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L’opera
di Berdusco ha note che definirei internazionali, con
un fondo di understatment inglese. Il maestro è’
membro della selettiva Camera Europea dell’Alta
Sartoria e fa parte del Consiglio d’Amministrazione
dell’americana Taylors & Designers Association.
Conoscendo la sua storia e la sua clientela cosmopolita,
la seconda domanda che gli rivolgo riguarda proprio lo
stile in cui si riconosce e il tipo di lavoro che ama
svolgere.
“Credo che la sartoria debba mantenersi distante
dai fossi scavati dalla moda, dagli eccessi e dalle esibizioni.
Io mi sono formato in un modo che oserei dire poliedrico,
sotto maestri di varie scuole. Cerco di infondere nei
capi un tocco riconoscibile, che però deve avere
lo spazio di una firma e non occupare l’intero quadro.
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vedrebbero
le code agitarsi come le pale di un frullatore. Alcuni
clienti mi hanno autorizzato a fare i loro nomi e così
posso dirLe che sto lavorando ad un frac per il celebre
pianista napoletano Michele Campanella e tra i miei clienti
ho anche il violinista romano Bruno Giurana. Non sono
i soli musicisti a chiedermi cose particolari. Cucio anche
per il grande pittore austriaco Hermann Nitsch, che come
tutti i veri artisti è un personaggio speciale.
Famoso per un suo colore rosso, che produce in proprio,
veste solo in nero ed è nero anche il suo cane”.
Chiedo infine cosa ritenga ci sia di particolare negli
abiti da cerimonia quanto all’impostazione ed ai
materiali. “Noi sarti chiamiamo “abiti a vita”
i frac, gli smoking ed i tight. Il termine vuol dire che
questi capi |
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Lo
stile di riferimento è quello inglese ed ho sempre presenti
i capolavori degli anni trenta, anche americani. Molti dei capi
prodotti in quegli anni sono oggi e forse resteranno sempre
di stupefacente attualità, ma sbaglierebbe chi creda
di poterli semplicemente replicare, perché un disegno
ricalcato appare una copia incerta e infantile. Quello che un
sarto deve cercare ispirandosi al passato è il senso
delle proporzioni, la linea, per poi riproporla tenendo presenti
il gusto, i materiali e le esigenze dell’attualità.
Deve insomma creare ogni volta un originale, pur nel rispetto
della tradizione. I tessuti, ad esempio, sono molto cambiati.
Le giacche sono più lunghe e così anche le giornate
di chi le indossa”.
Come ho già detto, il laboratorio del maestro di Asolo
è piuttosto rinomato tra i musicisti. Gli chiedo quindi
degli abiti a code e da cerimonia.
“Comincerei dicendo che la cerimonia in morning-coat sembra
ritornata prepotentemente in auge. Recentemente abbiamo avuto
molto lavoro per il matrimonio di Cristina Benetton, ma non
sono poche le famiglie locali di storia secolare che non hanno
mai abbandonato la tradizione. Quello che a certe dinastie è
sempre apparso naturale, appare ora desiderabile anche all’esterno
della cerchia aristocratica. Molti hanno ritrovato il piacere
del formalismo, non necessariamente quello più impegnativo
del tight, scoprendo che esso non soffoca affatto ed anzi amplifica
la soddisfazione individuale. Naturalmente, chi non ha molta
esperienza cerca nel sarto il consiglio giusto. Quanto ai musicisti,
hanno particolari esigenze di mobilità e si rivolgono
a specialisti. Da me si serve ad esempio Claudio Scimone, direttore
dei Solisti Veneti.
Se un direttore d’orchestra salisse sul palco con un frac
sbagliato, nei passaggi più complessi gli spettatori |
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devono restare molto accostati al corpo, disegnarlo o ridisegnarlo.
Un abito è una seconda pelle, ma quella degli abiti da
cerimonia non deve avere rughe. Le occasioni particolari cui
sono destinate fanno scattare un meccanismo, non sempre cosciente,
per cui il cliente si aspetta di apparire più bello.
Quando si tratta di un abito da lavoro o da viaggio, la bellezza
è subordinata ad altri effetti, ma quando si va a ballare
o a farsi fotografare fa capolino una legittima vanità,
che va tenuta presente. Non è un pernicioso narcisismo,
ma un’aspirazione che giustifica e stimola il nostro lavoro.
Per il tight utilizzo materiali classici come la flanella, che
oggi viene prodotta in pesi molto leggeri ed evita sofferenze
da cilicio. I clienti inglesi chiedono gilet colorati, mentre
quelli italiani sono in genere per il sobrio grigio perla. Nei
mesi caldi continua la richiesta dello splendido lino color
corda. Per i pantaloni c’è poco da inventare: il
classico rigato che una volta era di cheviot è oggi di
morbide lane merinos, ma la tavolozza è la stessa: grigio
e nero. Dopo aver valutato e sperimentato molte possibilità,
ho trovato che per il frac i materiali migliori sono quelli
che nella composizione vedono entrare il mohair. Eccezionale
la barathea, che ha grande vestibilità, giusta lucentezza
ed è molto traspirante. Non è una stoffa comune,
ma proprio in Italia se ne produce oggi una delle migliori.
E’ eccezionale anche per lo smoking, dove le alternative
più confortevoli sono sempre nei mohair. Queste tenute
scure e drammatiche, evolutesi più lentamente di quelle
quotidiane, portano dentro l’eredità iconografica
di molte generazioni e sono per l’uomo un motivo di orgoglio.
Nella loro costruzione occorre rispettarne la solennità
e coniugare la parte fisica con quella morale.
Tutto deve apparire composto, ma non scontato. Silenzioso, ma
non muto”. |
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