Florilegio Stampa
   

Quando battere le mani

 
   

  A prezzo di infaticabili ricerche notturne, sveglia dei bambini, urla della moglie, ho riportato alla luce il brano di Stefano Lorenzetto che ricordavo di aver letto e conservato qualche anno fa. E' tratto da "Il Giornale" del 18.11.9 e firmato da Stefano Lorenzetto. Lo ripropongo, trascrivendolo senza commenti, all'attenzione dei Soci:

  - Sfilano a Foggia 62 bare. La gente applaude. Perché mai una scena così tragica suscita questo scrosciante battimano? Di quale benemerenza saranno portatrici le incolpevoli vittime del palazzo crollato, tanto da meritare l’ovazione della folla? Davanti alla morte, solo il silenzio. Se la morte è "quiete solenne", come dice Manzoni, "morire per dormire, nient’altro", scrive Shakespeare nell’Amleto, è mai possibile che nessuno dei presenti si renda conto che un fragoroso applauso può soltanto disturbare il sonno? La moda cervellotica viene da lontano e merita un’investigazione. Il primo applauso ad un funerale dovrebbe risalire al 1973. Quel giorno si seppelliva Anna Magnani. Poteva sembrare l’ultimo, sincero omaggio dei romani ad una brava attrice che usciva per sempre di scena. Non era così. O, perlomeno, le successive esibizioni travalicarono la (tutto sommato buona) intenzione iniziale. Non trovando parole adeguate di fronte al lutto, qualcuno aveva pensato di riempirne con un gesto un vuoto opprimente. La folla subito lo imitò, poiché in essa, purtroppo, vi è una naturale inclinazione a trasformarsi in claque: basta che uno solo cominci a battere le mani e tutti gli altri si adeguano. Invece ciò che l’anima e la lingua non riescono ad esprimere, converrebbe tacerlo. Che quell’estemporanea manifestazione d’affetto alla Magnani non abbia precedenti, lo si arguisce da un documentato articolo del grande Vittorio G. Rossi, pubblicato lo stesso anno nel primo numero di aprile di Epoca. Lo scrittore lamenta l’irreparabile perdita del senso di sacro della nuova messa funebre, critica l’abolizione del latino, se la prende con la stretta di mano in segno di pace ("il teatro in chiesa non mi è mai piaciuto"). Nessun cenno all’applauso. Se fosse stato un gesto già entrato nella routine, di sicuro Vittorio G. Rossi non avrebbe mancato di censurarlo da par suo. Il malvezzo cominciò a dilagare. Si levarono battimani, cinque anni dopo, ai funerali di Aldo Moro, ma lì si poteva pensare che la folla andasse in cerca del modo più energico per rappresentare ai brigatisti rossi il suo corale disgusto, il suo compatto rifiuto del terrorismo. Senonchè, sempre in quel 1978, arrivarono gli sconcertanti applausi durante i funerali di Paolo VI e di Giovanni Paolo I. Una nemesi liturgica, evidentemente: era stata la Chiesa a spogliare il rito delle esequie della sua antica drammaticità. Lo fece con due riforme che rinunciarono ai grandiosi canti di terrore ma anche di fiduciosa speranza, il Dies irae ed il Libera me domine, che per secoli avevano accompagnato gli uomini al supremo appuntamento. Un "harakiri della Chiesa d’Occidente", secondo il laicissimo Guido Ceronetti, reso più stridente dal confronto con l’intatta maestosità del rito ortodosso: "note d’organo per accompagnare parole il cui senso melenso può essere offerto in omaggio a Lucio Dalla", talchè "uscendo da questi luoghi profanati dall’insulsaggine, ripiglio fiato canticchiandomi un po’ di Dies irae, la più bella, la più attuale delle Internazionali". Le due riforme ecclesiali del 1965 e del 1969 non furono soltanto musicali, ma persino cromatiche, mediante la sostituzione dei paramenti neri con quelli viola. Ci volle la testimonianza di un altro tenace spirito laico, Luigi Firpo, sulla Stampa, per avere l’esatta misura del disorientamento indotto persino nei fedeli più tiepidi: "Assisto ad una messa a Roma, in San Lorenzo al Verano, entra l’officiante con i paramenti violacei del lutto, ma è un viola pallido da giardino dei lillà, preoccupato di non alludere al cordoglio, di dare alla morte i colori di una festa campestre". L’applauso durante il funerale si inscrive perfettamente in questa preoccupazione di non alludere mai al cordoglio. Infatti se scatta il battimano, significa che ci troviamo ancora nei paraggi del varietà. Carramba, che sorpresa! La vita continua. La morte è soltanto scenografia. Non a caso il Comune di Trieste, è notizia di ieri, ha promosso un corso per visagisti da obitorio. Tanatocosmesi, la chiamano: si incipria il defunto, lo si trucca. Si cerca di mascherare con cerone e rimmel l’ultimo tabù. Morte rimossa: guai a nominarla. Morte televisiva: l’eroe soccombe per risorgere nel serial della sera dopo. Purtroppo nella realtà non avviene così. Ma abbiamo paura di dirlo ai nostri figli. I surreali battimani uditi alle esequie di Foggia e quelli che oramai risuonano in qualsiasi luogo ove venga condotto a sepoltura chi sia stato sfiorato dalla celebrità, o più banalmente dalla cronaca, continueranno ad esprimere ancora a lungo questa emotività priva di attonito dolore, decolorata dal nero al lillà. Basterebbe ricordarsi che Bach, morendo, bisbigliò: "finalmente si va ad ascoltare la vera musica". Un applauso stona. - Stefano Lorenzetto -

Andrea Nesi

 
 

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