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A. Sperelli
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LE PAROLE AMBIGUE DI GOZZANO, (autore anonimo);
una eccentrica analisi della sua poetica attraverso la tecnologia
Spettatore
della vita, malinconico precursore della modernità, Gozzano
è l'efficace contraltare alla stagione roboante di D'Annunzio.
Lo conferma il computer, mostrando come la sua poesia affronti i
grandi temi dell'esistenza, ma li filtri attraverso una lingua instabile
nel definire i sentimenti e le cose, perennemente in bilico tra
una prudente partecipazione e una fuga nel rifugio.
C'è un Novecento della critica, vivo nella sua ansia di programmare,
teorizzare, ricostruire e proporre, e c'è un Novecento della
crisi che svela invece, dietro questa forza apparente, una sensazione
di vuoto e di smarrimento esistenziale. Ebbene questo vuoto e questo
smarrimento furono interpretati, nei primi anni del secolo, dai
poeti crepuscolari e più di tutti dal loro capofila Guido
Gozzano. Dal Centro studi Falletti e da "i 5 data system"
di Vercelli ho avuto i tabulati delle concordanze di tutto Gozzano
poeta, che, in questa prospettiva, era già stato studiato
(nel 1984) da Giuseppe Savoca.
Caratteristica della poesia di Gozzano è un insinuante senso
di stanchezza, che lo porta a un atteggiamento costante di rinuncia:
un atteggiamento di rinuncia che può apparire talvolta quasi
una posa. Davanti a lui c'è la prospettiva del «Tutto»
e del «Niente». «Niente» ha un'incidenza
molto bassa: ricorre soltanto 7 volte. Al di là di congiunzioni,
articoli, preposizioni, di verbi ausiliari e servili ecc, «tutto»
è la parola, che, con le sue 184 occorrenze, ricorre di più
nell'opera gozzaniana. Ma è un «tutto» che soffre
di genericità. Una sorta di grande imbuto vuoto in cui sprofonda
il mondo e in cui, senza paura, si cala lo stesso poeta. Un «tutto»
insomma in cui galleggiano altre presenze, concrete o astratte,
su cui si svolge il discorso di questo poeta ambiguo e malinconico.
Per tentare, pian piano, di raccapezzarci, partiamo dai sostantivi
del dizionario di Guido Gozzano. I sostantivi, che costituiscono
la parte senza dubbio più cospicua del suo vocabolario, sono
2673 declinati in 9526 forme su un totale di 5897 lemmi (declinati
o coniugati in 39.557 forme): un numero significativo, che costituisce
oltre il 45% di questo dizionario. Un vocabolario, il suo, molto
ricco anche di verbi (1049) e relativamente povero di aggettivi:
gli aggettivi infatti sono poco più del 21% delle parole
usate in tutta l'opera in versi.
Nella lista delle frequenze dei sostantivi spiccano in alto «sogno»
(98 presenze), «tempo» (84), «vita» (76),
«cosa» (69). Nella Via del rifugio, c'è
la «virtù» del «sogno» e il «sogno»
è «caro», è «bello», «avventuroso»,
ma il «sogno» è anche «vano», «cattivo»
oppure «gemebondo». Così nei Colloqui
il sogno può essere «chiaro», «intatto»,
«lieto», può essere sogno «di pace»,
ma è anche «mesto», «errabondo»,
«nutrito d'abbandono». Insomma nella poesia di Gozzano
c'è un sogno come perplessità: come una realtà
su cui si affaccia l'anima per subito ritrarsene. E lo stesso accade
per il «tempo». Innanzi tutto opera nella poesia di
Gozzano un sentimento del tempo in fuga, il senso del tempo che
trascorre e dissolve le certezze umane:
Tempo che i sogni umani volgi
sulla tua strada...
o tu che tutte fai
vane le nostre tempre:
e vano dire sempre
e vano dire mai.
Ma da questo rimpianto del tempo che dilegua con le immagini delle
cose, di un tempo cioè che «vola, invola», sorge
l'urgenza di un rifugio nella memoria in tempi «già
vissuti», oppure in un tempo «lontano», da questo
tempo «nostro mite e sonnolento». Di nuovo una perplessità
e una malinconia dell'anima. Di nuovo un ritmo alterno di prudente
partecipazione e di immediata fuga nel rifugio. La poesia di Gozzano
sta spesso in questo motivo costante di contrappunto di temi sviluppati
dalle parole-chiave, in questa sofferta instabilità, in questa
oscillazione, che il computer sa mettere molto bene in evidenza,
che offre in tutta la sua visibilità.
Gozzano è spettatore della «vita». Può
guardare ai «casi» della vita con partecipazione oppure
con distacco; può ridurre la vita a «gioco»,
può compiacersi a contemplare la vita «spenta dei cadaveri»,
oppure soffermarsi a considerare la vita «di un antico saggio».
La vita è comunque degli "altri": è quella
vita, dice Gozzano «che non vissi». Oppure è
la vita del passato: la vita «semplice degli avi», la
vita «delle origini». La propria è invece la
vita «sterile, di sogno», che viene contrapposta, nella
Signorina Felicita ovvero Della felicità, alla vita
«ruvida concreta / del buon mercante inteso alla moneta».
E nasce allora il suo grido:
Meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d'essere un poeta!
Di fronte a quella «cosa» «vivente / detta guidogozzano»,
quasi atona, sta allora la voce delle cose «prime»,
le cose «nate per se stesse», da cui è «stupito»
il poeta, di cui egli si innamora. Ed ecco allora le «cose»
«piccole e serene», oppure le più note «buone
cose di pessimo gusto».
Le «cose» che hanno forza nella poesia di Gozzano, per
la loro pregnanza di realtà, possono essere quelle della
natura che gli si rivelano improvvise. Possono essere le «case»
(40 occorrenze) abitate dalla vita oppure sonnolente nel loro vivere
nel passato. Possono essere le «mani» (69) che si aprono
a un gesto, a una carezza. Può essere l'«occhio»
(65) contemplato o contemplante. Può essere il «cielo»
(65), a cui si guarda con aspettativa o indifferenza, a seconda
dei moti di perplessità. Si tratta, per tutti questi sostantivi,
sempre di parole che hanno un indice estremamente alto di frequenza.
In mezzo a queste cose, c'è, protagonista discreto, il «cuore»,
che ricorre nella poesia di Gozzano anch'esso 65 volte.
Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto
mio cuore, bambino che è tanto felice di esistere al mondo,
esulta, all'apparenza, Gozzano, aprendo il proprio «colloquio»
in Alle soglie. Ma più spesso questo cuore appare
«devastato dall'indagine», è un cuore «che
ricusa d'aprirsi», è un «chiuso» cuore
«che resiste», quando non arriva a configurarsi addirittura
come un «gelido» cuore.
Qualche critico ha potuto parlare, proprio per questo, di un'"aridità
sentimentale" di Guido Gozzano. Il computer, nella sua analisi
sul linguaggio della poesia gozzaniana, smentisce, con molta decisione,
questa ipotesi interpretativa. Basterebbe scorrere la lista dei
verbi a più alta ricorrenza, in testa alla quale si pongono,
come è scontato «fare» (140), «vedere»
(110), «dire» (107), che sono lemmi quasi di servizio
in ogni lingua d'autore. Ma ecco subito dopo «sapere»
(87), «pensare» (70) «vivere» (68), «amare»
(59), «andare» (59), «giungere» (56). Sono
i verbi dei battiti forti del cuore di Gozzano, di un inquieto indagare
nel mondo, di un pensieroso osservare la vita degli altri, l'amore
degli altri, di un movimento continuo che dona freschezza al suo
dire semplice e cordiale in poesia.
Così come raccontano tale semplicità gli aggettivi
usati in questa poesia: «bello», «dolce»,
«buono», «solo», «antico», «piccolo,
«triste», «vano». «Dolce» diventa
il «romitaggio» del poeta, «dolce» la sua
«tristezza», dolce il «conforto di rivivere in
altrui», dolce il «beveraggio alla malinconia».
E spesso in diminutivo va tutto il mondo. C'è nella poesia
di Gozzano un «piccolo» «sole», ci sono
le «piccole» «dita» baciate di una donna,
c'è un «piccolo» «corpo» che ricorda,
una «piccola» «voce» che canta, c'è
una «piccola» «vita».
In questa attenuazione di vita si svela il segreto della poesia
di Gozzano: e anche tutta la sua modernità, dopo la stagione
roboante di Gabriele D'Annunzio. |
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