Lo Studio di A. Sperelli
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Marchesa Casati
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Si
è detto spesso che il dandy è infelice. Non è
vero, o almeno non lo è fino in fondo. Si può pensare
che ciò che lo fa apparire infelice agli occhi del mondo
è una delle sue abitudinarie pose. Ma non sempre è
così; la malinconia del dandy, lo spleen - parola che Baudelaire,
Huysmans e d'Aurevilly utilizzano spesso, come anche il termine
francese ennui o la misteriosa malattia detta "dei
diavoli blu" di Alfred de Vigny, che presenta tutti i precisi
sintomi dello spleen - è data innanzitutto dal suo
inevitabile senso d'inappartenenza. I
dandies sono esseri volti a crearsi un Io raffinato e unico, a sè;
il loro stesso modo, particolare o talvolta originale, di vestire,
"e in egual modo agire e vivere, senza badare alla meraviglia
e allo scherno degli sciocchi, è sempre, in piccolo, segno
di libertà di spirito". Uomini "che procedono nella
vita guidati soltanto dalla fantasia" e dal culto della differenza
contro il sistema dell'uniformità e della scontatezza (citazioni
da "Passatmpi", di P. Léautaud). Il dandy 'parla'
una specie di lingua straniera, minoritaria perchè fondata
sulla ricerca di uno stile peculiare, assolutamente solitario e
indisponibile a far scuola. Il voler crearsi tutto ciò, recitare,
trasformarsi, è sinonimo di pura arte di vivere. E
l'Io romantico del dandy è in grado di farsi strada solo
attraverso la malinconia ("e dava il mio contento in custodia
alla malinconia" dice Leopardi nello "Zibaldone");
la malinconia, a differenza della gioia, è un sentimento
multiforme, sfaccettato, a volte ambiguo. E' enigmatica - è
il labirinto dell'Io in cui s'aggira tutta l'arte moderna, governata
dalla 'mistificazione', dagli 'atti gratuiti': due tra i riti essenziali
del dandismo, dice Sartre a proposito di Baudelaire. La folla e
la follìa del mondo non conoscono il piacere conturbante
della malinconia, prerogativa esclusiva del dandy, dallo spirito
incomprensibile per la folla perchè, come Democrito, rifiuta
di farsi carico delle questioni della polis e degli uomini.
Il dandy è malinconico perchè solitario, ma non dimentichiamo
che malinconia non è tristezza, o insoddisfazione. Paradossalmente,
il dandy è fiero e felice d'essere malinconico. "La
tristezza esclude il pensiero, la malinconia se ne alimenta"
scrive Savinio nella "Nuova enciclopedia". Pensiamo a
quante forme la malinconia ha preso nella storia della cultura;
il nihilismo, sorta di movimento letterario, filosofico e condizionatore
dei modi di vivere di coloro che se ne sentivano far parte, ha avuto
tra i suoi illustri pensatori, anche Albert Camus, e molti altri
frivoli e malinconici dandies.
E' possibile vivere nella disperazione e non desiderare la morte?
s'interroga Moravia. La disperazione, "condizione normale dell'esistenza",
può giustificare la speranza. A sua volta la speranza può
dare più profondità alla stessa malinconia, può
rendere "intelligente" la disperazione, favorendo un'ebbrezza
della mente che apre all'invenzione artistica.
"Nel punto più remoto e freddo tra le sere celesti,
Saturno, nume della solitudine, s'è accompagnato col genio
e la malinconia, ora esaltandosi nella creatività, e ora
ripiegandosi su una aristocratica
afflizione che è contemptus mundi, disprezzo del mondo:
egli è felice d'essere infelice. 'La mia allegrezza è
la malinconia', scrive Michelangelo in un sonetto". (da "Vita
da dandy", di S. Lanuzza)
E Jacques Rigaut, dandy suicida per noia e malinconia, scrive: "Se
faccio uno sforzo, riesco a ricordare questa noia che fu - pensavo
- l'onore della mia gioventù, voglio dire a ricordare il
peso della sua influenza senza questa volta dipenderne". Perchè,
in primo luogo, il dandy si compiace della sua esistenza come se
fosse uno spettatore esterno a se stesso, come se stesse leggendo
un romanzo il cuo protagonista è sempre lui; egli vive, secondo
Kierkegaard, in un perenne stato di esaltazione intellettuale e
perciò deve necessariamente esistere fuori se stesso. Deve
potersi osservare, continuando a divertiri leggendo il suo romanzo
personale ("Mi sento vivere soltanto nell'istante in cui avverto
la mia inesistenza. Ho bisogno di credere alla mia inesistenza per
poter continuare a vivere") con la consapevolezza di poter,
come Rigaut, decidere ad un certo punto di chiudere il volume: "Dilemma.
Di due cose, una: non parlare, non tacere. Suicidio".
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