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![]() Chicco Giay Arcota, relatore in questa sessione sui Materiali, è presidente della torinese Ilcea, una delle concerie che forniscono pellami per calzature della qualità più elevata al mondo. Su di lui e sul lavoro dell'azienda scrissi nel 2004 un articolo per la rivista SUTOR, che qui riporto. Il testo anticipa qualche terminologia ed alcuni problemi della concia, un mondo poco conosciuto fuori dall'ambiente degli addetti ai lavori e che invece durante i lavori della Prima Sessione di Shoes Academy verrà messo sotto i riflettori. Le foto non potranno di certo rendere giustizia al gusto eccezionale di quest'uomo, tra i pochi Eleganti che abbia avuto il privilegio di conoscere.
![]() Il Signore delle Pelli Conobbi Enrico Giay Arcota a Parigi, nel corso dell’ultima riunione dello Swann Club. Nella sala che il Plaza Atenée aveva destinato alla cerimonia del cirage, restammo tra gli ultimi, incrollabili chiacchieroni. Queste
occasioni di autocoscienza maschile sono così rare e preziose che amo approfittarne sino in fondo. Gli incontri tra uomini tendono ad avere una loro cronologia, un ritmo cosmico che lega i tempi agli argomenti. All’aperitivo ci si avvicina con domande di poco impegno, quasi rituali, del tipo “dove sei andato in vacanza?”. Seduti a cena ci si prende le misure, un po’ come i cervi, solo che invece di prendersi a testate si parla a lungo di lavoro. Con il primo drink si passa alla triade sport, politica e signore e, dal secondo in poi, i superstiti si addentrano finalmente nei massimi sistemi. Ben prima che giungessimo a questa fase e in effetti prima ancora che ci presentassimo, non avevo potuto evitare di notare la cura, l’armonia e l’originalità del personaggio. I capelli un po’ lunghi e le folte basette, reagendo con un volto aristocratico, finivano per mescolare in un accordo impossibile richiami iconografici agli esteti di fine ottocento con quelli al pop anni settanta. Si muoveva con scioltezza, ma con quel tocco di consapevolezza che rallenta alcuni movimenti e valorizza un abito da cerimonia più di qualsiasi accessorio. Lo smoking era al minimo dell’appariscenza possibile, senza dettagli fuori dalla più rigorosa tradizione, ma con un’attillatura brillantemente sostenuta che ne addensava all’estremo l’espressività. A distanza di tempo faccio un triste paragone con la mia giacca di quella stessa sera, che temo fosse soltanto un po’ stretta. Poiché avevamo saltato quella fase in cui si parla di lavoro, non avevo idea alcuna dell’attività del mio interlocutore e non era più ora di parlarne. Se ne esistessero ancora, lo avrei definito un giovanotto di grande famiglia con una buona rendita. Parlammo a lungo dei mocassini che Olga Berluti gli aveva donato per quella serata. Leggeri, scollati e con un paio di lunghe nappine, il gusto inarrivabile ed impertinente di Olga aveva voluto che evocassero un’idea di pantofola che in qualche modo restituisse allo smoking le sue origini di tenuta da casa. Constatai come nemmeno lui si rendesse conto di quanto gli stessero bene. Ora che l’ho messo per iscritto, non dubiterà più che lo sostenni con convinzione sincera. Li lodai giorni dopo con la stessa Olga, che mi disse che Chicco – questo il suo nome per chi non ne controlli il passaporto – era il presidente dell’Ilcea, la grande conceria torinese. Conoscevo di fama questa casa, da cui si forniscono praticamente tutti gli artigiani e molti dei calzaturifici che ho visitato. Avevamo compiuto un tentativo di scambiarci i biglietti da visita, ma dovevamo averli esauriti o forse nemmeno portati e finimmo ad appuntare i recapiti con mezzi di fortuna. Poiché niente vola tanto bene e puntualmente quanto i bigliettini volanti, quando mi trovai di lì a qualche mese a Torino, non avevo più i suoi numeri e non ebbi modo di rintracciarlo. Avevo promesso che alla prima occasione sarei andato a fargli visita e mi dispiacque venir meno a questo piacevole impegno. Tra impenitenti formalisti eravamo rimasti al Lei, ma la conversazione parigina mi aveva lasciato uno di quei ricordi piacevoli che possono essere tali solo se condivisi. Se ad alcune persone riusciamo a presentare di noi la parte migliore, ciò avviene in genere in modo equivalente e reciproco. Da quel momento incontriamo con particolare piacere quella persona, anche se in questo gioca il suo ruolo la vanità di tornare a guardarsi in uno specchio che restituisce un’immagine che ci piace. Il mondo è piccolo ed il destino, inguaribile ottimista, lavorava perché ci si incontrasse di nuovo.Di lì a poco mi chiama Botré: “Maresca, vorrei un tuo servizio sulla conceria Ilcea e Chicco Giay. Quando vai a Torino?” “Al più presto”. Come appassionato avevo molto interesse a visitare la conceria ed accettai con entusiasmo, non senza trattenere Franz al telefono per quei dieci minuti di chiacchiere che fanno la differenza di fuso orario tra milanesi e napoletani. Rientrato in possesso dei recapiti, concordo con Chicco una data in cui vedersi tutta la mattina in azienda, per poi pranzare insieme. Mi viene a prendere in albergo indossando un gagliardo completo in pesante donegal tweed nocciola, quali ce ne saranno dieci in Italia. Un tessuto per palati finissimi, che non si muove dall’Irlanda per caso e si dirige solo agli indirizzi giusti. In azienda incontro Andrea Brunero, socio ed eminenza grigia della parte tecnica. Per tutte le mie domande ha risposte chiare, che mi permettono di ricostruire fasi, caratteristiche, metodi e scopi della misteriosa attività conciaria. Dopo aver alzato tutti i pagliuoli e visionato tante pelli da poterci rivestire il Colosseo, si riparte per una colazione al Cambio, dove comincio a capire chi abbia a fianco. Si muove come in casa sua, tutti lo conoscono, ordina ed è trattato come un rajah. In questi tempi di creatività spesso fine a se stessa, il Cambio è un tempio di tradizione nella gastronomia, nel servizio e ovviamente nella clientela. Tanto per esser chiari, non si vedeva in giro nemmeno uno di quei completini neri in stile frequentatore-di-Nobu. Nell’ampio foyer dell’ingresso fumiamo un meritato avana nella silenziosa, complice approvazione degli antichi arredi, già avvezzi a quelli di Cavour. Tutti in libertà e appuntamento per la cena. Sono il primo ad arrivare, come si compete ad un allegro parvenu senza sensi di colpa. Un domestico in livrea mi accompagna nell’home-teatre, dove il Nostro mi attendeva in dinner-jacket di velluto, t-shirt e pumps. Perfetto. Sfilando tra piccoli, preziosi mobili, si arriva in salotto: pavimenti in palissandro e librerie laccate in bianco, traboccanti di libri antichi. L’ambiente è dominato da un solo grande quadro di scuola fiamminga del XVII secolo. Piucheperfetto. Divani neri, un impianto stereo terrificante. Appare Ludovica, la splendida creatura che sta per sposare: ventiquattro anni di grazia che segnano altrettanti punti sul mio personalissimo cartellino. Arrivano gli altri ospiti, otto in tutto, con i cognomi più prestigiosi che potessi immaginare. Champagne e poi in tavola. Siedo di fronte ad un Rubens da togliere il fiato, ma fortunatamente non l’appetito. Non so se Chicco non abbia voluto prepararmi a tanto per non vantarsi o perché potessi meglio apprezzare lo spettacolo. Tutto scorre con tempi e modi quali solo un ospite di estrema raffinatezza può preordinare. Numero e qualità dei convitati equilibrato, donne molto belle. Si discute brevemente del centrotavola, una ceramica del cinquecento. Un’amica lo boccia, peraltro motivando bene gli appunti. Non credo che una casa dal gusto così preciso sia stata messa insieme ascoltando consigli e critiche altrui, ma Chicco le da ragione. L’oggetto sarà ancora lì tra cento anni, ma il padrone di casa non ne ha voluto guastare la sua storia e l’atmosfera della tavola nemmeno per cinque minuti, tanto più che la discussione con una signora così graziosa ed eloquente non avrebbe potuto portare che ad una sconfitta sanguinosa. Una lezione di savoir-vivre. Luci basse, nessun sottofondo musicale, cena di poche portate con vini semplici e mai commentati, conversazione divertente, distillati impeccabili. Memorabili i bicchieri. Hanno la mano calda, la pesantezza e la consistenza quasi gelatinosa dei grandi cristalli francesi, che sembra possano incidersi con un’unghia. Quando gli altri hanno lasciato il campo, un breve pellegrinaggio al piano superiore, dove custodisce il suo quadro preferito, un’altra tela fiamminga che ritrae una dama. In via eccezionale mi invita a sfiorarne la collana per sentire come il rilievo delle perle sia reale prima che virtuale. Conoscendo il mio tocco di Attila, evito. Come avete capito dal ritmo della punteggiatura, ricalcato su quello eventi, sono un po’ in affanno. Chi è costui? Un dandy, un principe, un collezionista d’arte e di personaggi? Tutte le quattro cose e una quinta. Da quella sera, un amico.L’Ilcea La famiglia Giay Arcota lavora nel settore del pellame dal 1796, anche se la fondazione dell’Ilcea risale “solo” a settantacinque anni fa. Il possesso di tecniche esclusive, la predisposizione alla ricerca e un taglio industriale che sa mantenere su cospicue dimensioni la
maggior parte delle lavorazioni di livello artigianale, la rendono unica. Come sempre, le cose eccezionali nascono da uomini fuori del comune. La grande affermazione della casa fu opera di Luigi, scomparso nel 1998 e padre di Chicco. Ebbe in massimo grado pragmatismo ed intuizione, visione imprenditoriale ed organizzativa, oltre ad un furor artistico che gli permise nel privato di diventare un importante collezionista e nell’azienda di trovare non solo tutte le strade giuste, ma di aprirne di nuove. Oggi l’Ilcea fornisce le grandi case di tradizione e gli stilisti più esigenti ed avanzati, grazie alla capacità di materializzare ogni desiderio del cliente. Molte manifatture fanno infatti realizzare qui prodotti esclusivi per assicurare alle loro linee uno stile inconfondibile. Molte volte il rapporto con il cliente non si limita alla vendita, ma permette l’individuazione di nuovi percorsi. Una svolta epocale fu impressa intorno al 1985 dall’incontro con John Hlustick, allora patron della Edward Green. Per il suo calzaturificio egli desiderava un pellame che presentasse sin dall’inizio i segni della maturità e della buona educazione, insomma quella lucentezza particolare, non affettata, che solo il tempo e la cura potevano dare. Si cominciò così a pensare e cercare in nuove direzioni, finché nacque il Natural, un pellame che viene lucidato direttamente sulle aniline della tintura, senza altre fasi di rifinizione e che pertanto richiede un materiale perfetto ed una precisione estrema. Un’altra accelerazione, per non dire una rivoluzione, ebbe inizio il giorno in cui Olga Berluti mise piede nell’azienda. Olga ha idee chiare che sa esporre con chiarezza, ma poiché non ama ripetersi e nei fatti stilistici è un paio di passi avanti agli altri, resta spesso incompresa. All’inizio accadde così anche qui, ma in breve si passò dallo scetticismo all’attenzione e poi alla venerazione. I risultati su cui Olga insisteva, i sistemi che proponeva, si rivelarono la risposta all’esigenza che il mercato avrebbe sviluppato di lì a qualche anno: un prodotto molto “sensibile” alle cere, che a scarpa chiusa permettesse interventi anche sul colore all’interno del calzaturificio. Berluti ebbe una linea ed una “ricetta” che resta riservata, ma la ricerca necessaria a svilupparla restò un patrimonio che distaccò definitivamente l’Ilcea da ogni possibile concorrenza. Che si parli di scarpe, di vini o di nazioni, sono sempre i pochi, grandi personaggi, quelli che fanno la storia.La Concia Immaginiamo di avvicinare lo sguardo ad una scarpa tanto da non vederne più il modello, le cuciture e le rifiniture. Portiamone in primo piano solo la materia prima: la pelle. Di essa si è detto sempre poco, sebbene abbia molto da raccontare ancor prima di
cominciare il suo lungo viaggio ai nostri piedi.Dietro le grandi manifatture calzaturiere, artigiane o industriali,c’è nei pellami un lavoroed una tradizione di immenso valore. Una lana di qualità, tinta, tessuta e finissata a dovere, restituisce il colore con toni inconfondibili. Allo stesso modo, un pellame importante avrà sfumature più profonde, si presterà alle personalizzazioni e possiederà la salute ed il talento per affrontare una lunga vita di lavoro e cerature. Una gioventù, una maturità ed una senescenza alle quali possono corrispondere nello stesso ordine, se le cure si mantengono pari al lignaggio, alcune condizioni che sembrerebbero riservate alla natura umana: il vigore, la bellezza, il fascino. Per capire da quali scarpe possiamo aspettarci un’evoluzione e da quali no, proporrei uno schema un po’ grossolano, ma utile per orientare le proprie scelte in mancanza di altri dati. Distinguerei i pellami in due categorie: quelli le cui lavorazioni hanno lasciato accesso ai pori e quelli in cui esse hanno invece ricoperto il fiore, bloccando la possibilità di interagire con i tessuti profondi. Nel primo caso ogni pelle ed ogni scarpa sarà diversa dall’altra. Appaiono nella pelle delle venature o delle sfumature nelle parti dove il colore ha preso in maniera leggermente diversa, ma l’aspetto generale è vivo, naturale. Anche ad occhio nudo, è visibile sulla superficie la sottile grana dei pori. La Ilcea lavora soprattutto questo tipo di pellami. Mettendone a punto alcuni particolarmente reattivi, ha permesso ai calzaturifici di personalizzare anche il singolo paio, secondo il proprio bagaglio stilistico e tecnico. All’opposto di questo concetto di pelle evolutiva, ma che ovviamente necessita di cure, abbiamo i pellami abrasivati. In questo caso il fiore, la superficie porosa, è asportata e sostituita con un film di resine. E’ il caso di alcuni prodotti della tradizione inglese come i tipici mocassini da college o penny-loafer. La differenza tra i due tipi di pellame è quella tra un mobile lucidato a gommalacca ed uno al poliestere. Nel primo caso il legno ha bisogno di cure e nutrimento, ma rivela col tempo impercettibili differenze nella superficie tra parti dure e molli, assume sfumature e arricchisce le vene di nuovi e più cariche tonalità. Ricoperto dal poliestere, basta un semplice panno per spolverarlo. Non teme più le macchie, ma resta uguale a se stesso, riducendosi la sua evoluzione ad un lieve viraggio nel colore. Anche questo tipo di pellame è resistente e si pulisce con facilità, ma poiché non è accessibile il supporto su cui far lavorare le lustrature, il suo aspetto non cambia e non assume sfumature. E’ comunque insostituibile nel cattivo tempo e rappresenta una soluzione ottimale per le scarpe da pioggia. Non a caso viene storicamente abbinato a suole importanti o a fondi in gomma. La lavorazione consta di tre fasi principali: la concia vera e propria, la tintura e la rifinizione. Nella concia si cerca di ottenere la mano galeotta, ferma, scorrevole e lussuriosa di un puro cromo su una grande materia prima. In tintura si cerca il colore caldo, squillante ed uniforme delle aniline ben distribuite. Nella rifinizione, infine, si mira a liberare riflessi profondi da una superficie sana e brillante. Scopo della concia è quello di creare il miglior supporto per le fasi successive e conferire al materiale le caratteristiche adeguate agli scopi cui è destinata. La scarpa è uno strumento che deve essere preciso per non risultare scomodo, ma anche abbastanza solido da poter trasportare per molti anni un carico imprevedibile e pesante, distribuito su una superficie molto limitata, lavorando duramente anche in condizioni atmosferiche avverse. Progettisti di pneumatici e conciatori di pellami si preoccupano molto della pioggia, cercando di giungere ad un prodotto che funzioni allo stesso modo sia sull’asciutto che sul bagnato. Qui non ci sono dubbi e va sgombrato il campo da ogni leggenda. La concia che offre le migliori garanzie è quella al puro cromo. Un’istintiva inclinazione a privilegiare rimedi e processi naturali farebbe suonare meglio al nostro orecchio la concia al vegetale, ma per i pellami destinati al calzaturiero il cromo resta lo strumento principe. Questo tipo di concia stabilizza la pelle e le lascia plasmabilità perché possa essere messa in forma, nerbo perché possa conservarla e una memoria elastica perché la riprenda in seguito a sforzi, gonfiore da assorbimento d’acqua e temporanee deformazioni. La concia al vegetale viene da cortecce, galle e radici ricche in tannini. Agisce un po’ come un filler, dando volume alla pelle che ne manca. E’ quello fa che un chirurgo con le labbra di una signora ed i risultati sono altrettanto labili. I pellami così conciati tendono ad invecchiare presto e male, mancando in genere di quella che si dice la memoria, cioè la tendenza a rientrare in forma. Quanto all’impatto immediato, la tintura è forse la parte più importante della lavorazione. Deve dare toni caldi, ricchi, squillanti, ma allo stesso tempo essere profonda. La permanenza nei bottali di legno permette alle tinture di penetrare nel pellame e rappresenta una fase dove l’esperienza e la conoscenza della materia sono insostituibili. La pelle deve girare nella botte a temperatura costante e per un tempo preciso, secondo la sua natura ed i risultati che si vogliono ottenere. Per pensare come un tintore bisogna guardare al pellame non come ad una superficie perfettamente piana, ma come ad una realtà tridimensionale. Non è importante solo il colore in se, ma anche la sua distribuzione nelle minuscole rughe e nei pori, nelle profondità in cui la luce andrà a cercarlo ed esaltarlo a lavoro finito. La rifinizione comprende interventi come la tamponatura, la palmellatura e la lucidatura. Condotte in modo tradizionale, esse conferiscono un pregio che è purtroppo anche venale, limitandone il mercato. Come il finissaggio per i tessuti, queste fasi esaltano le materie nobili, le lavorazioni corrette e donano al prodotto un’espressione definitiva che può renderlo inconfondibile. All’Ilcea la tamponatura si esegue ancora interamente a mano. Una miscela di caseina, oli, cere e tinture impregna i tamponi di velluto. Il difficile non è nella formula, ma nel trovare e formare chi sappia applicarla a mano, un lavoro di grande tradizione per una clientela d’eccellenza. Spettacolare nel processo e nei risultati la palmellatura manuale. Si chiama così perché viene effettuata con le palmelle, sorta di grandi vassoi di legno con la parte inferiore in sughero. Lo specialista ripiega la pelle su un tavolo in modo che presenti all’esterno la superficie opposta al fiore e premendo con l’attrezzo fa scorrere la piega da un capo all’altro. Si dice palmellatura in quattro quando avviene lungo i due assi principali o in otto se si lavora anche lungo le due diagonali. Lo scopo è quello di snervare al punto giusto il pellame, romperne il fiore per renderla più docile ed imporle un comportamento uniforme anche su spessori rilevanti. E’ una lavorazione indicata per pellami destinati a modelli sportivi. Effettuata manualmente, permette all’operaio di esercitare una pressione adeguata al singolo pellame, mentre una regolazione meccanica deve considerare una media ipotetica.La lucidatura o lissatura completa tutto il lavoro precedente e lo giustifica. Effettuata con piccoli rulli di vetro, fa affiorare i pregi della materia e dei processi, come lo sviluppo di una pellicola rivela all’ultimo momento ed in un sol colpo il lavoro del fotografo e le qualità dell’ottica. Le concerie che temono di non far affiorare tesori, ma scheletri, utilizzano la cosiddetta placcatura, cioè una lucidatura a caldo con grandi rulli d’acciaio. La differenza è quella tra la trasparenza di una luce riflessa dal profondo e la semplice lucentezza, insomma quella tra una perla ed una pentola. Maggio 2004 - Giancarlo Maresca
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