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OSCAR WILDE di James Joyce
Articolo di James Joyce apparso sul "Piccolo della Sera"
di Trieste (24 marzo 1909) e scritto in italiano dallautore
stesso.
Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde. Tali furono i titoli altisonanti
ch'egli, con alterigia giovanile, volle far stampare sul frontespizio
della sua prima raccolta di versi e con quel medesimo gesto altiero
con cui credeva nobilitarsi scolpiva forse in modo simbolico, il
segno delle sue pretese vane e la sorte che già l'attendeva.
Il suo nome lo simboleggia: Oscar, nipote del re Fingal e figlio
unigenito di Ossian nella amorfa odissea celtica, ucciso dolorosamente
per mano del suo ospite mentre sedeva a mensa: O'Flahertie, truce
tribù irlandese il cui destino era di assalire le porte di
città medievali, ed il cui nome, incutendo terrore ai pacifici,
si recita tuttora in calce all'antica litania dei santi fra le pesti,
l'ira di Dio e lo spirito di fornicazione "dai feroci O'Flahertie,
libera nos Domine". Simile a quell'Oscar egli pure, nel fior
degli anni, doveva incontrare la morte civile mentre sedeva a mensa
coronato di finti pampini e discorrendo di Platone: simile a quella
tribù selvatica doveva spezzare le lance della sua facondia
paradossale contro la schiera delle convenzioni utili: ed udire,
esule e disonorato, il coro dei giusti recitare il suo nome assieme
a quello dello spirito immondo.
Il Wilde nacque cinquantacinque anni fa. Suo padre era un valente
scienziato, ed è stato chiamato il padre dell'otologia moderna:
sua madre partecipò al movimento rivoluzionario letterario
del '48, collaborando all'organo nazionale sotto lo pseudonimo di
Speranza con le sue poesie e con articoli incitanti il popolo alla
presa del castello di Dublino. Ci sono delle circostanze riguardanti
la gravidanza di Lady Wilde e l'infanzia del figlio che, al parer
di alcuni, spiegano in parte la triste mania (se cosi è lecito
chiamarla) che lo trasse più tardi alla rovina, ed è
certo almeno che il fanciullo crebbe in un ambiente di sregolatezze
e di prodigalità.
La vita pubblica di Oscar Wilde si aperse all'Università
di Oxford ove, all'epoca della sua immatricolazione, un solenne
professore di nome Ruskin, conduceva uno stuolo di efèbi
anglosassoni verso la terra promessa della società avvenire,
dietro una carriola.
Il temperamento suscettibile di sua madre riviveva nel giovane;
ed egli risolse di mettere in pratica, cominciando da se stesso,
una teoria di bellezza in parte derivata dai libri di Pater e di
Ruskin ed in parte originale. Sfidando le beffe del pubblico proclamò
e praticò la riforma estetica del vestito e della casa.
Tenne dei cicli di conferenze negli Stati Uniti e nelle province
inglesi e diventò il portavoce della scuola estetica, mentre
intorno a lui andava formandosi la leggenda fantastica dell'apostolo
del bello. Il suo nome evocava alla mente del pubblico un'idea vaga
di sfumature delicate, di vita illeggiadrita di fiori: il culto
del girasole, il suo fiore prediletto, si propagò fra gli
oziosi ed il popolo minuto udì narrare del suo famoso bastone
d'avorio candido luccicante di turchesi e della acconciatura neroniana
dei suoi capelli.
Il fondo di questo quadro smagliante era più misero di ciò
che i borghesi immaginavano. Medaglie, trofei della gioventù
accademica, salivano di quando in quando il sacro monte che ha il
nome di pietà; e la giovane moglie dell'epigrammatico dovette
qualche volta farsi prestare da una vicina il danaro per un paio
di scarpe. Il Wilde si vide costretto ad accettare il posto di direttore
di un giornale molto insulso; e solo colla rappresentazione delle
sue commedie brillanti egli entrò nella breve fase penultima
della sua vita: il lusso e la ricchezza. Il "Ventaglio di Lady
Windermere" prese Londra d'assalto. Il Wilde, entrando in quella
tradizione letteraria di commediografi irlandesi che si stende dai
giorni di Sheridan e Goldsmith fino a Bernard Shaw, diventò,
al par di loro, giullare di corte per gli inglesi. Diventò
un arbitro d'eleganze nella metropoli e la sua rendita annua, provento
dei suoi scritti, raggiunse quasi il mezzo milione di franchi. Sparse
il suo oro fra una sequela di amici indegni. Ogni mattina acquistò
due fiori costosi, uno per sé, l'altro per il suo cocchiere;
e persino il giorno del suo processo clamoroso si fece condurre
al tribunale nella sua carrozza a due cavalli col cocchiere vestito
di gala e collo staffiere incipriato.
La sua caduta fu salutata da un urlo di gioia puritana. Alla notizia
della sua condanna la folla popolare, radunata dinanzi al tribunale,
si mise a ballare una pavana sulla strada melmosa. I redattori dei
giornali furono ammessi all'ispettorato ed, attraverso la finestrina
della sua cella, poterono pascersi dello spettacolo della sua vergogna.
Strisce bianche coprirono il suo nome sugli albi teatrali; i suoi
amici lo abbandonarono; i suoi manoscritti furono rubati mentre
egli, in prigione, scontava la pena inflittagli di due anni di lavori
forzati. Sua madre morì sotto un nome d'infamia: sua moglie
morì. Fu dichiarato in istato di fallimento, i suoi effetti
furono venduti all'asta, i suoi figli gli furono tolti. Quando uscì
di carcere i teppisti sobillati dal nobile marchese Queensberry
l'aspettavano in agguato. Fu cacciato, come una lepre dai cani,
da albergo in albergo. Un oste dopo l'altro lo respinse dalla porta,
rifiutandogli cibo ed alloggio, e al cader della notte giunse finalmente
sotto le finestre di suo fratello piangendo e balbettando come un
fanciullo.
L'epilogo volse rapidamente alla sua fine e non vale la pena di
seguire l'infelice dalla suburra napoletana al povero albergo nel
quartiere latino, ove morì di meningite nell'ultimo mese
dell'ultimo anno del secolo decimonono. Non vale la pena di pedinarlo
come fecero le spie parigine: morì da cattolico romano, aggiungendo
allo sfacelo della sua vita civile la propria smentita della sua
fiera dottrina. Dopo aver schernito gli idoli del foro, piegò
il ginocchio, essendo compassionevole e triste chi fu un giorno
cantore della divinità della gioia: e chiuse il capitolo
della ribellione del suo spirito con un atto di dedizione spirituale.
Questo non è il luogo di indagare lo strano problema della
vita di Oscar Wilde né di determinare fino a che punto l'atavismo
e la forma epilettoide della sua nevrosi possano scagionarlo di
ciò che a lui si imputò. Innocente o colpevole che
fosse delle accuse mossegli, era indubbiamente un capro espiatorio.
La sua maggior colpa era quella di aver provocato uno scandalo in
Inghilterra; ed è ben noto che l'autorità inglese
fece il possibile per indurlo a fuggire prima di spiccare contro
di lui un mandato di cattura. A Londra sola, dichiarò un
impiegato del ministero dell'interno, durante il processo, più
di ventimila persone sono sotto la sorveglianza della polizia, ma
rimangono a piede libero fintantoché non provochino uno scandalo.
Le lettere di Wilde ai suoi amici furono lette dinanzi alla Corte
ed il loro autore venne denunziato come un degenerato, ossessionato
da pervertimenti erotici. "Il tempo guerreggia contro di te;
è geloso dei tuoi gigli e delle tue rose." "Amo
vederti errare per le vallate violacee, fulgido colla tua chioma
color miele." Ma la verità è che Wilde, lungi
dall'essere un mostro di pervertimento sorto in modo inesplicabile
nel mezzo della civiltà moderna d'Inghilterra, è il
prodotto logico e necessario del sistema collegiale ed universitario
anglosassone, sistema di reclusione e di segretezza. L'incolpazione
del popolo procedeva da molte cause complicate; ma non era la reazione
semplice di una coscienza pura.
Chi studi con pazienza le iscrizioni murali, i disegni franchi,
i gesti espressivi del popolo, esiterà a crederlo mondo di
cuore.
Chi segua dal di presso la vita e la favella degli uomini, sia nello
stanzone dei soldati, che nei grandi uffici commerciali, esiterà
a credere che tutti coloro che scagliarono pietre contro il Wilde
furono essi stessi senza macchia. Difatti ognuno si sente diffidente
nel parlare con altri di questo argomento, temendo che forse il
suo interlocutore ne sappia più di lui. L'autodifesa di Oscar
Wilde nello "Scots Observer" deve ritenersi valida dinanzi
alla sbarra della critica spassionata. Ognuno, scrisse, vede il
proprio peccato in Dorian Gray (il più celebre romanzo di
Wilde). Quale fu il peccato di Dorian Gray nessun lo dice e nessun
lo sa. Chi lo scopre l'ha commesso.
Qui tocchiamo il centro motore dell'arte di Wilde: il peccato. Si
illuse credendosi il portatore della buona novella di un neopaganesimo
alle genti travagliate. Mise tutte le sue qualità caratteristiche,
le qualità (forse) della sua razza, l'arguzia, l'impulso
generoso, l'intelletto asessuale al servizio di una teoria del bello
che doveva, secondo lui, riportare l'evo d'oro e la gioia della
gioventù del mondo. Ma in fondo in fondo se qualche verità
si stacca dalle sue interpretazioni soggettive di Aristotele, dal
suo pensiero irrequieto che procede per sofismi e non per sillogismi,
dalle sue assimilazioni di altre nature, aliene dalla sua, come
quelle del delinquente e dell'umile, è questa verità
inerente nell'anima del cattolicesimo: che l'uomo non può
arrivare al cuor divino se non attraverso quel senso di separazione
e di perdita che si chiama peccato.
Nell'ultimo suo libro "De Profundis", si inchina davanti
ad un Cristo gnostico, risorto dalle pagine apocrife della "Casa
dei melograni" ed allora la sua vera anima, tremula, timida
e rattristata, traluce attraverso il manto di Eliogabalo. La sua
leggenda fantastica, l'opera sua, una variazione polifonica sui
rapporti fra l'arte e la natura anziché una rivelazione della
sua psiche, i libri dorati, scintillanti di quelle frasi epigrammatiche
che lo resero, agli occhi di alcuno, il più arguto parlatore
del secolo scorso, sono ormai un bottino diviso.
Un versetto del libro di Giobbe è inciso sulla sua pietra
sepolcrale nel povero cimitero di Bagneux. Loda la sua facondia,
"eloquium suum", il gran manto leggendario che è
ormai un bottino diviso. Il futuro potrà forse scolpire là
un altro verso, meno altiero, più pietoso: "Partiti
sunt sibi vestimenta mea et super vestem meam miserunt sortes."
James Joyce |
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