CAVALLERESCO ORDINE DEI GUARDIANI DELLE NOVE PORTE
PREFETTURA CAVALLERESCA DI BOLOGNA
Adunanza Provinciale Annuale
Palazzo Isolani, 1 Ottobre 2004


Ore 18 - Appuntamento da Peron & Peron
I Cavalieri hanno a Bologna due luoghi sacri: le botteghe di Dante De Paz e Peron & Peron. Il primo appuntamento prima dell’Adunanza aveva luogo proprio in quest’ultima, a Piazza San Francesco. Simone, appena tornato da Tokio, si sforzava di reggere l’impatto della comitiva. Il padre Bruno, inattaccabile anche dalla stanchezza, si faceva in quattro con una scarpa in una mano ed una bottiglia nell’altra, accompagnando le spiegazioni con lo champagne. Si trattava di una riunione informale, di un saluto, ma uno scaffale di calzature è irresistibile per chiunque.


Ore 19 - Aperitivo - Calligrafia - Tecnica e materiali della stilografica
Trasferitasi a Palazzo Isolani, la combriccola cavalleresca aumentava man mano di numero, finché tutte le sale ne erano invase. Mentre si servivano gli aperitivi, ai due banchi appositamente allestiti dalla Omas alcuni specialisti davano dimostrazioni di calligrafia e consigli tecnici agli appassionati della scrittura stilografica.


Ore 21 - Discorso introduttivo - Consegna patente di Fornitore alla Omas
Alle 21 in punto, come da programma, aveva inizio la parte convegnistica. Nello splendido Salone del ‘700 il primo prefetto cavalleresco rievocava con semplicità ed emozione le tappe della provincia bolognese dell’Ordine. Una storia di piccole cose, fatte però di quella materia che non si dimentica e che è la stessa dell’amicizia e della stima. Col secondo prefetto e col Gran Maestro consegnava la Patente di Fornitore dell’Ordine a Eric Aliamus per la Omas. Congedatosi, lasciava la parola agli oratori.

Il Gran Maestro limitava il discorso ad un solo punto: cosa si può fare per scrivere meglio e perché? A suo giudizio occorre tener presente l’oggetto, lo scopo, insomma i motivi interni al testo ed emarginare quelli esterni, in particolare se stessi. Per raccontare un episodio occorre determinare il suo baricentro, risalire alla sorgente emotiva ed isolarla da ogni contaminazione. Per spiegare una teoria occorre sfrondarla, ridurla alla struttura ed eventualmente aiutarsi con esempi, piuttosto che dilungarsi cercando altri modi di dire la stessa cosa o peggio aggiungendo opinioni e considerazioni personali. La scrittura è un’attività formidabile e rischiosa. Apre più porte di quante non ne apra la chiacchiera, ma come l’abbigliamento è una voce che non possiamo far tacere. Parla di noi anche a nostra insaputa e nostro malgrado. Pertanto occorre stare attenti, anche nella posta elettronica o nella compilazione di una scheda di abbonamento. Scrivere significa lasciare in giro strumenti di valutazione che potranno essere utilizzati a distanza di anni.

Eric Aliamus, presidente della Omas, francese di origini bretoni ed uomo di gusto finissimo, abbinava i due temi del tempo e della scrittura. Tracciava un’affascinante storia delle concezioni che gli uomini avevano avuto di queste due cose, cominciando col dire che l’umanità è nata senza possederle e che la loro conquista è stata essenziale per la civiltà. Dopo i pittogrammi e il repertorio più limitato degli ideogrammi, man mano l’uomo ha trovato la via giusta e con l’alfabeto ha creato un sistema in grado di dire l’infinito con pochi segni. La scrittura non è nata nelle scuole, ma da e per una casta politica e religiosa che non aveva interesse a favorirvi l’accesso. Solo con l’alfabeto e naturalmente con la sua alleata più potente, la stampa, la scrittura diventava universale. Proponeva una fugace panoramica verticale ed orizzontale sulla calligrafia nelle varie civiltà, sottolineando gli aspetti psicologici e culturali che influenzano quest’arte e i suoi fruitori.

Dante De Paz concludeva con qualche accenno alla natura sacra della scrittura. Esegeti delle sacre scritture sostengono che il progetto divino, precedendo la genesi, aveva già presupposto e creato la parola scritta. Essa è venuta prima dell’universo e si è in qualche modo incarnata nell’uomo. Noi abbiamo quindi una predisposizione alla parola, la portiamo dentro come il sigillo della mano divina, come un patrimonio che ci accomuna tra uomini e che è segno della nostra discendenza.

Alle 22, si va a tavola. Nessuna velleità di iperboli gastronomiche, niente piatti dal nome lungo e preparazione corta, ma una cucina tradizionale. Nessuno odia le raffinatezze quanto i raffinati. Trattandosi di un’Adunanza, da questo punto in poi sono ammessi solo i Soci, senza donne e senza stampa. Pubblichiamo la lista dei vini, tra cui si è imposto il Sauvignon di Movia. Stupefatti ancora una volta dalla pazzesca Torta dei Cavalieri, i circa ottanta commensali ne facevano sparire oltre dieci chili. Secondo le tradizioni dell’associazione, veniva preparata e addormentata il giorno prima per poi essere “risvegliata” al momento, fetta per fetta, con un vaporizzatore da profumi contenente un vecchio rhum puro.

Ringraziamo


Foto di Gianluca Ardizzoni