Lo Studio di A. Sperelli
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Caricature
Marchesa Casati
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C'è
da sfatare immediatamente un mito: il dandy non è sempre
omosessuale o pederasta. Wilde lo era, Montesquiou lo era, Proust,
Cocteau, Jacob lo erano. Ma la raffinatezza del dandy non è
esclusivo sinonimo di preferenze sessuali fuori dal comune. Certo,
il dandy non ama autodefinirsi come la virilità in persona,
ben sapendo che tra l'uomo detto 'virile' con la canottiera sporca
che sputa per terra e fischia dietro le signore - e lui, c'è
un profondo abisso di differenza. Il dandy, in un certo senso, è
una donna: ama i profumi, i fiori, i bei vestiti, le buone maniere,
l'eleganza formale; ha sentimento, spesso dipinge o scrive poesie,
ascolta musica melodica e predilige la calma di un buon libro ad
una partita di calcio.
Il dandy, nonostante la sua apparente freddezza, può sinceramente
amare una donna, basti pensare alla lunghissima storia d'amore tra
Louis Aragon e la graziosissima Elsa Triolet; Baudelaire si ritrova
ad amare follemente la
dama mulatta Jeanne Duval, attrice, soffrendo terribilmente durante
la separazione alla quale questa, con le sue terribili maniere,
lo aveva costretto ad arrivare; da non dimenticare l'intenso amore
di Scott Fitzgerald per la sua sposa Zelda Sayre, la quale impazzì
ancora giovane, e il poeta dovette assisterla fino alla propria
morte, nel 1940; il pittore Amedeo Modigliani si innamorò
della bella Jeanne Hébuterne la quale, quando lui morì,
si gettò da un balcone, incinta, non potendo vivere senza
il suo poetico amante. E come non dimenticare D'Annunzio? quale
amatore latino più famoso di lui? Moderno Don Giovanni -
anche queso personaggio mozartiano è, in un certo senso,
un dandy - straripava di passione ("è tutto amore!"
dice Don Giovanni nell'omonima opera) per le sue giovani amanti
che riusciva a tenere sospese come un equilibrista. E, arrivando
al primo di tutti i dandies, troviamo il 'Beau' Brummel attorniato
da sedicenti dame aristocratiche, borghesi, serve, sguattere, che
facevano la coda per attrarre l'irresistibile Beau il quale, lungi
dal diventare un volgare donnaiolo, sceglieva calmo tra le spasimanti
quella che più lo interessava, facendo il tutto in gran riserbo.
Ma l'amore del dandy non è certo rose e fiori. Egli non si
vuole assolutamente accontentare di essere un romantico alla ricerca
'di quella giusta': Baudelaire, prima, durante e dopo la sua maitresse
- così la definisce Edouard Manet ritraendola nel famoso
dipinto "Dame à l'éventail" datato 1862,
periodo in cui la lenta paralisi degli arti inferiori della ragazza
era già in stato avanzato - fu un assiduo frequentatore di
bordelli, preferendo assai le prostitute ad una relazione stabile;
D'Annunzio che, come già detto prima, era famoso per le sue
innumerevoli relazioni con donne carpite grazie ad entusiasmanti
lettere d'amore, non si accontentava di tenerne una per volta: il
Vittoriale diventava così un luogo d'incontro tra il Poeta
e le sue innumerevoli donne, le quaLi erano invitate a rimanere
solo una mattinata, perchè poi, alla loro partenza, ne sarebbe
arrivata un'altra, ed un'altra ancora. Tom Antognini ricorda, nel
suo "Vita segreta di Gabriele D'Annunzio", non senza una
punta di malizia, gli errori negli inviti che a volte commetteva
il malcapitato Vate, che si ritrovava a ricevere ben due amanti
per volta, le quali naturalmente passavano ore a contenderselo.
In quel caso D'Annunzio fingeva l'aria più dispiaciuta che
gli era possibile, e se ne stava in un angolo ad osservare interdetto
lo svolgersi della vicenda in cui era lui, in fondo, il soggetto
principale, e badava d'intervenire solo se la discussione s'accendeva
di toni più violenti.
Il conte de Castellane, sposatosi più per denaro che per
la bellezza della sposa, dopo aver sperperato in feste e banchetti
lucculiani l'intero patrimonio della sposa, divorziò e morì
povero in canna, senza mai però lasciare la sua fredda dignità
di dandy; La Rochelle, sommerso dalle donne, venne accusato di amarle
solo per i soldi, dato che la maggior parte di esse erano tutte
ricchissime. André Malraux, suo amico e dandy anch'egli,
lo difese: "Hanno scritto un sacco di sciocchezze su Drieu
e le donne ricche. In fondo lui amava le belle donne e succede che
siano abitualmente delle donne ricche. I ricchi possono sposare
le belle donne, e la fortuna permette loro di mantenere la bellezza
più a lungo... ecco tutto". E Drieu, nel racconto dedicato
a Jacques Rigaut "Addio a Gonzague", scrive, descrivendo
l'amico da poco suicidatosi: "... Brummel beveva e scopava
come te."; ma, allo stesso tempo lo accusava di ipocrisia,
dicendo che l'unica cosa ch'ei desiderava quando giaceva con una
donna era che lei smettesse di respirare; Guido Gozzano era letteralmente
attaccato dall'altro sesso da non poter farsi tranquillamente un
giro in campagna senza udir sospiri femminili dietro ogni finestra...;
Majakovskij sosteneva: " Non ho mai tradito Lijila", ma
senza smettere di amarla, accumulava storie in cui chiedeva alle
altre dedizione assoluta; Da non dimenticare la passione sfrenata
che Bianca Fabbri ebbe per Curzio Malaparte, come ci racconta nel
suo "Schiava di Malaparte" (sic). Ricordiamo ancora Jacques
Vaché il quale, lungi dall'essere un esuberante donnaiolo,
era quai un asceta in tal senso (come probabilmente lo furono quasi
tutti i dandies); degna di nota è la sua storia con Louise
(della quale se ne conosce solo il nome), donna con la quale abitava
in un bell'appartamento in place du Beffroi. André Breton
racconta che la ragazza veniva obbligata, quando il poeta andava
a trovare il giovane dandy, a rimanere immobile in un angolo per
delle ore, mentre i due uomini parlavano del più e del meno.
Alle 5, lei serviva il tè e, per tutto ringraziamento, Vaché
le baciava la mano. "A quel che diceva - scrive Breton sempre
parlando di Jacques Vaché- con lei non aveva alcun rapporto
sessuale e si accontentava di dormirle accanto, nello stesso letto.
D'altronde, si comportava sempre così, assicurava. Nondimeno
amava dire: "la mia amante", prevedendo certamente la
domanda che un giorno avrebbe posto André Gide: Jacques Vaché
era casto?"
Il dandy generalmente non ha una grande stima per la donna. Più
spesso egli lusinga, corteggia e seduce solo per vedersi all'azione;
più che il fine, al dandy interessa il preambolo, la seduzione;
seduzione fatta di sguardi, parole, gesti. Il dandy, come giustamente
rileva Lanuzza, è più un Don Giovanni che un Casanova.
La differenza sostanziale tra i due seduttori per eccellenza è
che il primo è un ammaliatore, il secondo è un ammaliato.
Casanova cerca e ama le donne che lo hanno sedotto, Don Giovanni
deve fuggirle, per non esserne sommerso. In fondo, Don Giovanni
è un esteta, un dandy che però si attacca troppo al
sesso femminile. E' ancora l'estetica che più interessa al
vero dandy, e non la sostanza vera e propria dell'amore. Le epistole
d'amore di D'Annunzio non gli sono altro che splendidi esercizi
di retorica dove, per meglio essere sicuri della loro carica artistica,
è necessario 'provarli', per attenderne gli effetti. Soren
Kierkegaard, il filosofo, sarebbe stato un ottimo dandy se si fosse
fermato al suppore un "vita estetica", olte quella "vita
etica" e "vita religiosa" che sono l'esatto opposto
dell'essenza dandistica. Teorizzando il famoso "Don Giovanni",
e cioè l'uomo estetico, libertino, amante dei piaceri e della
vita, Kierkegaard non fa che descrivere una sorta di dandy; e nel
famoso "Diario di un seduttore", il filosofo abbozza la
figura dell'esteta-erotomane, crudele e affascinante allo stesso
tempo, in grado di sedurre innumerevoli donne sempre tenendole sospese,
in bilico tra la passione e il dubbio, senza aver mai pronunciato
loro una sola parola d'amore. In questi casi le fanciulle non potranno
mai dare ad altri la colpa delle loro sofferenze se non a loro stesse,
le quali credono di essersi immaginate tutto, o chi fra loro, più
perspicace, come la giovane Cordelia, s'accorge dell'inganno diabolico,
si tormenta l'animo confessando al suo stesso seduttore d'essere
comunque innamorata follemente di lui, ed allo stesso temo lo odia
con un'intensità fuori dal comune. Perchè in fondo
il vero dandy rimane freddo ed impassibile, calcolatore, anche di
fronte alle situazioni in cui normalmente si richiederebbe passione
ed esaltazione dei sentimenti umani.
Lo stesso discorso vale per ogni dandy reale: negli scritti, nelle
poesie, il dandy tiene più a descrivere i suoi astuti corteggiamenti
che a descrivere i sentimenti della donna corteggiata. Ella può
sì attirarlo per la sua bellezza (certo deve essere sigolare),
o per una sua predisposizione alla toeletta - Drieu La Rochelle
ci confida d'essere attratto soprattutto da questo tipo di donna
-, o per il suo considerevole patrimonio (il conte Boni de Castellane
fa il gigolò una sola, fortunatissima volta, sperperando
tutto l'ingente patrimonio della moglie - non a caso lei otterrà
il diovorzio) o, più raramente, per la sua intelligienza.
Ma
ciò che sempre ripugna il dandy nella donna è quel
suo essere naturale (sentenzia Baudelaire: "La donna è
il contrario del dandy. Dunque, deve fare orrore. La donna è
naturale, cioè abominevole"), o, come Pierre Louÿs
spiega nel romanzo "La donna e il burattino", la donna
fa ancora più orrore se prototipo di ogni femme fatale, la
temibile 'prostituta vergine' Conchita; il suo compito consiste
nel seminare la sofferenza e guardarla crescere. "La donna
e il burattino", uscito per la prima volta nel 1898 si colloca
nella ricca tradizione della donna fatale, una cui variante, nutrita
di esotismo, erotismo, estetismo, è l'allumeuse, colei che
provoca senza mai concedersi, un 'boia di marmo', come dirà
Barbey d'Aurevilly, capace di una castità micidiale. Al contrario,
seppur allo stesso modo letale, la "Salomè" di
Oscar Wilde la ritroviamo tra la terribile gamma di donne fatali
che ossessionarono i dandies fin dalla notte dei tempi; porto ora
ad esempio "Le Diaboliche", di d'Aurevilly: donne del
desiderio e del peccato cattolico, che reprime e ammorba ogni felicità,
del male voluttuoso e mortifero. O si pensi anche alla "Zuleika
Dobson" (1911) unico romanzo di Max Beerbohm (nell'immagine,
'Zuleika Dobson', disegno di Beerbohm rinvenuto sul manoscritto
originale), tenace quanto ammaliatrice donna-dandy, con la fredda
missione di conquistare il giovane, pallido, raffinato, celibe,
cenobitico, anacoretico e claustrale duca Dorset (tale l'aggettivazione
pretesa dal tipo completo del dandy) in una sorta di aspettativa
narcisistica di riuscire a sedurre il primo uomo indifferente al
suo fascino; da parte sua, il duca non ha la minima intenzione di
cedere in una "faccenda così volgare", ammirando
qualcun'altro oltre che se stesso... ma finisce comunque per impigliarsi
nella rete dorata della perfida ammalliatrice, che non perde tempo
a rifiutarlo dopo averne ascoltate le proposte di unione; Dorset,
sconfitto, si salva ancora una volta grazie al suo inappuntabile
dandismo (noblesse oblige...).
| XV.
Don Giovanni all'inferno
Quando
Don Giovanni scese all'onda sotterranea,
pagato l'obolo a Caronte, un mendicante,
triste, dall'occhio fiero come Antistene,
afferrò i remi con braccio vendicatore e forte.
Mostrando
seni penduli tra le vesti aperte,
donne si contorcevano sotto il nero firmamento
e come un grande armento di vittime immolate,
dietro lui lanciavano lunghi muggiti.
Sganarello
rideva e reclamava la sua paga;
Don Luigi con il dito tremolante
indicava a tutti i morti vaganti sulle rive
l'audace figlio che derise le sua biamca fronte.
La
casta e magra Elvira, tra i brividi, in gramaglie,
vicina a quel perfido sposo che pure fu suo amante,
sembrava implorargli un ultimo sorriso
in cui brillasse la dolcezza del primo giuramento.
Dritto
nella sua armatura, un grande uomo di pietra
stava al timone fendendo i neri flutti:
ma l'eroe calmo, curvo sulla sua spada,
guardava la scia sdegnando tutto il resto.
(Ch.
Baudelaire, da "I Fiori del Male")
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