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| Risponde Stefano Bartezzaghi |
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Da IO DONNA n° 22/2004 allegato al Corriere della Sera del 29 Maggio
2004 Nelle ultime pagine dell’ultimo
numero di Io Donna notavo questa intervista. Il nome Bartezzaghi mi ha
attirato e non deluso. Ho trovato in molte delle risposte un acutezza
che non può essere solo una scintilla, ma il segno di un pensiero
organico e profondo. Ero un ammiratore del padre, ai cui cruciverba ero
così affezionato che avevo per loro una tecnica speciale di risoluzione,
basata su limitazioni che mi imponevo da solo per godermeli più
a lungo. Quando morì, la Settimana Enigmistica non gli dedicò
nemmeno una riga di cordoglio. Nonostante abbia sempre ritenuto questa
e Tex Willer il vanto dell’editoria periodica nazionale, in qualche
modo questo gelo gelò anche me. Non l’acquistai mai più,
ma posso ora leggere il figlio. Saggista ed enigmista, Stefano Bartezzaghi
è nato a Milano nel 1962. È figlio e fratello di cruciverbisti
famosi, Piero e Alessandro. Ha studiato a Bologna con Umberto Eco e si
è laureato in Semiotica dell'enigmistica. Dal 1987 ha tenuto rubriche
di giochi di parole per La Stampa e per la Repubblica. Insegna Semiologia
dei linguaggi creativi all'Università di Bergamo. Da poche settimane
è uscito il suo ultimo suo libro Incontri con la Sfinge (Einaudi). |
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| Risponde
STEFANO BARTEZZAGHI Il tratto principale del suo carattere? Una collezione di in sofferenze; brutto carattere tenuto a bada a stento. La qualità che preferisce in un uomo? Come in una donna, la capacità di lasciarsi andare almeno un po'. E in una donna? Come in un uomo, qualche riposante e magari volontaria imperfezione nella costruzione artificiosa del sé. Quel che apprezza negli amici? L'amicizia! Cioè esserci, esser conviviali, non porre condizioni. Ma una la pongo io: se sono astemi devono almeno guidare l'automobile. La sua occupazione preferita? Il sonno meritato. Il suo sogno di felicità? A parte armoniose utopie, comuni a quasi tutti, vivere di lavoro culturale: temo che stia diventando un sogno realizzabile da sempre meno aspiranti. Il suo rimpianto? Non aver fatto tutte le domande giuste alle persone cui ormai non si può più chiedere nulla. L'ultima volta che ha pianto? Dal gran ridere, mi capita quasi spesso. Per il resto posso riferire di momenti catartici, rari ma sentiti: l'ultima commozione estetica, applaudendo Ardls, uno spettacolo teatrale di Fanny & Alexander tratto da Nabokov. Il momento della sua vita in cui è stato più felice? Nella vita adulta, avendo due figlie, la risposta non è insolita ma non va neppure considerata rituale: non c'è banalmente nulla di paragonabile alle nascite. Da ragazzino, la prima volta che ho pubblicato un rebus. La sua paura maggiore? La morte altrui, il dolore mio e l'altrui, la miseria materiale o morale mia e altrui. Che cosa possiede di più caro? Sono cose che non si toccano, le relazioni con le persone, certi ricordi, certe abitudini. Cosa le è riuscito meglio nella vita? L'uscita, non traumatica ma tempestiva, dalla famiglia d'origine e l'ingresso nel mondo del lavoro. In entrambe le circostanze sono stato aiutato dai potenziali oppositori, e fortunato. Il paese in cui vorrebbe vivere? Casomai, la Francia. Non fosse una risposta troppo retorica, l'Europa. Vacanze preferite? Gironzolare per regioni collinari. Primo ricordo? Il volto di una zia, gemella indistinguibile da mia madre. L'oggetto che le è più caro? Ho un tasso di feticismo assai basso. Una poltrona, direi. I suoi autori in prosa? Gadda, Nabokov. I cantanti? Robert Wyatt, Joni Mitchell. Il suo eroe della finzione? Herzog (di Saul Bellow). Ciò che detesta di più? Le pulsioni violente assecondate, la prevalenza del becero, il potere In genere. Il personaggio storico che detesta di più? . Esclusi i presenti ed escluso Hitler, che rappresenta un assoluto, Mussolini. L'impresa militare che apprezza di più? Non apprezzo neppure quelle a cui, all'occasione, avrei partecipato in modo convinto. La sua riforma? Riformerei in senso ecologico tutto il sistema dei trasporti. Antitrust ed editoria dovrebbero trovare assetti ben diversi dagli attuali. Se dovesse cambiare qualcosa nel suo fisico? Sto ripensando alla montatura degli occhiali. Il dono di natura che vorrebbe avere? La pazienza, che servirebbe infinita; una sensibilità visiva più sviluppata. Come vorrebbe morire? Dicono che il meglio sia l'assideramento. Stato d'animo attuale? Eludo più che posso le pur legittime preoccupazioni per l'andamento generale (che mi pare volto al pessimo). Le colpe che le ispirano maggiore indulgenza? Quelle che si commettono nei confronti di se stessi. Il suo motto? Scelgo un palindromo di Primo Levi: «In arts it is repose to life: è filo teso per siti strani». Segnalato
da: Giancarlo Maresca |
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