Prima sessione:
22 Febbraio 2006
Napoli - Piazza Vittoria N° 282
Show Room di E. Marinella - Ore 18.00 - 21.00



La formula dei Laboratori d’Eleganza nacque a Napoli nel 2000, nello Show Room che allora Marinella aveva al secondo piano. Nell’arco di due anni se ne celebrarono cinque, in cui si ospitarono vere personalità del mondo dell’artigianato e del grande abbigliamento maschile: da Bruno Peron ad Antonio Panico, da Turnbull & Asser a Olivier Creed. Dopo altri tre anni di incontri a Bologna, i Laboratori tornano a Napoli con un appuntamento che in pratica inaugura il nuovo Show Room di Marinella, ma anche una formula nuova, che affianca sistematicamente un motivo d’interesse gastronomico a quello centrale di estetica maschile. Le vie del gusto portano lontano, ma chi ne percorre una ne conosce in genere molte altre. Coniugare l'abbigliamento con la gola non è quindi tanto strano, perché gli amanti del primo coltivano quasi sempre anche la seconda e magari terze e quarte passioni. In questo evento si celebra il gilet, baricentro della tenuta cittadina tradizionale, ma anche veicolo di una simbologia antica. Le sue fogge sono molteplici come gli archetipi cui rimandano e poiché esso si è fatto interprete non solo delle situazioni formali, ma anche di tutte le culture dell'azione, dalla caccia alla guerra, dallo sport all’esplorazione, lo vediamo molto più spesso di quanto non ci si renda conto. Cow boys e motociclisti, magnati e dandy, studenti e giocatori di biliardo lo adottano con entusiasmo. Nello stile dei Laboratori d'Eleganza, dove una ricerca che parte da lontano si rivela con la leggerezza della mondanità, la serata vuole fornire qualche strumento di lettura che permetta di reinterpretare una lingua che non è morta, ma solo incompresa. Il Cavalleresco Ordine convoca il maestro sarto Domenico Pirozzi per svelare alcuni segreti tecnici e mostrare fogge e possibilità espressive di un capo che, trascurato per anni, rivela un’insospettata capacità di ripresentarsi. L’avvocato Giancarlo Maresca, commentatore dell’estetica e del mondo maschile, contribuirà all’interpretazione, suggerendo un’originale riepilogazione della teoria e storia del gilet. Poiché seguiranno altri Laboratori, contemporaneamente parte un ciclo dedicato ai grandi formaggi freschi a pasta filata: la mozzarella di bufala dei due bacini salernitano ed aversano, nonché il fiordilatte sorrentino. La prima serata presenta un vero campione della produzione di Battipaglia, meno conosciuta a Napoli di quella aversana, ma molto diffusa su altri mercati nazionali.




Il Gilet
Sin dalla fine degli anni ‘60 il panciotto sconta una condanna per “tentato invecchiamento”. Le leggi in forza delle quali fu ritenuto colpevole stanno però cambiando e quindi il Nostro potrebbe tornare in circolazione. Passeggiando in giacca e cravatta, già ci si accorge che qualcuno osserva quegli arnesi come non li riconoscesse. Il rigore della tenuta cittadina comincia a sembrare ingombrante, forse perché il suo significato etico ed estetico suona come un rimprovero per gli approssimativi dell’uno e dell’altro campo. Molti uomini che durante il giorno hanno lavorato in abito completo, prima di uscire con la ragazza o con gli amici vanno a cambiarsi, per non sentirsi fuori luogo. La sera, che una volta esigeva un tributo formale, impone oggi di mimetizzarsi con un’umanità che offre la sua cittadinanza solo ai giovani. Qualora il passaporto vi fosse stato ritirato per raggiunti limiti di età, si può chiedere di rientrare grazie all’autocertificazione. Bastano un paio di sneaker e occhiali da sole a mezzanotte per dichiararsi automaticamente, se non giovani, giovanili. La concentrazione di ogni concepibile virtù nella stagione del rigoglio fisico e nella sua esibizione ha un’origine facilmente rintracciabile. La disgregazione dei nuclei stabili, il ridursi dei cicli vitali di ogni realtà umana, dall’azienda alla famiglia, ha fatto in modo che si ritenga più affidabile una forza capace di adattarsi che una orientata a custodire. Il linguaggio dell’abbigliamento si è adeguato al moltiplicarsi di molecole libere in cerca di aggregazione: giovani veri e di ritorno, single e sposati a regime ridotto. Poiché a dichiarare una posizione morale ed estetica basta una camicia abbottonata ai polsi, il gilet non fa più la differenza di una volta. Se giacca e cravatta già destano stupore o disappunto, il gilet tende sempre meno ad apparire overdressed. Chi è in guerra comunque, tanto vale aggiunga un fucile. E la guerra non è necessaria, in quanto del gilet si possono utilizzare gli “archetipi leggeri”, quelli che evocano l’aria aperta e non il paterfamilias. Il gilet rappresenta un punto focale. La sua linea si integra con il tutto, ma lo domina distribuendo compiti e valori alle sue truppe. Ma come accade a qualsiasi leader, il gilet deve rispondere ad una disciplina, anche se non è la stessa che impone agli altri. Ne investigheremo origini e principi e, insieme al maestro Domenico Pirozzi, anche trucchi e tecniche costruttive.


Prima, durante, dopo e poi di nuovo
E’ possibile resistere ad una fetta di mozzarella prima di sedersi a tavola? Sensuale principessa della mensa, la mozzarella è l’antipasto perfetto, ma la si gradisce in qualsiasi momento. Del resto, quanti altri alimenti raggiungono una così pura concentrazione di assoluto piacere? Ma quanto dura una mozzarella, come si conserva che differenza c’è tra il prodotto industriale e quello artigianale, tra quelle del bacino aversano e quelle del salernitano? Non tutti sanno che la migliore mozzarella non solo si mantiene bene alcuni giorni, ma migliora sensibilmente per ventiquattro ore e più. Insomma, ci potrebbero essere delle sorprese dietro le risposte a quegli interrogativi e cominceremo a cercarle grazie a due veri personaggi. 1) Il dr. Alberto Morese. Rappresenta una famiglia che vanta quattro generazioni nel settore ed insieme al nipote Giuseppe gestisce il caseificio Taverna Penta di S.Antonio (Pontecagnano). Questa ditta fornisce tavole private e ristoranti di tutta Italia ed è tra lei poche che lavorino il latte prodotto da allevamenti propri. La loro tenuta si estende per 120 ettari, ma la loro cultura è ancora più vasta. 2) Il prof. Luigi Zicarelli. Ordinario di Allevamento del Bufalo presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Napoli, è forse il massimo esperto al mondo nel settore. Un luminare in grado di avviare un allevamento in Brasile, quanto di rendere impedibile una serata a Napoli. Con la sua Falanghina ed il Piedirosso, interverrà anche Michele Farro, delle omonime cantine, gagliardo rappresentante dell’enologia dei Campi Flegrei.











Appendice

Il gilet si esprime in molte lingue, ma questo non rappresenta un problema. Tutti, anche inconsciamente, le comprendiamo con facilità. La più austera scandisce i bronzei endecasillabi della tenuta formale, là dove il gilet è nello stesso tessuto di un completo scuro. Nella foto vediamo il banchiere e filantropo David Rockfeller, nel 1967. Su questo cognome, sinonimo di potenza economica, il tre pezzi blu in pin stripe calza perfettamente. Nella nostra immaginazione è l’abito del tycoon, del politico con importanti incarichi istituzionali. Questa tipologia d’abito conduce verso la camicia bianca, la scarpa nera e la cravatta jacquard. A proposito di cravatta, in quella scelta da Rockfeller la spaziatura tra un disegno e l’altro è una vasca tutta in apnea, è la distanza delle stelle con il suo gelo cosmico, infinitamente solenne. Il gilet formale ha in genere sei bottoni e quattro tasche. Quelle in alto sono abbastanza profonde da ospitare le penne, perché occhieggino senza essere esibite. I compilatori di decaloghi diranno che le penne non si mostrano, ma noi non ci faremo gabbare dagli oscurantisti che cercano di strappare consensi e autorità grazie ai divieti.
Le tasche basse sono piccole e destinate a funzioni terapeutiche. Solo grazie ad esse, infatti, si può produrre una vasta gamma di gesti estremamente espressivi che, consentendo di dire molte cose per cui non esistono o non è bene utilizzare le parole, realizzano un effetto liberatorio e rasserenante. Totò ne era un interprete sopraffino. Buon collaboratore di pollici ed indici si rivela l’orologio a cipolla. Estrarlo e consultarlo, magari alzando le sopracciglia, non lascia scampo all’interlocutore: l’interesse della sua conversazione è venuto meno ed è ora di terminarla.
Qui vediamo Pancho Villa nel 1913, con due dei suoi luogotenenti. Interessantissima la figura del colonnello Medina, che posa con una camicia immacolata, la cravatta ben annodata, il personale curato, il gesto studiato, una cintura da pistolero che non ci stupirebbe vedere ad una sfilata milanese, una giacca dal taglio inglese ed un cappello alla Gauguin, rovesciato all’indietro. Certamente starà pensando che la polvere gli ammattisce gli stivali! Che Guevara non fu un caso isolato e le rivoluzioni sono sempre state una palestra di talenti estetici, a cominciare da quella francese. Anche se con risultati diversissimi, Ortega e Villa, proprio come farà quel grande incisore di icone che fu John Wayne, trovano naturale indossare il gilet. Si rivela così un altro dei suoi grandi archetipi, utilizzato sistematicamente anche dal cinema: quello del cow boy, dell’esploratore, dell’uomo d'azione, insomma del pioniere, dell’uomo disposto a dormire sotto una coperta di stelle.
L’architetto ed eroe di guerra Tony Sanford posa nel 1957 con un gilet di seta a motivi floreali. Sembra trattarsi di glicini e quindi, oltre al materiale, anche i colori devono essere alquanto vistosi. La giacca è invece un inno alla sobrietà, con una parsimoniosa manica a tubo ed un taschino rettilineo che equivale ad un’etichetta “Made in Savile Row”. In Italia questo tipo di contrasti assume un valore diverso, ma nel gusto inglese una certa eccentricità è riuscita a diventare tradizione. Qui la si vede navigare tranquilla, grazie al principio tutto britannico per cui, se è male mostrarsi molto, ancor peggio è guardare troppo.
Negli anni 50 l’ondata destabilizzante del rock’n’roll si incontrava e si sommava a Londra con l’atteggiamento provocatorio ed eccessivo dei Teddy Boys, come a dire i ragazzi alla Eduardiana. Il nome viene dal re Eduardo VII, sotto il cui regno si vestiva con le lunghe giacche dai colli di velluto care ai primi canonizzatori di questa estetica feconda, che ha generato filoni non ancora esauritisi. In questa foto del 1955 vediamo due di questi illuminati precursori, che portano negli occhi e nei gilet la voglia di cambiare la storia. Almeno quanto a quella del costume, ci sono riusciti e sarebbe interessante sapere se, quando e quanto se ne siano resi conto. Del resto, in termini di aspettativa di vita, dovrebbero essere ancora ben vivi e attivi. Tra i segni distintivi dei Teddy Boys figuravano sia i capelli riccamente unti e pettinati a Duck’s Ass, termine di cui spero non sia necessaria una traduzione, sia i gilet non coordinati. Molte volte e in luoghi diversi, il gilet ha svolto diligentemente questa funzione di paramento distintivo di un gruppo ristretto, come tale bisognoso di forte identità.
La funzione distintiva del gilet non appartiene solo ai bassifondi del West End dove si muovevano i Teddy Boys, o ad altri ghetti, ma come abbiamo già detto è comune a molte comunità ristrette: clan familiari, caste etc. Ecco ad esempio due studenti di Eton indossare pittoreschi panciotti, che fuori dalle occasioni d'ordinanza sostituiscono quelli delle varie divise tradizionali dell'ateneo. I loro colori esprimono quella voglia di indipendenza che la saggezza della tradizione di questa vera e propria arca di cultura umanistica sa comprimere e dosare.
Forse da una costola di quello atavico del pioniere nacque l'altro tipo di gilet d’azione: quello sportivo. Mentre il primo è totalmente libero da convenzioni, il secondo ci tiene a conservare un richiamo alla sua origine aristocratica e così si manifesta in fogge composte e materiali tradizionali. Il sorriso di questo ritratto appartiene a Ralph Lauren ed è del 1970. E’ l’alba di un travolgente successo, ma immagini come questa dimostrano come esso non sia nato dal caso, quanto da un formidabile talento nell’individuare i punti focali di diverse culture estetiche, per poi riproporli nelle sue collezioni con precisione, continuità e determinazione bellica. Qui indossa un blazer (nautica) su ampi pantaloni bianchi (tennis), con gilet di tattersall (tiro a volo) e cravatta a motivi equestri (polo, naturalmente). Il genio dello stilista distilla il nettare dai diversi mondi sportivi e ne conserva l’aroma caratteristico rispettando i materiali e certi dettagli fondamentali. E’ ancora questo il suo segreto: isolare il classico nel minor numero di dettagli che ne trasmettano la sensazione. In questa foto appare compiaciuto del suo stesso virtuosismo. Miscela molti sapori in un blend così gaio e disinvolto che le citazioni, di certo attentamente selezionate, appaiono scelte a caso.
Tutte le situazioni di vita all’aria aperta hanno sviluppato le loro fogge di abbigliamento e adottato specifici materiali. Nel gilet ci si è accaniti in modo particolare e, anche se non ci si fa caso, il processo continua tuttora. Dalla flanella a quadri del tiro a volo al tweed del guardiacaccia qui a fianco. Del resto, la selezione di colori particolari, nell'ottica distintiva del clan, portò sia ai district check che a invenzioni come il Lovat, un colore creato dall'omonimo conte per la divisa dei suoi guardiacaccia.
Dalla tela dei gilet multitasche delle truppe irregolari di molti paesi mediorentali al piumino degli sciatori e quindi di Gianni Agnelli, che lo portava anche sulla giacca. Dalle lane tessute a mano dei nomadi a quelle pregiate dei lunghi gilet dei sultani. E' un caleidoscopio interrazziale, interculturale, più che internazionale. Questo disegno mostra un mondo virile intenso ed autonomo, ancora libero dai sensi di colpa che stavano per corromperlo. Attraverso il candore della camicia e la perfetta cura della sella ci immergiamo in un’immaginazione dove ad ogni oggetto corrisponde una regola ed un’idweale di vita, prima che uno stato sociale. Tra cani, abbigliamento e cavalli, domina un bellissimo gilet in castorino rosso da equitazione. Un messaggio in bottiglia, che dopo un lungo viaggio nel tempo qualche occhio attento potrebbe oggi ripescare sulla spiaggia e riproporre sotto un blazer.