Lo Studio di A. Sperelli
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Il disegno riportato qui a fianco è un autoritratto di Charles
Baudelaire eseguito con molta probabilità attorno al 1844,
data in cui il poeta, ancor
in giovane età, aveva lasciato la famiglia per trascorrere
una vita fatta di piaceri dissoluti, dispendiosa e raffinata, insomma,
una vita da dandy. Pochi sanno però che l'acquarello
qui a lato fu eseguito dal poeta in una condizione ben particolare:
egli infatti era stato invitato dall'amico Charles Cousin in casa
d'un conoscente a provare uno stupefacente orientale, lo hascisc.
L'acquarello venne eseguito sotto l'effetto della droga e subito
donato a Cousin. Presto il poeta si diede all'oppio, e secondo lui
"l'oppio dilata quel che non ha limiti, prolunga l'illimitato,
approfondisce il tempo, sviscera la voluttà, e riempie l'anima
oltre ogni limite di piaceri neri e cupi"; il suo lungo saggio
sui "Paradisi artificiali" è un lungo elogio seminascosto
alla sostanza i cui effluvi avranno in futuro una buona parte nella
paralisi mortale del poeta.
D'Annunzio era invece affezionato alla cocaina, sua "polvere
folle", che prendeva volentieri assieme ad un'amante per passare
le lunghe giornate al Vittoriale.
Rigaut sperimentò ogni tipo di droga, dall'oppio all'eroina,
come in un dolce apprendistato alla morte. Suo caro amico, Drieu
la Rochelle, trovava l'oppio come "il vizio dei portinai"
(così lo definisce in "Fuoco fatuo"), ma sembra
non disdegnasse altri tipi di droghe, anche se le testimonianze
sono assai discordanti in proposito.
Impossibile non citare, infine, il lungo e doloroso rapporto di
Cocteau con l'oppio. Iniziato alla droga in gioventù, ne
era diventato dipendente
solo dopo la prematura morte di Radiguet, il ragazzo da lui amato;
sconvolto poi dall'importanza pressante che l'oppio cominciava ad
assumere per lui aveva finito col ricoverarsi in una clinica di
disitossicazione. Qui i medici, oltre a riconoscerne l'originalità
come paziente (si stupivano che un letterato e uomo di mondo come
lui fosse caduto nel 'vizio') lo curarono dalla dipendenza, ma non
dalla nostalgia che il poeta provava ora per il mondo che quella
sostanza era stata in grado di creargli. "Guarito mi sento
vuoto, povero, scorato, malato, ondeggio. Esco dopodomani dalla
clinica. Uscire dove?".
Il rapporto del dandy con la droga è apparentemente contraddittorio;
egli da un lato, conscio della volgarità e stupidità
del mondo, è tentato di rifuggere nei paradisi artificiali;
dall'altro non sopporta più di tanto d'essere schiavo di
qualcosa, e giunge quindi per lui il momento d'eliminare la dipendenza
creatasi. |
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