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Florilegio Stampa | ||
| Cavalieri, uomini d'armi e di bicchieri, io ed il Consigliere Forni siamo fratelli nel sigaro, nella bottiglia, in queste e poche altre cose che contano. Se contano anche per Voi andate avanti, diversamente lasciate la felicità di capirsi a chi l'ha conquistata sul campo. Dieci anni ci separano. Il tempo sufficiente perché un'onda di progresso travolgesse la goliardia, le osterie, i vestiti buoni alla domenica, le sale da biliardo, il desiderio. Delle ultime tre cose e della semplicità che le reggeva la mia età mi regala esperienze personali, ma tutte le ho meglio comprese non tanto dai ricordi o dalla letteratura, ma dai suoi racconti ed ancor prima dal suo modo di essere, che è l'esempio di una virilità piena di errori ed omissioni, di grandezze e di sogni, di difetti e di sostanza. Quando ho letto questo testo che ha inviato al Florilegio, mi sono commosso sino al midollo sapendo che si tratta di verità. Si, quella materia inafferrabile, perché sta sempre un poco oltre ciò che siamo o ciò che vorremmo essere stati. Nel tempo della comunicazione, quando niente è più vero di una cosa falsa, niente è più falso di una cosa vera. Io so, io sento, quanto egli abbia vissuto ciò che un'altra penna riporta in modo magistrale. Missoni? Ma chi è costui? L'uomo di quelle maglie orrende? Non più. Giammai! Per me, ora e per sempre, è l'autore di questa Iliade scritta troppo tardi perché la firmasse Omero. Giancarlo Maresca |
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Dalla prima edizione de “Le Osterie d’Italia” (Slow Food 1990) "Non voglio amar più femmine perché son false" di Ottavio Missoni |
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Mezzogiorno, dodici boti. In osteria per l'aperitivo. Qualche dondolo (tartufi di mare) e un bicchiere di bianco. «Assaggia questo Traminer, non c'è di meglio con i dondoli». Arrivano altri amici, un altro bicchiere. «Come va?» «Non xe mal». «Ti te ricordi?» «Xe bon sto bianco». «Ancora qualche dondolo?» Era un giorno di festa, il giorno dei morti. Un boto. Qualche amico va a casa, ne arrivano altri a sostituirli. Si mangia: prosciutto crudo, sottaceti, jota, carne con le verze, si beve rosso Teran. Per finire caffé e grappa, quella buona istriana del contadino. Do boti. Alcuni si alzano, vanno al cimitero a trovare i morti, altri in arrivo ne prendono il posto. Tre boti. Un altro caffè, ancora un bicchierino di grappa. Qualcuno astemio continua col vino ma chiede di cambiarlo «che el Teran xe un poco garbìn. Si prova il Refosco, bicchieri per tutti. Discussioni sul vino «che adesso xe tutto sofisticà e alla fine tutti concordano che il vino si divide in due sole specie: «quel che xe bon» e «quel che non xe bon». Quattro boti. Siamo in sette "per batter carta", manca uno per fare due tavoli. C'è l'oste: quattro per la scopa e quattro per la briscola. Cinque boti, sei boti, sette boti, paga chi ha perso. Si ritorna al bianco, non quello dei dondoli, uno un po' più secco. Un po' di prosciutto crudo, ma anche cotto, tipo Praga, sempre tagliato a mano, niente sottaceti, rovinano il palato per il vino, magari un pezzettino di formaggio. Si discute di politica, il governo è sempre ladro, i tipi sono quasi tutti liberi pensatori. Di pallone si parla poco, la Triestina è in B, si ricordano i bei tempi di Rocco, Valcareggi e Memo Trevisan. In compagnia ci sono anche due musicisti, un artista pittore e un poeta - «Certo che Saba lui sì che era un poeta» - e poi c'è uno delle assicurazioni e un altro che lavora in porto. Cioè che non lavora. «Xe na vergogna, nessun che cariga, nessun che scarica». Povero porto e povero anche il cantier. «Certo che sotto l'Austria...». Otto boti. «Xe proprio bon sto bianco, ma non xe de Istria?» «No, xe Tocai del Collio». «Paròn, porta do vovi duri». «I meo bianchi xe del Collio». «Sì, ma dipende da cantina a cantina». «Paròn, te gà do fasioi col radicetto?». «Ah, allora anche mi, ma con do foie de rucola». «Bon, ve saludo, vado a casa che stasera go anche mia suocera». «Aspetta, vegnimo anche noi». Nel frattempo sono tornati quelli del cimitero, ma con le mogli. «Signora vuole un po' di bianco,?» «Grazie, col Spriz, magari anche un vovo duro, meglio non bere a stomaco vuoto». Nove boti. Chi viene, chi va; per la cena siamo sempre in sette, con le signore in nove. «Paròn cosa se magna?» «Jota avete mangiato a mezzogiorno, go pasta e fasioi». «Allora jota per le signore, no sentimo questa pasta e fasioi» «La go fatta con le codeghe e ossa de prosciutto. Ve dago un bon rosso de furlania, un Merlot, i disi che lo bevevano anche i legionari di Giulio Cesare».«Signora la sua jota?» «Bona, certo come la faceva mia mamma!» «La mia iera brava de far patate in tecia». «Sta matina semo andai pescar» «Gavè ciapà?» «Si gavemo ciapà freddo». «Mona, perché non te metti, il cul a nassa, te vedrà quanti pesci che te ciapi»; «Bon questo rosso!» «Alla salute! Cin-cin». Dieci boti. «Sapete l'ultima? Quella dei due sordi?» «Ma non romper con le barzellette, raccontala domani ai colleghi delle assicurazioni». Undici boti. «Paròn, femo un giro de grappa», intanto qualcuno incomincia a cantare: «Dove te ieri fino sta ora ... iero in malora, iero a far l'amor...». Non è proprio un coro, ciascuno canta un po' per proprio conto. "La mula de Parenzo, ga messo su botega..." un po' meglio ma ancora con troppe dissonanze. Pur appartenendo genericamente alla categoria degli stonati cerco di mettere un po' d'ordine, perché, lo confesso, in me c'è la vocazione a dirigere, dirigere un coro, e dirigo. Dirigo la celeberrima Che belle tettine che ga la Marianna con precise raccomandazioni sui tempi di esecuzione: "adagio" poi "allegro con brio" per la parte iniziale, quella delle «tettine» con voci tenorili. Sul «cul» intervengono i "bassi" con il celebre "andante con rimpianto". Il finale naturalmente è "maestoso" ma sempre con rimpianto. E così insieme alle voci in coro sembra che vengano a galla anche i sentimenti migliori; e se gli ultimi evviva hanno la voce roca è un gran buon segno. Domani tornerà limpida. Mezzanotte, dodici boti. È da più di 12 ore che sono seduto allo stesso posto. Qualcuno incomincia ad andarsene «Buona notte», «Saluta a casa». «Domani sarà bello, andemo a pescar?» «Sì, basta che non sia "borìn"». «Paròn, buona notte». Esco anch'io. «Se vedemo». Prendo la strada di casa, avvolto in un tepore di amicizia, di gratitudine. E siccome in ogni felicità c'è sempre un'ombra di malinconia, camminando mi ritornano in mente identiche serate zaratine con amici di là che sono uguali agli amici di qua e mi tornano alle labbra i versi di quando cantavamo: «Val più un bicer de dalmato, che l\'amor mio, che l'amor mio, mio proprio amor. Non voglio amar più femmine perché son false, perché son false nel fare l'amor... » |
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