Florilegio Stampa
   

L’eleganza maschile
Guida pratica al perfetto guardaroba

 
    di Giorgio Mendicini
Mondadori 1996
 
    CHE COS'E' L'ELEGANZA?
Che cos'è l'eleganza? Il significato originario della parola latina elegantia era "capacità di saper scegliere".
Il concetto che noi ne abbiamo oggi è altrettanto immateriale e poliedrico. Si è sempre sostenuto che l'eleganza non si insegna: e in un certo senso questo corrisponde al vero, poiché è un qualcosa di inafferrabile, complesso e legato alla personalità di ognuno. Tant'è vero che lo storico e sociologo Daniel Poche, nel suo libro La culture des apparences, descrive l'eleganza come una "regione strana, e forse perciò affascinante, in cui il materiale e lo spirituale si mescolano con particolare energia", sostenendo che si tratta di una "regione in cui il mentale si fa corporale, il corpo individualizzato espone le fugaci trascrizioni della persona, l'abbigliamento sottolinea le riposte corrispondenze della materia e dello spirito".
Nonostante ciò, è possibile analizzare e descrivere gli elementi che costituiscono la parte materiale e quindi "misurabile" del vestiario classico maschile. Sta poi al talento e alla volontà di ognuno saper raggiungere l'eleganza desiderata, in grande o in piccola parte nelle sue innumerevoli sfumature. Che questo non sia facilissimo, lo dimostra la tesi tradizionale, secondo cui si ottengono dei buoni risultati, in questo campo, solo con una vera e propria iniziazione personale (generalmente nell'ambito familiare) alla quale pochi hanno la fortuna di essere chiamati, vista la scarsità di maestri.
Perciò, secondo questa tesi, sono necessarie un'adeguata esperienza e numerose nozioni per poter raggiungere una discreta eleganza: obiettivo che deve essere perseguito con passione, curiosità e interesse.
Comunque sia, una vitale e creativa industria dell'abbigliamento e un artigianato di ottimo livello - più che mai attivi in Italia - danno la possibilità a un sempre maggiore numero di uomini di vestire in modo appropriato e piacevole, con correttezza di stile ma anche con fantasia. L'importante, per il "consumatore" (termine poco elegante ma diretto) è conoscere canoni e regole consolidate che sovrintendono al modo di vestire classico: non per adeguarvisi automaticamente o senza un'analisi critica, ma per avere un punto fermo da cui partire per fare le proprie autonome scelte.
I gusti sono gusti, si è sempre sostenuto, tuttavia anche chi rifiuta il modo di vestire tradizionale deve conoscerne i principi fondamentali, non fosse altro che per evitare di avventurarsi in scelte stilistiche improvvisate o dilettantesche, e di conseguenza spesso ridicole. I CANONI DI LORD BRUMMELL
Molti canoni e regole dell'eleganza classica inglese, divenuti poi basilari, furono introdotti duecento anni fa da George Bryan Brummell (1778-1840), passato alla storia come arbitro di eleganza, il quale sosteneva - con un gusto dell'ironia e del paradosso tipicamente anglosassoni - che l'eleganza maschile è fatta in gran parte da ciò che non si nota o addirittura non si vede.
Un principio, questo, imposto anche per rendere personale ed "esclusivo" l'abbigliamento adottato dalla nuova classe emergente, la borghesia: sobrio e lineare era l'esatto contrario degli abiti sfavillanti e sfarzosi di quella nobiltà che aveva dominato nelle epoche precedenti e che, con le sue leggi "suntuarie", aveva in pratica impedito per secoli, a quanti appartenevano alle classi so-ciali subalterne, di portare abiti e gioielli che fossero simili a quelli dell'aristocrazia.
Il nuovo principio esaltato da Lord Brummell si basava sul fascino discreto dei dettagli e sulla seduzione analoga a quella di un oggetto che non si trova in piena luce e i cui contorni sono pertanto meno decifrabili a prima vista ma forse proprio per questo più attraenti. Un principio aderente alla mentalità degli inglesi ma influenzato anche, con ogni probabilità, dalla contemporanea poetica romantica, affascinata da ciò che si intravede nella penombra della luce lunare, che è vagamente sentito senza poterne immediatamente determinare la fonte, che può essere solo immaginato e non percepito direttamente. In definitiva, l'eleganza maschile di tradizione anglosassone, da duecento anni a questa parte, si contraddistingue per la sua tendenza a evocare e suggerire piuttosto che a mettere in mostra, contrariamente al modo di vestire della donna.
A una simile concezione, basata sulla discrezione ma anche su convenzioni a volte eccessivamente rigide, si è affiancata e sovrapposta durante gli ultimi quarant'anni una tendenza tutta italiana che Luigi Settembrini - uno dei massimi esperti nel campo della moda - individua nella "regola estrosa". Questa è fondata su una reinterpretazione, in chiave più fantasiosa ma anche più pratica, della tradizionale, e a volte troppo formalista, eleganza britannica.
In tempi recenti, hanno poi cominciato a impazzare tendenze colorate, estroverse e prevalentemente chiassose, che nascono forse dal desiderio di gareggiare in vistosità ed esibizione con la moda femminile. Un fenomeno ne nuovo ne originale, dal momento che la "competizione" con le donne, quanto ad apparenza ed esibizionismo, è stata una delle principali caratteristiche dell'abbigliamento maschile nelle epoche precedenti la Rivoluzione francese. Tuttavia l'analisi del fenomeno così come si presenta oggi -coltivato da molti creatori e stilisti che iniettano massicce dosi di "femminile" nell'immagine maschile - andrebbe affidata a una schiera di sociologi, storici, psicologi e altri specialisti.
Tornando a Brummell, va detto che egli, pur cercando in tutti i modi di distinguersi dalla grande massa, ottenne l'effetto (dovuto non tanto alla sua volontà quanto alle mutate condizioni sociali) di rendere alla portata di un maggior numero di persone - rispetto al passato - il nuovo modo elegante di abbigliarsi, certamente meno costoso a confronto con gli abiti sfarzosi della vecchia aristocrazia.
Dalla fine del Settecento ai giorni nostri, dunque, l'eleganza classica degli uomini si è fondata sulla compresenza di alcuni elementi:
A) il buon taglio, ma semplificato, degli abiti;
B) l'armonico equilibrio dell'insieme: profilo-dettagli-colori-accessori;
C) lo stile con cui gli abiti vengono indossati, assieme a un'attenta cura del corpo.
Nello stile sono compresi anche un pizzico di estrosità e di immaginazione, e soprattutto quella sicurezza di sé che sola può sostenere un'eleganza basata sulla semplicità e sulla linearità. Una sicurezza inferiore e non "costruita", che perciò non sconfina mai nell'ostentazione o, peggio, in pose o atteggiamenti arroganti; elementi negativi, questi ultimi, che vengono immediatamente percepiti e decifrati come ineleganti da chi guarda, qualunque sia il suo livello culturale o sociale.
Per cercare di comprendere fino in fondo l'essenza di un certo tipo di eleganza "borghese" è di aiuto quanto scrive Honoré de Balzac nel suo Trattato della vita elegante (1830): "Nella nostra società sono scomparse le differenze, ci sono ormai solo sfumature. Così il galateo, l'eleganza delle maniere, quel non so che, frutto di un'educazione completa, formano la sola barriera che separa l'ozioso dall'uomo occupato". La cura minuziosa dei dettagli, l'attenzione quasi maniacale per i particolari furono, secondo la moderna sociologia, atteggiamenti comuni a tutto l'Ottocento. Nascevano dalla convinzione, sostengono gli studiosi, che non vi fossero possibili contraddizioni tra l'apparenza e la realtà effettiva: "Da ciò che si vedeva dall'esteriorità - scrive la sociologa Gabriella Turnaturi nel volume Gente per bene - Cent'anni di buone maniere - a partire dal comportamento per arrivare all'abbigliamento, era possibile, secondo la psicologia e la cultura ottocentesche, decifrare e svelare l'interiorità". L'autrice cita quindi lo storico Fernand Braudel, il quale definisce così la "grande trasformazione" avvenuta durante il primo Ottocento: "Per la prima volta nella storia dell'umanità la sfera della riproduzione quotidiana, da sempre chiusa e incline all'inerzia, è stata invasa e scossa dall'irrequie-tezza cosmopolita e brillante del grande capitalismo".
Oggi molte cose sono cambiate, in questo crepuscolo del Novecento pieno di nuove paure e di insicurezze. Malgrado ciò, o forse proprio per questo, c'è ancora chi nutre il desiderio di un'esclusiva e originale concezione della vita, quella del dandy, ossia di colui che modella se stesso come lo scultore fa con la materia inerte. In questo caso si dovranno aggiungere alla ricetta di base vari ingredienti, fra cui creatività, perversione, eccentricità, dialettica, senso dell'immagine, passività, vanità, ironia, amore dei criteri rigorosi, lussuria, mistero, artificio e mistificazione, impassibilità, senso di superiorità, silenzio e solitudine, assenza di volgarità, sensibilità cromatica, conoscenza della storia, senso profondo della propria identità, e altri ancora.
Ma gli autentici dandy - i quali non sono, come molti credono, soltanto persone eccentriche - possono essere paragonati a quei grandi artisti che, a ogni generazione, si contano sulle dita di una mano: si tratta di personalità eccezionali. Perciò, al di là dei vertici di eleganza di questi, gli altri uomini possono già considerare un notevole risultato il vestire in maniera piacevole e con stile. Tuttavia questo, oltre che buon gusto, richiede passione e un minimo di impegno per conoscere le più importanti norme tecnico-estetiche.

NON UN'ELEGANZA ESCLUSIVA MA DIFFUSIONE DEL BUON GUSTO
"L'eleganza classica costituisce uno degli aspetti dell'arte di vivere occidentale, e non certo il minore". Questo giudizio, espresso da Tatjana Tolstoj nel suo De l'élégance masculine corrisponde alla realtà ma poi nel libro non si da una risposta al quesito fondamentale: come poter assicurare lunga vita a un valido stile di abbigliamento, in una società di massa pervasa da relativo benessere ma minacciata dal gusto dozzinale e dalla volgarità. Il problema, infatti, non sta tanto nel perpetuare certe forme o certi riti dell'eleganza classica quanto nel riaffermare la provata validità dei suoi principi, sia pure in tempi e in condizioni mutate.
Tatjana Tolstoj, dal suo raffinato punto di vista, ci fornisce dell'eleganza classica un'interpretazione autentica ma "esclusiva". Una concezione che forse, invece di attirare nuovi e numerosi seguaci, finisce per tenere a distanza i giovani, contribuendo a spingerli verso forme di abbigliamento in apparenza più "facili" e praticabili ma di gusto non esaltante. Ognuno, quindi, comprende che oggi la situazione è cambiata: che cosa fare?
Innanzitutto non bisogna dimenticare, come sembrano aver fatto in parecchi, anche fra gli addetti ai lavori, che l'attuale vestiario classico maschile non ha una provenienza aristocratica bensì borghese, liberale e democratica, essendo nato in chiara contrapposizione all'abbigliamento inavvicinabile e sfarzoso della vecchia nobiltà. Un modo di vestire che ha dimostrato, fra l'altro, che "democratico" non vuoi dire affatto di gusto mediocre. Perciò, l'unico modo per poter trasmettere stabilmente i principi, validissimi, dell'eleganza classica maschile sembra essere quello di farne riscoprire i canoni e le regole a un sempre maggior numero di persone, puntando tutto sul buon gusto. E lasciando da parte certe forme di snobismo che finiscono per essere solo un ostacolo, anche di carattere economico. Il peggior nemico di un buon stile nel vestire, infatti, non è tanto l'indumento prodotto in serie quanto il tasso di cattivo gusto che un tale capo ha eventualmente in sé. Cattivo gusto, o mediocre, che viene poi capillarmente diffuso e contribuisce così a modificare in peggio, nella realtà quotidiana, i canoni estetici dell'abbigliamento.NELLA CURA DELL'ABBIGLIAMENTO SONO PiU' INFORMATE LE DONNE?
Ciò premesso, è indubbio che un sempre maggior numero di per-sone ha necessità di dedicare tempo e cure al proprio guardaroba, perché l'abbigliamento svolge un'importante funzione sociale. "Il piacere di vestirsi - scrive fra l'altro Guido Beer Boimond in un suo appassionato volumetto - è in sostanza una gioia di vivere con gli altri, di sentirsi inseriti nel contesto della società, di comu-nicare con il nostro prossimo, di vivere lietamente le proprie sta-gioni della vita". Molti uomini sono consapevoli di tutto questo, ma sono ancora numerosi coloro che, pur avendone le possibilità sia economiche sia culturali, non sanno vestirsi con stile accettabi-le o lo fanno in modo poco accurato. Anche i canali di informazio-ne, in questo campo - al contrario di quanto avviene per le donne - sembrano funzionare male o comunque in modo frammentario e incompleto.
Un tempo i giovani venivano iniziati, dalle famiglie che ne avessero possibilità, ai segreti del ben vestire: oggi, per quanto ri-guarda le donne, innumerevoli mezzi di comunicazione e il tam tam porta a porta si sono sostituiti, a livello di massa, all'iniziazio-ne familiare. Gli uomini invece sembrano aver perso terreno rispetto al passato e, sempre parlando di massa, vengono in molti casi sostituiti nelle scelte dalle mogli o dalle fidanzate, oppure sono condizionati da modelli non esaltanti, da una certa pubblicità, da qualche più o meno valido disegnatore di prét-à-porter.
Da una recente indagine condotta dalla SWG di Trieste nel 1995 per il settimanale "Donna Moderna" è risultato che in fatto di abbigliamento le donne italiane, nella stragrande maggioranza, "indirizzano i gusti di lui, lo aiutano a scegliere gli accostamenti, gli danno un'occhiata prima che esca di casa". Ben otto donne sposate su dieci, nella fascia di età dai 18 ai 64 anni, hanno affermato che il marito "ha bisogno del loro consiglio per sapere cosa mettersi". Sette mogli su dieci hanno rivelato che "non lo fanno uscire di casa senza aver prima controllato l'accostamento dei colori". L' 83% delle intervistate ha detto di "aver comprato per lui alcuni capi di vestiario". Infine, dallo stesso sondaggio della SWG è emerso che è "lui" a prendere l'iniziativa di recarsi nei negozi di abbigliamento ma è sempre "lei" che, in tre casi su quattro, "lo accompagna per consigliarlo". Dall'indagine non risulta ma, a quanto sembra, le donne italiane fanno tutto questo per necessità, oltre che per piacere personale, dal momento che gli uomini da loro descritti appaiono abbastanza sprovveduti nel vestire e scarsamente capaci di valutare ciò che indossano.
 
 

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