MADE IN ITALY
Il futuro della qualità

Organizzato dal Cavalleresco Ordine dei Guardiani delle Nove Porte, con la collaborazione della Fondazione Colombo ed il patrocinio della Regione Liguria, il 17 Marzo si è riunita al Palazzo Ducale in Genova una tavola rotonda aperta al pubblico sul tema del Made in Italy. I relatori erano di idee e scopi diversi e forse proprio questo ha reso il dibattito di particolare vivacità. Dal pubblico sono giunti al dibattito importanti contributi, come quello del consigliere regionale Fabrizio Moro. Dagli interventi qui riportati, sembra che sul problema del Made in Italy si stia passando ad una seconda fase, in cui si cominciano meglio a distinguere lo scenario ed i ruoli.


SERGIO MESCHI
Prefetto del Cavalleresco Ordine in Genova
“E’ necessario sottolineare che questo è solo il primo anello di una collana di iniziative che vogliono vedere Genova come scenario privilegiato e protagonista delle battaglie di cui tutti sentiamo in lontananza i rumori e in merito alle quali i relatori di oggi ci presenteranno cosa sia in palio. E’ una battaglia di tutta l’Europa Unita, di tutta l’Italia, ma l’idea degli organizzatori è quella di accogliere e promuovere nella nostra città quante più iniziative volte ad approfondire e promuovere le istanze del Made in Italy e in generale della qualità ricca di significati. Per questo motivo, contando sulle alleanze che hanno permesso questo convegno, abbiamo suggerito un appuntamento annuale di alto livello, dove venga dato il giusto risalto alle Qualità della Qualità. Si tratterebbe di una fiera-vetrina-laboratorio dai forti contenuti culturali, una kermesse organizzata per convincere e non solo per vendere, dove insieme ai prodotti si potranno incontrare gli uomini e le idee che ci sono dietro. Scegliendo il parametro più tradizionale, pensiamo di dedicarla e limitarla a ciò che è fatto per durare, siano scarpe o vini, tessuti o automobili. La funzionalità protratta nel tempo, la raffinatezza non orientata allo sfoggio o allo stupore, sono caratteristiche che creano uno sbarramento culturale, più che tecnico ed economico. L’esistenza di un’esclusività che nasce e si indirizza a chi vede nella famiglia una dinastia, nel paese una Patria e nell’oggetto un oggetto, quindi legato alla sua funzione, resta inaccessibile a chi produca o acquisti cose come la lacca alla polvere di diamanti. Il proliferare di queste esagerazioni indica che il lusso vada orientandosi verso l’effetto nei confronti altrui, piuttosto che sulla soddisfazione del cliente stesso. In tal modo si dimostra una cosa di cui si parla poco o non si parla affatto: che lusso e qualità non significano esattamente la stessa cosa.
Tornando all’argomento di questa giornata, sono convinto che restando uniti e convinti, i venti dell’est non ci danneggeranno in modo definitivo, ma è necessario accettare la situazione e prendere i provvedimenti adeguati, che non possono essere individuali e debbono salire al piano normativo e collettivo. E’ tempo che le aziende italiane comincino a ragionare secondo le regole del lobbying. Le azioni isolate non danno alcun risultato pratico. C’è bisogno di intensificare le iniziative e di coordinarle in modo da non disperdere le energie, è giusto lavorare sull’identificazione della qualità (etichettatura dettagliata) ma non si può prescindere dall’uso di strumenti quali il marketing ed il lobbying”.

MARIO BOZZI SENTIERI
Presidente della Fondazione Colombo
Che ruolo può avere una realtà eminentemente culturale come la Fondazione Regionale Cristoforo Colombo, che ho l’onore di presiedere, rispetto ad un tema quale il “Made in Italy” ? Il riferimento alla qualità, che sottolinea questo nostro incontro, ci aiuta a dare una risposta. Il “marchio Italia”, oggi al centro di un ampio dibattito politico ed economico, riguarda gli strumenti normativi necessari a difendere le produzioni nazionali in una dimensione planetaria dei mercati e sollecita una presa di coscienza culturale, essenziale per una duplice serie di motivi. In primo luogo dare peso, senso e tutela ad una tradizione di buon gusto, di stile, di qualità che appartiene al nostro Paese e che ci viene universalmente riconosciuta. Una tradizione fatta di nomi-simbolo, che dai settori della moda, dell’alta gastronomia, della produzione vitivinicola, dell’arte orafa, della cantieristica eccetera, hanno contribuito ciascuno col proprio segno a configurare l’identità del “buon vivere” all’italiana. Un secondo elemento, essenziale per alimentare la consapevolezza di questa realtà, è tenere alta e viva l’attenzione, favorendo localmente la valorizzazione di questo grande patrimonio di stile e di professionalità. Occorre dunque, zona per zona, impegnarsi per monitorare l’esistente, favorendo la conoscenza e la diffusione di una produzione che è anche memoria storica, segno distintivo di uno stile e dell’identità di quanti vi si riconoscono. Del resto – non scopriamo niente di nuovo – il patrimonio di una città ha una duplice valenza, insieme fisica e spirituale. Essa è fatta di pietre, di chiese,di monumenti e di memoria. Questa memoria si incarna anche nella sua produzione, in quella che è stata definita come “l’architettura del commercio”, nell’arte delle botteghe e nel lavoro degli artigiani, nell’eleganza degli arredi commerciali e nella qualità delle produzioni. Da questo punto di vista Genova è un esempio di buon vivere e di professionalità, che va scoperto, difeso, valorizzato. Chi oggi percorra, con occhio attento, le strade ottocentesche e le viuzze del centro storico genovese non può fare a meno di percepire questo affascinante connubio fatto di raffinati decori liberty, di preziosi affreschi, di vetrine in legno intarsiato, di profumi avvolgenti, di fragranze originali, di colori suadenti. E’ il nocciolo duro ed originario di quel “made in Italy”, che ogni città italiana, ogni paese, piccolo o grande, si porta dentro e che va messo in risalto, fatto conoscere, diventando il metro di paragone per la difesa e la valorizzazione del “buon vivere” italiano. In un mondo sempre più globalizzato, la sfida deve dunque essere spostata a livello locale, laddove il localismo permette un’indubbia originalità delle produzioni, alti standard qualitativi, possibilità di controllo sulla cosiddetta tracciabilità dei prodotti. Ciò non limita la capacità competitiva sui grandi mercati, sempre più attenti alla qualità e dunque bene orientati verso il “made in Italy”, a patto però che esso sia veramente tale e non un sottoprodotto dalla dubbia provenienza. In chi abbia a cuore la difesa della cultura e delle memoria locali deve perciò esserci la piena consapevolezza della complessità del proprio impegno, che passa anche dalla difesa e dalla valorizzazione di una cultura materiale, di prodotti e di stili, intorno a cui si sta giocando oggi una partita decisiva. Ne va della tenuta del nostro sistema produttivo e, nello stesso tempo, della nostra identità.

GIANCARLO MARESCA
Gran Maestro del Cavalleresco Ordine
“Riconoscendoci in un ideale cavalleresco, ci troviamo a nostro agio in questa del Made in Italy, che è diventata una giostra diplomatica, se non una battaglia campale, tra chi vuole giocare su tutti i tavoli e chi vuole individuare una regola uguale per tutti. Poiché cerchiamo di praticare e difendere il gusto, non di produrlo e venderlo, è opportuno analizzare il problema alla luce dei suoi riflessi su ciò che come consumatori ci interessa: la correttezza e la qualità. Soprattutto quest’ultima ha bisogno di un’analisi che metta allo scoperto alcune mistificazioni concettuali che hanno svuotato la parola di un vero significato, o meglio di un significato vero. Qual è il contenuto della qualità? Esistono dei parametri che ci permettano di individuarla? E se esistono, sono uguali dappertutto? Queste domande impongono all’attenzione il concetto di Qualità della Qualità, vale a dire della scelta dei criteri posti come discriminante del livello di una merce. La grande comunicazione sta radicalmente cambiando i criteri con cui l'uomo giudica gli oggetti, orientandolo ad una fruizione di essi che è sociale e psicologica, quindi mentale e indiretta. Per evitare di finire nella bulimia del consumo fine a se stesso, insostenibile su vari piani, un oggetto dovrebbe innanzitutto avere grande attitudine ad essere utilizzato con soddisfazione e per molto tempo. Molti oggetti si pongono come una vetta assoluta nel loro settore perché si presentano con un disegno attuale e una scelta raffinata nei materiali, ma in realtà restano nella serie B del gusto: quella degli oggetti da regalo. Pochi mesi fa mi hanno donato un calzascarpe in ebano, avvolto in un sacchetto di puro cachemire chiuso da nappine in cuoio. Taccio di scatola, carte veline, istruzioni, spiegazioni, presentazioni, invero non necessarie per un oggetto di uso così comune. Purtroppo, lo spessore del calzascarpe era tale da renderlo di una scomodità allucinante ed io allora Vi domando: questo bellissimo e prezioso oggetto, impeccabilmente disegnato e confezionato, è un oggetto di qualità? Chi vuole andare un po’ più in profondità e cogliere il lato autentico del piacere che le cose possono darci, concorderà forse nel dire che una cosa buona si distingue dalla meno buona in quanto svolge il suo compito meglio e più a lungo. La durata è stata per secoli il primo criterio di distinzione della qualità e ancora i nostri padri valutavano in questo modo un frigorifero o un tessuto, un fiore o un ombrello. Non è spostandolo con l’acquisto, ma trasformandolo con l’uso, che facciamo che una cosa sia veramente nostra. La fruibilità e la durata riportano il rapporto tra soggetto e oggetto da un'irrisolvibile tensione ad una più umana aspirazione, in cui l’acquisto è preceduto dal desiderio e dalla scelta. Eppure, di durata si sente parlare ben poco dai tecnici e dai legislatori. Non siamo sindacalisti, ma qualcosa di simile a filosofi guerrieri. Come tali possiamo parlare non solo di diritti, ma anche dei doveri e segnatamente dei nostri. Anche il consumatore non può basarsi sui soli diritti. Auspichiamo una normativa equa e illuminata, ma giammai sarà un decreto a portarci a casa la mozzarella degna di questo nome, se non preserviamo il palato come patrimonio comune e individuale. La legge deve proteggere dalle truffe, ma non potrà creare o mantenere in vita la vera qualità, se non è il mercato a sapersi difendere rifiutando l'imitazione, l'approssimazione, la finzione, l'esagerazione e tutti gli altri sistemi di vendita e promozione che man mano tendono a trasformare un formaggio buono in un formaggio igienico, un'automobile veloce in un'automobile sicura, insomma a spostare il centro di interesse del consumatore dalla natura autentica dell'oggetto ad una natura finta, ricostruita con un sistema di chirurgia psicologica. Se l'uomo avverte la responsabilità di conservare l'ambiente, palinsesto dei fenomeni naturali, allo stesso modo ha il dovere di tramandare l'infinita varietà degli oggetti da esso stesso creati. Per far questo, i consumatori, ma faremmo prima a dire gli uomini, hanno il dovere di interessarsi ai materiali e ai prodotti, di comprenderne le origini e la natura. Non basterà leggere una dicitura su un etichetta, per quanto completa e garantita essa sia, ma occorre conquistare un discernimento autonomo. Il vero problema diviene quindi la reperibilità delle fonti, della cultura sufficiente a raggiungere questa coscienza. Una tutela del fatto-in-Italia che voglia essere una tutela del fatto-bene dovrà interessarsi della diffusione della competenza. Non parliamo dell'informazione, nemica della sapienza, ma della cultura. Forse anche il Ministero della Pubblica Istruzione dovrebbe partecipare con dei programmi. Se i dialetti locali sono un patrimonio ormai riconosciuto e di cui si alimenta la tradizione, non sarà che anche il gusto del salame tipico della propria regione sia altrettanto importante? C'è a questo punto da affrontare il rapporto tra stile nazionale e prodotto locale. Il miracolo della vera qualità non si determina se non in un contesto preciso, quindi in un’area limitata dove si eserciti l’influenza della cultura, sensibilità e storia caratteristici e inimitabili. Il successo parte ad esempio dal vino di una singola collina per estendersi a tutta una regione e alla nazione intera, mai viceversa. Il prodotto regionale è quindi un serbatoio di valore inestimabile, che va salvaguardato con intelligenza. Considerata la natura individualistica della nostra associazione, l'interesse per il Made in Italy non è dovuto tanto al fatto che esso tuteli il consumatore, che auspichiamo sappia tutelarsi anche con la scelta, quanto all’equo riconoscimento che esso implicherebbe per le imprese di piccole dimensioni, fortemente radicate e quindi un po’ rigide, nel confronto con quelle che si muovono su scenari più ampi e flessibili. Potrebbe contribuire a far viaggiare per qualche altra generazione quei vasi di coccio che, troppo a lungo a contatto con quelli di ferro, potremmo veder tutti distrutti nell'arco di poco tempo”.

ALBERTO BROCCA
Direttore dell’ Unione Industriale Biellese
Il quadro competitivo mondiale ha registrato e continua a presentare, a partire dall'ultimo quinquennio degli anni '90, rilevanti mutamenti e discontinuità per qualità e quantità. Un fattore di cambiamento particolarmente incisivo è rappresentato dalla globalizzazione produttiva, intesa sia come opportunità, in continuo ampliamento, di localizzare dovunque le fabbriche, sia come “discesa in campo” della Cina, quale potenza manifatturiera planetaria, senza precedenti storici paragonabili per entità e determinazione di direzione. Tutte le aziende del “Made in Italy”, industriali ed artigiane, stanno subendo un attacco di proporzioni storiche, ma accanto alle indubbie capacità e volontà dei nuovi protagonisti mondiali, si manifestano anche le caratteristiche di una concorrenza sleale, come tale inaccettabile. L'Unione Europea, cui gli Stati membri hanno delegato i poteri in tema di commercio internazionale, ha il dovere di agire su due fronti principali: introducendo misure “antidumping” e fissando l'obbligo del “made in” . Tale reazione deve essere condotta con prontezza e decisione pari a quella dell’azione che tende legittimamente a contrastare. E' bene ricordarlo ai troppi, ultimi arrivati, paladini del liberismo; dumping significa una cosa precisa: vendere i propri prodotti sottocosto al fine di distruggere i concorrenti e di sfruttare i clienti. Fare dumping, perciò, è comportarsi da delinquenti, sia che lo si faccia da soli, con la propria azienda, sia che lo si faccia con la manifesta complicità del proprio Paese. Tutti possono fare una semplice considerazione matematica che dimostra cosa stia realmente accadendo. Il differenziale di prezzo derivato dal sottocosto del lavoro e dal minor costo dell'energia non può superare il 40 %. Sotto questa soglia restano i costi della materia prima, del denaro, l’ammortamento dei macchinari e altri fattori inattaccabili. Se i reggiseni provenienti dalla Cina entrano in Italia a cinquanta centesimi di euro, non si può pensare che si tratti del vantaggio offerto da operai poco pagati, perché anche se non li si pagasse affatto, il fornitore di cotone, commodity dai costi internazionalmente parificati, bisogna pur pagarlo.
La documentazione quantitativa dei danni già inflitti al “Made in Italy” è impressionante:
• si sono perduti oltre 40.000 posti di lavoro;
• sono a rischio altri 440.000 posti di lavoro;
• dopo il 1 gennaio scorso, le entrate di prodotti cinesi in UE sono aumentate, a seconda dei prodotti, da 300 a 1500 volte;
• il prezzo di tali prodotti è in aumento.
“Made in Italy” significa prodotti prevalentemente realizzati da piccole aziende, molto spesso collocate in distretti industriali specializzati. Sia nei settori moda, arredamento, alimentare, sia nella componentistica in molteplici segmenti tecnologici, esse contribuiscono con una solidità e una dimensione complessiva di insostituibile consistenza, alla produzione manifatturiera, all’occupazione e all’export del nostro Paese. Un marchio serve a rendere visibile l’invisibile, serve a rendere immediatamente chiaro un messaggio concentrato e prezioso: il marchio “Made in”, quale indicazione del Paese dove è avvenuta la produzione, deve essere introdotto in forma obbligatoria dalla normativa europea e tale obbiettivo deve essere efficacemente propugnato dal nostro Governo nazionale. Nonostante l’Europa abbia sancito nella sua stessa nuova Costituzione il diritto del Cittadino ad essere correttamente informato a salvaguardia dei suoi interessi, non esiste - a differenza di quanto avviene in USA e nei principali Stati e mercati del mondo - alcuna norma che obblighi un produttore o distributore di prodotti a dichiararne il Paese di effettiva fabbricazione.
Questa mancanza di trasparenza favorisce frodi ai danni del consumatore, sfruttando il differenziale di prezzo che viene attribuito a prodotti fatti percepire come realizzati in Europa rispetto a quelli di Paesi emergenti e agevola ogni contraffazione. Per l'Unione Europea intervenire, introducendo misure antidumping e sancendo l'obbligatorietà generale del “made in”, non costituisce soltanto un dovere nei confronti dei legittimi interessi dei propri cittadini, nella loro duplice veste di consumatori e di lavoratori del secondario, costituisce anche un obbiettivo strategico: quello di dimostrare di saper svolgere un ruolo autorevole nella geopolitica mondiale, che è anch'essa in forte cambiamento e non scevra di potenziali pericoli anche per la pace e la stabilità dei rapporti internazionali.

Franz Botré
Direttore di MONSIEUR
Gli interventi di oggi stanno chiarendo innanzitutto che la tutela invocata dai sostenitori del Made in Italy non è solo del lavoratore o del consumatore, ma dell’economia di un intero paese o ancora più vasta. In secondo luogo che le misure fiscali antidumping non sono altro che una risposta doverosa ad un’azione illegale e peraltro sono state già assunte da altre nazioni. Infine che chi fa da se fa per tre, che il consumatore non può e non deve aspettarsi che la legge si sostituisca al suo gusto. Le etichette proteggono dalle truffe e da altri atti criminosi, ma è la conoscenza che orienta verso la giusta direzione, cioè la vera qualità. Poiché MONSIEUR è schierata da sempre con la qualità italiana, ho dato spazio sin dal primo momento alle voci che suggerivano l’importanza di una sua tutela attraverso un marchio e delle norme apposite, ma oltre alle leggi bisogna creare o mantenere una cultura. La storia di un’idea è la storia della coscienza che di essa si diffonde, in quantità ed in qualità. Essa progredisce non solo col numero delle persone che vi aderiscono, ma con la profondità della sua comprensione. Mi piace pensare che entrambe siano aumentate anche grazie al lavoro svolto dalla mia rivista, ma ogni alleato è una forza da non trascurare e questa sera, muovendosi dal registro speculativo a quello normativo ed economico, sembra che insieme si siano fatti dei passi avanti. Ho aderito con piacere all’invito, comunicatomi senza che gli organizzatori potessero sapere che proprio dal mese di Marzo sarebbe partita un’iniziativa senza precedenti, con cui MONSIEUR si sarebbe assunta la responsabilità di una propaganda sistematica basata sul criterio dell’italianità. Intendiamo premiare le piccole aziende dove estetica e cultura, tradizione e innovazione, ma soprattutto lavoro e onestà, vengono prima di ogni altra considerazione. L’impegno etico nel quale credo, e che sono certo sia largamente condiviso, non si limita alla separazione tra ciò che è bene e ciò che è male. Il senso morale deve tradursi in azione e noi, che come casa editrice siamo una piccola realtà artigiana, crediamo fermamente nel valore delle cose ben fatte, si tratti di vini o dell’informazione. Proprio perché si tratta di un valore, nel momneto in cui è messo a rischio deve essere tutelato. Sono sempre più le persone che comprendono che la direzione verso cui va tutto questo non è una cieca autarchia o un codardo protezionismo, ma una fiera affermazione del nostro Paese, dei suoi uomini e delle sue cose più belle.