrato
da maestri come Morand, Jouhandeau, lo stesso Céline.
Ma nel giro di poco i riflettori non l’avevano più
illuminato, e lui si era in qualche modo auto-censurato. Aveva scelto
l’immagine del mondano che si disperde tra donne, gioco e
belle macchine, fino a morirne.
Scrive Massimo Raffaeli, curatore e traduttore del libro, che le
sue spade (spade "alla ricerca di un fodero di carne",
si legge nella pagina del romanzo che motiva il titolo), Nimier
le rivolse soprattutto contro se stesso. Il problema del contraddittorio
collaborazionismo, la patente di sbandato di destra con cui si è
soliti liquidare Nimier, meritano attenzione.
Pagine così compiute, nella disperazione che si fa rivolta,
a 23 anni, sono un ritratto non del solo Nimier. Raffaeli parla
tra l’altro, nella sua Postfazione, del "diagramma di
un completo fallimento cognitivo": qualcosa su cui vale la
pena di riflettere. "Non era facile per nessuno", gli
fa da controcanto Eraldo Affinati nelle pagine introduttive, "avere
vent’anni nel ’45", preludio alla richiesta di
una "sospensione del verdetto", equivalente a quella di
cui gode da sempre Arthur Rimbaud.
Ma tornando alla costruzione del romanzo: apertosi su un masturbatorio
tentativo di suicidio andato a vuoto, si chiude sull’impotenza.
François Sanders, sconfitto dalla Storia, e decantato un
po’ del disorientamento in una Cannes post-bellica, nel treno
che lo riporta a Parigi, così congeda il proprio incesto:
"Lei è meglio dov’è. Claude è meglio
morta".
Gabriella Bosco
Wu Ming Foundation, dicembre 2002
Un romanzo acuminato e tagliente come il titolo promette, l’esordio
letterario di Roger Nimier, anno 1948. Discepolo di Céline,
nichilista, anarchico, autodistruttivo, l’autore mette molto
di sé nel protagonista François Sanders, allergico
a qualsiasi genere di conformismo e ipocrisia, ma immerso in un
epoca che trasuda entrambi: quella della seconda guerra mondiale
e della scelta tra Resistenza e collaborazionismo nella Francia
di Vichy. François, nella sua sete di contraddizione, esplorerà
tutte e due le opzioni.
Un racconto lungo inciso sulle pagine senza mezze misure, piacevolmente
indigesto in alcuni passaggi, difficilmente non condivisibile in
altri, perché il protagonista è il classico "cattivo"
per cui, spesso, ci si trova fare il tifo.
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