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Egregio Gran Maestro,
ho letto nel "Portico" la Sua menzione del Maestro Sarto Gennaro
Solito: è, come sempre, un intervento magistrale, anche nella splendida
forma tecnica, oltre che ovviamente nella intrinseca sostanza.
Si tratta di un'ennesima testimonianza della passione che Lei notoriamente
tributa alla Sartoria; però attenzione: talvolta anche in una sartoria,
apparentemente innocua, può celarsi una trappola fatale...
Spero che vorrà perdonarmi questa piccola celia. Cordiali saluti.
Giampaolo Marseglia
"La
giacca stregata" -
da "Il colombre" di Dino Buzzati
Benché io apprezzi
l'eleganza nel vestire, non bado, di solito, alla perfezione o meno con
cui sono tagliati gli abiti dei miei simili.
Una sera tuttavia, durante un ricevimento in una casa di Milano conobbi
un uomo, dall'apparente età di quarant'anni, il quale letteralmente
risplendeva per la bellezza, definitiva e pura, del vestito.
Non so chi fosse, lo incontravo per la prima volta, e alla presentazione,
come succede sempre, capire il suo nome fu impossibile. Ma a un certo
punto della sera mi trovai vicino a lui, e si cominciò a discorrere.
Sembrava un uomo garbato e civile, tuttavia con un alone di tristezza.
Forse con esagerata confidenza - Dio me ne avesse distolto - gli feci
i complimenti per la sua eleganza; e osai perfino chiedergli chi fosse
il suo sarto. L'uomo ebbe un sorrisetto curioso, quasi che si fosse aspettato
la domanda. "Quasi nessuno lo conosce" disse "però
è un gran maestro. E lavora solo quando gli gira. Per pochi iniziati."
"Dimodoché io... ?" "Oh, provi, provi. Si chiama
Corticella, Alfonso Corticella, via Ferrara 17." "Sarà
caro, immagino." "Lo presumo, ma giuro che non lo so. Quest'abito
me l'ha fatto da tre anni e il conto non me l'ha ancora mandato.""Corticella?
Via Ferrara 17, ha detto?" "Esattamente" rispose lo sconosciuto.
E mi lasciò per unirsi ad un altro gruppo.
In via Ferrara 17 trovai una casa come tante altre e come quella di tanti
altri sarti era l'abitazione di Alfonso Corticella. Fu lui che venne ad
aprirmi. Era un vecchietto, coi capelli neri, però sicuramente
tinti.
Con mia sorpresa, non fece il difficile. Anzi, pareva ansioso che diventassi
suo cliente. Gli spiegai come avevo avuto l'indirizzo, lodai il suo taglio,
gli chiesi di farmi un vestito. Scegliemmo un pettinato grigio quindi
egli prese le misure, e si offerse di venire, per la prova, a casa mia.
Gli chiesi il prezzo. Non c'era fretta, lui rispose, ci saremmo sempre
messi d'accordo. Che uomo simpatico, pensai sulle prime. Eppure più
tardi, mentre rincasavo, mi accorsi che il vecchietto aveva lasciato un
malessere dentro di me (forse per i troppi insistenti e melliflui sorrisi).
Insomma non avevo nessun desiderio di rivederlo. Ma ormai il vestito era
ordinato. E dopo una ventina di giorni era pronto.
Quando me lo portarono, lo provai, per qualche secondo, dinanzi allo specchio.
Era un capolavoro. Ma, non so bene perché, forse per il ricordo
dello sgradevole vecchietto, non avevo nessuna voglia di indossarlo. E
passarono settimane prima che mi decidessi.
Quel giorno me lo ricorderò per sempre. Era un martedì di
aprile e pioveva. Quando ebbi infilato l'abito - giacca, calzoni e panciotto
- constatai piacevolmente che non mi tirava o stringeva da nessuna parte,
come accade quasi sempre con i vestiti nuovi. Eppure mi fasciava alla
perfezione.
Di regola nella tasca destra della giacca io non metto niente, le carte
le tengo nella tasca sinistra. Questo spiega perché solo dopo un
paio d'ore, in ufficio, infilando casualmente la mano nella tasca destra,
mi accorsi che c'era dentro una carta. Forse il conto del sarto?
No. Era un biglietto da diecimila lire.
Restai interdetto. Io, certo, non ce l'avevo messo. D'altra parte era
assurdo pensare a un regalo della mia donna di servizio, la sola persona
che, dopo il sarto, aveva avuto occasione di avvicinarsi al vestito. O
che fosse un biglietto falso? Lo guardai controluce, lo confrontai con
altri. Più buono di così non poteva essere.
Unica spiegazione possibile, una distrazione del Corticella. Magari era
venuto un cliente a versargli un acconto, il sarto in quel momento non
aveva con sé il portafogli e, tanto per non lasciare il biglietto
in giro, l'aveva infilato nella mia giacca, appesa ad un manichino. Casi
simili possono capitare.
Schiacciai il campanello per chiamare la segretaria. Avrei scritto una
lettera al Corticella restituendogli i soldi non miei. Senonché,
e non ne saprei dire il motivo, infilai di nuovo la mano nella tasca.
"Che cos'ha dottore? si sente male?" mi chiese la segretaria
entrata in quel momento. Dovevo essere diventato pallido come la morte.
Nella tasca, le dita avevano incontrato i lembi di un altro cartiglio;
il quale pochi istanti prima non c'era.
"No, no, niente" dissi. "Un lieve capogiro. Da qualche
tempo mi capita. Forse sono un po' stanco. Vada pure, signorina, c'era
da dettare una lettera, ma lo faremo più tardi." Solo dopo
che la segretaria fu andata, osai estrarre il foglio dalla tasca. Era
un altro biglietto da diecimila lire. Allora provai una terza volta. E
una terza banconota uscì. Il cuore mi prese a galoppare. Ebbi la
sensazione di trovarmi coinvolto, per ragioni misteriose, nel giro di
una favola come quelle che si raccontano ai bambini e che nessuno crede
vere.
Col pretesto di non sentirmi bene, lasciai l'ufficio e rincasai. Avevo
bisogno di restare solo. Per fortuna, la donna che faceva i servizi se
n'era già andata. Chiusi le porte, abbassai le persiane. Cominciai
a estrarre le banconote una dopo l'altra con la massima celerità,
dalla tasca che pareva inesauribile.
Lavorai in una spasmodica tensione di nervi, con la paura che il miracolo
cessasse da un momento all'altro. Avrei voluto continuare per tutta la
sera e la notte, fino ad accumulare miliardi. Ma a un certo punto le forze
mi vennero meno.
Dinanzi a me stava un mucchio impressionante di banconote. L'importante
adesso era di nasconderle, che nessuno ne avesse sentore. Vuotai un vecchio
baule pieno di tappeti e sul fondo, ordinati in tanti mucchietti, deposi
i soldi, che via via andavo contando. Erano cinquantotto milioni abbondanti.
Mi risvegliò al mattino dopo la donna, stupita di trovarmi sul
letto ancora tutto vestito. Cercai di ridere, spiegando che la sera prima
avevo bevuto un po' troppo e che il sonno mi aveva colto all'improvviso.
Una nuova ansia: la donna mi invitava a togliermi il vestito per dargli
almeno una spazzolata.
Risposi che dovevo uscire subito e che non avevo tempo di cambiarmi. Poi
mi affrettai in un magazzino di abiti fatti per comprare un altro vestito,
di stoffa simile; avrei lasciato questo alle cure della cameriera; il
"mio", quello che avrebbe fatto di me, nel giro di pochi giorni,
uno degli uomini più potenti del mondo, l'avrei nascosto in un
posto sicuro. Non capivo se vivevo in un sogno, se ero felice o se invece
stavo soffocando sotto il peso di una fatalità troppo grande. Per
la strada, attraverso l'impermeabile, palpavo continuamente in corrispondenza
della magica tasca. Ogni volta respiravo di sollievo. Sotto la stoffa
rispondeva il confortante scricchiolio della carta moneta.
Ma una singolare coincidenza raffreddò il mio gioioso delirio.
Sui giornali del mattino campeggiava la notizia di una rapina avvenuta
il giorno prima. Il camioncino blindato di una banca che, dopo aver fatto
il giro delle succursali, stava portando alla sede centrale i versamenti
della giornata, era stato assalito e svaligiato in viale Palmanova da
quattro banditi. All'accorrere della gente, uno dei gangster, per farsi
largo, si era messo a sparare. E un passante era rimasto ucciso. Ma soprattutto
mi colpì l'ammontare del bottino: esattamente cinquantotto milioni
(come i miei).
Poteva esistere un rapporto fra la mia improvvisa ricchezza e il colpo
brigantesco avvenuto quasi contemporaneamente? Sembrava insensato pensarlo.
E io non sono superstizioso. Tuttavia il fatto mi lasciò molto
perplesso.
Più si ottiene e più si desidera. Ero già ricco,
tenuto conto delle mie modeste abitudini. Ma urgeva il miraggio di una
vita di lussi sfrenati. E la sera stessa mi rimisi al lavoro. Ora procedevo
con più calma e con minore strazio dei nervi. Altri centotrentacinque
milioni si aggiunsero al tesoro precedente.
Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Era il presentimento di un
pericolo? O la tormentata coscienza di chi ottiene senza meriti una favolosa
fortuna? O una specie di confuso rimorso? Alle prime luci balzai dal letto,
mi vestii e corsi fuori in cerca di un giornale.
Come lessi, mi mancò il respiro. Un incendio terribile, scaturito
da un deposito di nafta, aveva semidistrutto uno stabile nella centralissima
via San Cloro. Fra l'altro erano state divorate dalle fiamme le casseforti
di un grande istituto immobiliare, che contenevano oltre centotrenta milioni
in contanti. Nel rogo, due vigili del fuoco avevano trovato la morte.
Devo ora forse elencare uno per uno i miei delitti? Sì, perché
ormai sapevo che i soldi che la giacca mi procurava, venivano dal crimine,
dal sangue, dalla disperazione, dalla morte, venivano dall'inferno. Ma
c'era pure dentro di me l'insidia della ragione la quale, irridendo, rifiutava
di ammettere una mia qualsiasi responsabilità. E allora la tentazione
riprendeva, e allora la mano - era così facile! - si infilava nella
tasca e le dita, con rapidissima voluttà, stringevano i lembi del
sempre nuovo biglietto. I soldi, i divini soldi! Senza lasciare il vecchio
appartamento (per non dare nell'occhio), mi ero in poco tempo comprato
una grande villa, possedevo una preziosa collezione di quadri, giravo
in automobili di lusso, e, lasciata la mia ditta per "motivi di salute",
viaggiavo su e giù per il mondo in compagnia di donne meravigliose.
Sapevo che, ogniqualvolta riscuotevo denari dalla giacca, avveniva nel
mondo qualcosa di turpe e doloroso. Ma era pur sempre una consapevolezza
vaga, non sostenuta da logiche prove. Intanto, a ogni mia nuova riscossione,
la coscienza mia si degradava, diventando sempre più vile. E il
sarto? Gli telefonai per chiedere il conto, ma nessuno rispondeva. In
via Ferrara, dove andai a cercarlo, mi dissero che era emigrato all'estero,
non sapevano dove. Tutto dunque congiurava a dimostrarmi che, senza saperlo,
io avevo stretto un patto col demonio.
Finché nello stabile dove da molti anni abitavo, una mattina trovarono
una pensionata sessantenne asfissiata col gas; si era uccisa per aver
smarrito le trentamila lire mensili riscosse il giorno prima (e finite
in mano mia).
Basta, basta! per non sprofondare fino al fondo dell'abisso, dovevo sbarazzarmi
della giacca. Non già cedendola ad altri, perché l'obbrobrio
sarebbe continuato (chi mai avrebbe potuto resistere a tanta lusinga?).
Era indispensabile distruggerla.
In macchina raggiunsi una recondita valle delle Alpi. Lasciai l'auto su
uno spiazzo erboso e mi incamminai su per un bosco. Non c'era anima viva.
Oltrepassato il bosco, raggiunsi le pietraie della morena. Qui, fra due
giganteschi macigni, dal sacco da montagna trassi la giacca infame, la
cosparsi di petrolio e diedi fuoco. In pochi minuti non rimase che la
cenere.
Ma all'ultimo guizzo delle fiamme, dietro di me - pareva a due o tre metri
di distanza -risuonò una voce umana: " Troppo tardi, troppo
tardi! ". Terrorizzato, mi volsi con un guizzo da serpente. Ma non
si vedeva nessuno. Esplorai intorno, saltando da un pietrone all'altro,
per scovare il maledetto. Niente. Non c'erano che pietre.
Nonostante lo spavento provato, ridiscesi al fondo valle con un senso
di sollievo. Libero, finalmente. E ricco, per fortuna.
Ma sullo spiazzo erboso, la mia macchina non c'era più. E, ritornato
che fui in città, la mia sontuosa villa era sparita; al suo posto,
un prato incolto con dei pali che reggevano l'avviso "Terreno comunale
da vendere". E i depositi in banca, non mi spiegai come, completamente
esauriti. E scomparsi, nelle mie numerose cassette di sicurezza, i grossi
pacchi di azioni. E polvere, nient'altro che polvere, nel vecchio baule.
Adesso ho ripreso stentatamente a lavorare, me la cavo a mala pena, e,
quello che è più strano, nessuno sembra meravigliarsi della
mia improvvisa rovina.
E so che non è ancora finita. So che un giorno suonerà il
campanello della porta, io andrò ad aprire e mi troverò
di fronte, col suo abbietto sorriso, a chiedere l'ultima resa dei conti,
il sarto della malora.
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