Florilegio Stampa
    Cravatta, ti ho tradito  
   

Confesso: l'ho ripudiata. L'ho fatto dopo averla tradita più volte, vergognandomene un poco. Poi ha cominciato a piacermi sempre meno. Con lei mi sentivo soffocare. Percepivo di essere poco libero, costretto. Avevo voglia di mollarla, di togliermela dal collo. E alla fine l’ho fatto. Ho interrotto un sodalizio durato dalla mia adolescenza. Con lei ho fatto le nozze di diamante. Povera cravatta mia. Ho deciso: da oggi non ti metterò più. Se non nelle occasioni ufficiali, quando è d'obbligo, o quando le richiede il padrone di casa che mi ospita, o il club di Piccadilly che non mi farebbe mai sedere a tavola senza di lei.

L’ultimo, clamoroso, pubblico, tradimento l'ho compiuto lunedì 16 giugno a Roma, al balletto di Roberto Bolle and Friends. C'era anche il signor Presidente della Repubblica ed io ero senza cravatta. E molti amici me lo hanno fatto notare. Siccome faceva freddo mi sono avvolto il collo in uno shatush fucsia, rimediando allo scandalo, lì per lì. Ma il fotografo Pizzi mi ha immortalato e il giorno dopo tutti mi hanno visto sul sito Dagospia.

Stamattina ho guardato le mie cravatte, tante, appese in un armadio: le Hermès, le Turnbull & Asser, le Marinella, le Finollo, le Red and Blue, le Charvet, le Brook's Brothers, le Battistoni, le Rubinacci, le New & Lingwood, le Emerson di Torino. Cravatte di seta, lana, lana e seta, lino, a pois, a righe, in tinta unita. Cravatte che mi hanno ricordato la mia vita, visto che le conservo tutte, anche se qualcuna di loro è un po' consumata.

La cravatta della prima festa, regimental a righine rosse, della laurea, blu tinta unita, del mio matrimonio, di Hermes, optical bianco e nero, un vintage Anni 70, del primo ricevimento alla Casa Bianca, blu a pois, della prima volta che sono entrato da direttore in un giornale, a Stampa Sera, gennaio 1991, rossa, del primo incontro con l'avvocato Agnelli, una blu scuro di maglia di seta, una scelta che ricordo difficile e molto meditata, visto il grande gusto del personaggio. Fisso le cravatte e le vedo diventare libri, che raccontano la mia vita. Le terrò lì, come cimeli, testimonianze. E magari, chissà mai, un giorno tornerò da loro.

Ma ora no. La mia crisi, il percorso del ripudio, è cominciata da quando mi occupo di cinema. A Hollywood più nessuno porta la cravatta, se non con lo smoking, ed è imbarazzante presentarsi con la vecchia fettuccia al collo davanti a tycoon in camicia nera o bianca slacciata sotto l'abito di mohair scurissimo, blu o nero. A New York nei ristoranti alla moda, da Cipriani al Village al quasi inaccessibile per i non famosi Waverly Inn di Graydon Carter, sofisticato direttore di Vanity Fair, niente cravatta. Su Vogue e Tatler i grandi della moda e del cinema, da Tom Ford a George Clooney a Brad Pitt, da Javier Bardem ad Andy Garcia, sono tutti col collo della camicia slacciato. Ma ricchi e famosi uomini di Wall Street vanno informal, senza troppe cerimonie.

Perfino a Londra il club Annabel's è meno rigido sulla cravatta. Ovviamente anche in Italia, ma con estrema cautela, il vezzo circola. Ed io ho voluto provare questa libertà. In inverno sono passato alle polo di cachemire, in primavera alle camicie pesanti di Oxford, capaci di difendere le corde vocali dagli spifferi marzolini; ora, col caldo, posso andare libero, col primo bottone della camicia slacciato. In certi ristoranti i camerieri mi guardano male, come si mi avessero visto con l'amante dopo anni che frequentavo il locale con la moglie.

Ma scopro sempre più spesso che anche miei amici, molto sophisticated, hanno iniziato a mollare sulla cravatta. So di mogli indispettite da questo vezzo. Lo considerano modaiolo, giovanilista, puttanieresco, vista la postura disinvolta dell'uomo senza cravatta, più aperto al mondo del tipo incravattato, che ama appendere a quella fettuccia il suo orgoglio mascolino , la sua presunzione, il suo bacchettonismo. Oggi vado a colazione con Rupert Everett al Bolognese. Sono sicuro che arriverà senza cravatta. Lui l'ha abbandonata da anni e forse non se la mette più nemmeno davanti alla Regina. Glielo chiederò.

Carlo Rossella


COMMENTO DEL GRAN MAESTRO

Egregi Lettori del Florilegio,
mi identifico come bersaglio del testo di cui sopra, poiché in un certo senso “appendo a quella fettuccia il mio orgoglio mascolino”. Ciò mi conferirebbe titolo ad intervenire in difesa di coloro che conservano con amore l’amore per la cravatta ed un bel giorno hanno trovato, per di più in prima pagina, questa presa in giro di qualunque fede o fedeltà. Parlerò invece come lettore e telespettatore comune, come uomo qualunque esposto ai soprusi di un baroncello mediatico. Elogiare il tradimento è un’empietà che già da sola guadagna all’autore un posto molto in basso ed eternamente durevole. Cosa ci si aspetta da un traditore? Che serva due o più padroni, che cambi parere o alleati secondo l’opportunità. Nel caso di Rossella, non abbiamo dovuto aspettare molto. A distanza di pochi mesi dall’articolo firmato per La Stampa, in cui dichiara gratuitamente e letteralmente “Non la metterò mai più!”, il Nostro eroe appare alla RAI sempre in cravatta. Poiché ha indubbiamente gusto, non vuole rinunciare ai vantaggi di una cravatta ben scelta ed annodata. Perché allora darle addosso? E perché altri media ospitano un personaggio così inaffidabile? Non potendolo mettere alla gogna in pubblico, privatamente lo bandisco dalla mia anagrafe degli uomini.


Cavallerescamente da Napoli
oggi 21 Gennaio 2009

 
 

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