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Florilegio
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Concorso ippico, il successo è rinviato |
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Quel che certi amministratori di lungo corso non hanno capito è che
un evento che possa proiettare Napoli (o la Campania) nei circuiti internazionali
non si improvvisa. Dilettantismo, demagogia, pressappochismo e inesperienza
non pagano. Mai. È il caso del primo Concorso ippico. C’erano
tutte le premesse per uno spettacolo splendido: il meglio dell’ippica
mondiale, una cornice unica al mondo come piazza del Plebiscito, la concomitanza
con il Maggio dei Monumenti, l’interesse di sponsor (dalla Lancia
a Marinella). Eppure è stato un flop incredibile. Non è servito
neanche l’intervento della Promoideaeventi, organizzatrice di grandi
manifestazioni. Risultato: accesso incontrollato di scugnizzi, folla, spintoni
e liti agli ingressi, ragazzotte sedicenti hostess inefficienti, sponsor
che nei momenti di maggior afflusso si sono visti costretti a smontare la
baracca (è il termine giusto per definire i cosiddetti spazi espositivi)
per evitare che i frugoletti del Pallonetto Santa Lucia o dei Quartieri
Spagnoli facessero sparire tutto quanto non era imbullonato al suolo. Hanno
trionfato i venditori di palloncini e di zucchero filato, gli infanti piagnucolosi
in passeggini spinti da madri il cui solo interesse era l’esibire
ombelico e circostante cellulite. Se gli amministratori napoletani avessero,
per una sola volta, frequentato un vero evento sportivo si sarebbero resi
conto del velleitarismo dell’idea di organizzare, in poco più
di un mese, un campo a ostacoli in piazza del Plebiscito, innanzitutto per
mancanza di spazi circostanti che fossero lontani il più possibile
dal centro abitato. Piazza di Siena è all’interno di Villa
Borghese, in pieno centro a Roma, ma lì non si sente neanche lontanamente
il traffico. Alcuni sport, come tennis e ippica, hanno bisogno di silenzio,
e a piazza del Plebiscito il silenzio è stato rotto da sirene di
ambulanze, clacson di automobilisti incarogniti, richiami di ambulanti.
Per non dire del pubblico. Un evento di questo genere è riservato
a quattro categorie di spettatori: gli appassionati, i familiari dei partecipanti,
chi va per vedere e chi va per essere visto. A parte l’inevitabile
fiera delle vanità, tutti vanno per uno scopo preciso, non certo
spinti, come a Napoli, dal semplice fatto che il biglietto sia gratuito.
I biglietti a pioggia hanno segnato il tracollo dell’evento. Ai varchi
d’ingresso capifamiglia discutevano sulla priorità ad accedere
basandosi sulla carica ricoperta, del tipo: sono l’usciere del vicesindaco,
passo io prima di te che sei il passacarte del consigliere. Il tutto tra
mogli collassanti e frugoletti bercianti. I biglietti devono essere pagati:
è una forma di rispetto per il pubblico e per i concorrenti. L’esiguità
degli spazi ha impedito di creare adeguate "aree intermedie" utili
a scremare il pubblico. La conseguenza è stata che gli espositori
non potevano esporre adeguatamente le merci, nonostante il prezzo pagato
(da tre a quattro milioni di lire) per la sponsorizzazione. Il servizio
d’ordine ha brillato per la sua assente presenza. Nonostante le tenute
alla Rambo, gli stivaletti anfibi e il pistolone alla cintura, i focosi
pargoletti calati dal Pallonetto e dai Quartieri guizzavano tra la folla
inseguiti dai commessi degli stand, sotto lo sguardo dei vigilanti più
vicino a quello di un bue al macello che non a quello di un nibbio o di
un falco. E le "hostess", sprovviste di ogni minima preparazione,
per ogni problema, il più banale, erano costrette a rivolgersi ai
responsabili dell’evento. Ciliegina sulla coppa di panna: un black-out
provocato da un sovraccarico ha tenuto al buio, per tutta la sera di venerdì
13 (eppoi dicono che non è vero), una parte di Chiaia e del Vomero.
Conclusione. Nonostante la presenza di un’organizzazione di eventi
ad altissimo livello, soltanto un osservatore non imparziale potrebbe decretare
il successo della manifestazione. A molti appassionati è rimasto
l’amaro in bocca. Un’altra occasione perduta. L’unico
augurio è che l’anno venturo la manifestazione sia riprogrammata
con un anticipo congruo per consentire una location adeguata e per evitare
il brutto spettacolo visto. Per una corretta riuscita della manifestazione,
che non è esattamente un presepe vivente di quartiere, è necessario
che quelli di palazzo San Giacomo si contentino di un posto (uno solo) in
Tribuna Autorità e lascino lavorare chi se n’intende assicurandogli
tempi, mezzi e disponibilità economiche. Giosi Campanino |
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