La barbierìa non è un semplice servizio.
E' un'istituzione: nel salone, tra lame e forbici, le differenze sociali e di età si annullano. E l'uomo tocca l'apice del relax
 

ARTIGIANI
SUL FILO DEL
RASOIO

[ DI GIANCARLO MARESCA - FOTO DI FREDI MARCARINI ]
Il nonno mi ricevette una sola volta alla settimana fino a quando non crebbi abbastanza da giocare a scacchi con lui:
"I vecchi non devono stare a lungo con i bambini, e viceversa", diceva. L'affetto che gli ho sempre portato mi impedisce ancor oggi di valutare serenamente questa sua opinione. Se non altro, è utile a farsi un'idea di una personalità quanto mai forte e intransigente. Poiché non frequentavo la scuola pubblica, ma un'istitutrice privata che rispettava il giovedì come giorno di festa, andavo a trovarlo ogni giovedì mattina. Nello stesso giorno, anche se non tutte le settimane, riceveva il barbiere. Pur conservandosi in perfetta forma, già dal 1960 aveva deciso di non uscire più di casa. Sentiva che, dopo due guerre in cui aveva creduto e combattuto, il boom economico e lui avevano poche cose da dirsi. Nonostante fumasse senza interruzione, raggiunse gli 82 anni in perfetta salute, e mantenne questa sua abitudine per gli ultimi 14 anni della vita. Arroccatosi in casa, vi ammetteva, a parte i parenti stretti, solo la giacca lisa del libraio ambulante Rampullo (fino a quando non gli chiese qualcosa di troppo), l'anacronistico tight del preside Ulisse (finché visse), la toga di don Alfredo Amendola (che amò i dolci della nonna e gli sopravvisse) e il camice bianco del barbiere.
Perdonate questi preamboli che partono da così lontano nel tempo e da un luogo, Piano di Sorrento, che allora era profonda provincia. La barbierìa è un piccolo mondo, che senza una storia da raccontare perde ogni fascino, ogni significato. Eravamo poco prima della metà degli anni 60, e i miei otto anni non interessavano ancora nessun grande stilista. Portavo i pantaloni corti usati da mio fratello. Entrando, trovavo mio nonno, il professor Nesi, assiso sulla poltroncina Thonet presa dal salotto e sistemata nel vasto, luminoso ingresso. Accanto alla sua mole massiccia, sormontata da un capo imponente che pareva scolpito nel bronzo, il piccolo Salvatore (mi sembra si chiamasse così) appariva come un uccello che becchettasse sotto una quercia. Il professore, che era persona estremamente riservata, in quelle occasioni si intratteneva in conversazione senza quasi interrompersi. Raccontava delle sue avventure, ed esprimeva le proprie extravaganti opinioni sulla società e sulla storia. Mai l'ho udito parlare, nemmeno con Salvatore, di altre persone. Io, così piccolo, ascoltavo in piedi senza interloquire. Fu probabilmente già allora che compresi quanto il rapporto tra il barbiere e il suo cliente fosse davvero fuori dall'ordinario. La barbierìa non è un servizio, è un'istituzione.
 
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