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Winston Spencer Churchill era un predestinato. Sagittario con ascendente Bilancia e Luna in Leone, era nato il 30 novembre 1874 con due mesi anticipo in seguito ad una caduta da cavallo della madre durante una battuta di caccia nel loro parco di Blenheim Palace a Woodstock. Il castello, che contava 320 stanze, portava questo nome perché a Blenheim in Baviera, agli albori del Settecento, John, il capostipite dei Churchill, aveva riportato la sua più splendida vittoria al fianco di Eugenio di Savoia. In seguito ad una vittoriosa battaglia contro Luigi XIV era stato poi incoronato primo duca di Malborough dalla regina Anna Stuart, della cui sorella Arabella era l’amante.
Anche il nonno materno, Leonard Jerome, era un personaggio favoloso: lontano discendente da una tribù irochese dell’Ontario, aveva attraversato l’Atlantico al timone di uno yacht a vela e nel 1864 aveva prestato un suo panfilo, l’Undine, a Garibaldi per uno dei suoi viaggi d’avventura. I Jerome erano ricchi e potenti: il New York Times era di loro proprietà e Leonard era stato console repubblicano degli Stati Uniti nella Trieste austriaca.
Con i figli i coniugi Churchill avevano poca dimestichezza: impegnato il padre Randolph, terzogenito del duca di Malborough, nell’attività politica e nelle corse dei cavalli di Sandown, impegnata la madre in balli, ricevimenti e numerosi amanti tra i quali il futuro Edoardo VII, che la invitava a cena nella sala privata di un grande ristorante. Alla frutta si apriva una parete ed appariva una sontuosa camera da letto. Winston aveva cominciato a capire qualcosa degli amori della madre quando l’aveva vista uscire con una smagliatura nella calza della gamba sinistra e rientrare con lo strappo in quella di destra.
Tutto questo era normale nell’aristocrazia dell’epoca; imperdonabile invece erano ritenuti l’irrequietezza e lo scarso senso della disciplina che caratterizzavano il giovane Churchill. Insolente e arrogante con compagni e professori, desideroso di  essere sempre al centro dell’attenzione (Luna in Leone), era però dotato di una memoria formidabile e di una ferrea volontà (Saturno forte). Infatti, pur essendo impacciato e balbuziente, decise di imporsi un duro tirocinio per raggiungere, la “maestria della parola”. Voleva distinguersi, e, quasi per sfida, scelse il campo apparentemente meno indicato: decise di diventare un buon oratore. Lesse tutto quello che riusciva trovare su Lord Chatham, un famoso oratore inglese del Settecento; studiò i discorsi di suo padre, e si esercitò a pronunciare i suoi discorsi davanti allo specchio. Sapeva arrivare al cuore della gente, parlava sempre come il capo eletto e da grande stilista si affaticava su ogni frase. Consapevole che in Inghilterra bisogna sempre darsi l’aria di improvvisare le cose migliori, una volta dal Canada fece diffondere la voce che aveva pescato tutto il giorno, mentre in realtà aveva preparato per tutto il giorno un discorso. Tenne così in piedi per due anni la nazione che da lui si aspettava incoraggiamento e speranza. «non sono un oratore: un oratore è spontaneo - soleva dire - i miei discorsi richiedono tutti da due a sei settimane di accurata preparazione, poi me li imparo interamente a memoria...».
Terminati i classici studi della nobiltà, a 22 anni si recò in India con il IV Ussari, uno dei più prestigiosi reggimenti dell’epoca dove – come lui stesso racconta - ebbe due tipi di opportunità di morire al galoppo: negli scontri feroci con afghani e pathan o giocando a polo. Questo  sport  era praticato dagli ufficiali inglesi sia come gioco sia come addestramento al combattimento, e non c’erano le regole di sicurezza che lo hanno imborghesito ai nostri giorni. Si verificavano, pertanto, sia scontri frontali con morte del cavallo e/o del cavaliere sia cadute nelle quali il cavaliere finiva calpestato nelle mischie di cavalli. In una chiesa, a Sialkot, ci sono tante lapidi con elenchi di caduti, che oltreché “morto in una carica a…” in molte riportavano “morto cadendo da cavallo” o “morto giocando a polo”.
Ma per Churchill - come scrive ne “Gli anni della mia giovinezza” – “Tutt’al più qualcuno ci si è rotto il collo stando in sella; ma morire al galoppo non è una brutta morte”. Oggi si penserebbe al rischio, rompendosi l’osso del collo, non di morire, ma di restare vivi paralizzati su una sedia a rotelle.
Anche nel 1898 durante la carica di Omdurman, in Sudan, Churchill rischiò la vita.
Per una strana disposizione tipicamente inglese del ministero della Guerra, partecipava al conflitto a proprie spese nel 21° Lancieri e nel contempo inviava corrispondenze al “Morning Post”. Colleghi e superiori lo invidiavano perché non riuscivano a capire come potesse a proprio piacimento guerreggiare, andare in licenza, scrivere sui giornali e pubblicare libri: insomma fare tutto ciò che gli passava per la testa. La battaglia venne preceduta da un pranzo in un perfetto Circolo Ufficiali improvvisato sotto la tenda con argenterie, porcellane e champagne fresco fatti arrivare dalle cannoniere che seguivano sul Nilo; poi i 20.000 uomini di Lord Kitchner attaccarono 60.000 dervisci. Churchill, a causa di una spalla slogata, invece della sciabola usava una Mauser a 10 colpi con la quale uccise sette dervisci: l’ultimo prima di cadere ne incassò tre. La rivoltella Webley di ordinanza teneva solo sei colpi...
Molti si era accorti del suo talento e a scrivere queste corrispondenze si divertiva come un matto, così lasciò l’esercito e, nell’ottobre del 1899, accettò l’offerta del “Morning Post” per seguire la guerra anglo-boera. Svolgeva con tanta serietà il suo lavoro che un giorno, pur di riuscire a inviare i suoi articoli, prese in affitto un treno tutto per sè.
Tutto ciò non deve però meravigliare troppo: sua madre, che due anni prima aveva dovuto vendere qualche gioiello per mantenere il suo dispendioso tenore di vita, aveva noleggiato una nave ospedale per stare vicino al figlio e curare come crocerossina i feriti inglesi. Questo era all’epoca lo stile di vita dell’aristocrazia inglese.
Con Giove congiunto a Marte, sestile a Venere e trigono alla Luna, era decisamente fortunato. Catturato dai Boeri, e scampato miracolosamente alla fucilazione, dichiarò: “Non vi riconosco il diritto di tenermi prigioniero. Pertanto ho deciso di fuggire” e mantenne la parola. Riprese poi servizio, sempre in Sud Africa, a capo di un reparto di volontari e come corrispondente di guerra. E come sempre non indossava che camicie di seta.
Amante del palcoscenico e desideroso di essere sempre al centro dell’attenzione (forte Luna in Leone),  Churchill capitalizzò il frutto di tante avventure frenetiche non solo nel libro “Come sono sfuggito ai Boeri”, ma nell’elezione alla Camera dei Comuni tra le fila Tory nell'autunno del 1900.
Alla sua affermazione aveva anche contribuito la complessa immagine che egli dava di sè, fatta di un misto di coraggio, di incoscienza puerile, di estrema autoconsiderazione, d’istintivo cinismo e di una buona dose di fiuto nel cogliere i sentimenti dell'opinione pubblica, stanca dell'intervento militare.
Dotato di grande energia e curiosità e per arginare le crisi depressive  – il mio black dog le chiamava - che lo prendevano quando non era occupato, Churchill viaggiava continuamente, dipingeva e scriveva. Accanto a Trotskij, è rimasto l’unico grande scrittore fra gli uomini d’azione della nostra epoca. Fu appunto l’artista in lui che lo sollevò sopra gli altri protagonisti della Seconda Guerra mondiale, che non erano mai usciti dal loro paese e avevano scritto solo cose noiosissime.
Winston Churchill era in realtà un gentiluomo dell’Ottocento, ligio al suo ruolo, che viveva in un secolo non suo, alle cui ideologie si sentiva estraneo. Il motivo che guidava la sua vita era uno solo: la difesa dell’Impero britannico.
E’ per questo che cercò di impedire la conquista del potere da parte dei Soviet nel 1918. E’ per questo che avvertì fra i primi il pericolo rappresentato dalla Germania di Hitler. E’ per questo che sollecitò l’entrata in guerra degli Stati Uniti e firmò con Roosevelt nell’agosto del 1941 quella Carta Atlantica i cui princìpi di democrazia non capiva e non approvava.
La grandezza di Churchill non è minacciata o incrinata dalla sua incapacità di capire che il mondo stava cambiando, che l’Impero britannico era destinato a scomparire o che i popoli, anche dell’Africa anche dell’Asia, aspiravano a governarsi da sé. La grandezza di Churchill è nelle sue eccezionali capacità di statista, è nella sua sicurezza di comando e di guida, è nella genialità delle sue soluzioni a complessi problemi di governo e di condotta militare.
E lui che compatta l’Inghilterra e fa di milioni di civili un esercito di soldati devoti alla patria; è lui che impedisce che la rotta di Dunkerque diventi una catastrofe; è lui che vince la "battaglia d’Inghilterra" contro i bombardamenti aerei tedeschi. Grande anche nelle proposte che non hanno successo e non trovano d’accordo un Roosevelt ingenuamente convinto della buona fede di Stalin: lo sbarco non in Sicilia ma nei Balcani per impedire a Stalin  di occupare l’Europa centrale; arrivare a Berlino prima dei russi. E’ Churchill il primo a togliere le illusioni di tanti, il primo a dire, nel 1946, che "una cortina di ferro è stata calata da Stettino a Trieste". Aveva capito tutto dieci anni prima.
Perseverante e deciso, piuttosto rigido (sempre il forte Saturno), anche un po’ calcolatore (Mercurio in Scorpione), era però dotato di equilibrio e cercava sempre un punto d’incontro (Marte in Bilancia) per arrivare a un risultato utile e duraturo.
Molto inglese, molto cordiale e molto scostante è stato tanto stimato da tanti nel suo tempo, e tanto biasimato da tanti, dopo. Detestato per le sconfitte che aveva subito e apprezzato perché, è stato sì uno statista, anche uno storico, ma soprattutto un autentico «visionario». Vale a dire un uomo che ha le sue idee in testa, ed a queste idee rimane tenacemente fedele, finché la dura realtà non si rassegna a dargli ragione.
Questa retorica, ingenua insieme e geniale, che Churchill praticava gli guadagnò le simpatie di molti cittadini londinesi normali e un premio Nobel, e scontentò gli storici “scientifici”; ma la guerra, tanto più una guerra mondiale, è cosa così complicata che non bastano le doti «scientificamente» provate di molti generali per vincerla.
Servono anche le invisibili doti di uno statista «visionario» che l’ha vissuta.

Franco Forni
Sir  Winston Leonard Spencer Churchill
Cigar’s  Smokers Tribute
Montecosaro, 16 aprile 2010


Cenni bibliografici:
  • Emil Ludwig, 50 ritratti - Sperling & Kupfer.
  • Lord Moran, Churchill: un duro a morire - Mondadori.
  • William Manchester, Churchill l'ultimo leone - Frassinelli.
  • Guido Gerosa, Pro e contro Churchill - Mondadori 1972;
  • Alan Moorehead, Churchill e il suo mondo -  Peruzzo 1965;
  • Antonio Spinosa, Churchill, il nemico degli italiani - Le Scie Mondadori 2001.
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