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fondamenta sono nell'understatement, che sarebbe la segregazione
della vanità in un livello profondo, dove possa funzionare
di nascosto e senza far rumore. Orbene, David Niven è
sempre evidentemente compiaciuto del suo aspetto, del portamento,
del più piccolo accessorio. Nonostante ciò,
stiamo per proporlo ed anzi lo proponiamo tra i più
brillanti esempi del British Style. Se la definizione di quest'ultimo,
proposta solo un mese fa, non è completamente errata,
questa contraddizione deve trovare una spiegazione. In termini
di pura osservazione, impietosa, statica e scientifica, David
Niven potrebbe essere definito un damerino. Amava presentarsi
sempre leggermente overdressed, situazione che gli inglesi
temono almeno quanto una tassa sui toast imburrati. L'atteggiamento
non può essere imputato ad esigenze sceniche. Innanzitutto,
sino agli anni sessanta, il guardaroba degli attori era in
massima parte una scelta personale e non della produzione.
Inoltre, nessuno dubiterà che gli abiti coi quali si
mostrò fossero quelli che veramente gli appartenevano,
descrivendolo. Guardando le immagini in movimento, sembra
però di assistere al miracolo di un tricheco che nuota.
Non è più lo stesso. Una classe cristallina
gli permise di celare sotto un semplice velo, quello della
naturalezza, ciò che un'intera civiltà nascondeva
sotto le spesse mura delle convenienze. Quel tocco speciale
che gli consentiva di osare si rivela specialmente nei film
storici, dove i costumi più impegnativi sembrano su
di lui abiti per passeggiare in centro. Tale è il potere
della leggerezza, ma egli trovò un altro formidabile
alleato in quell'humour scanzonato di cui si sente molto la
mancanza. La sua estetica così ricercata, vista attraverso
questa lente, appare un gioco infantile e pertanto purissimo.
Del resto appare evidente come anche nelle tenute più
acrobatiche egli si muova ad altezze vertiginose come se camminasse
a dieci centimetri dal suolo, perché un bambino non
solo non ha paura di cadere, ma si avventura sul filo anche
se nessuno lo guarda. Nessun esibizionismo, nessuna competizione
o esibizione. Su quella passerella su cui si mosse per tutta
la vita, sembrava camminasse in discesa. Questa mancanza di
gravità non limitò l'influenza del suo stile,
che dalla giusta distanza di tempo possiamo adeguatamente
valutare. Certamente gli si può ascrivere il successo
che il cache-col ebbe dagli anni sessanta sino all'inizio
degli ottanta. Questa striscia di seta senza imbottiture e
fodere che fu un
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sincronia con sir Charles Litton, il ladro gentiluomo della
fortunata serie della Pantera Rosa. Ma il signor Niven fece
anche altro. Già la piaga dell'over-size, sbarcata
dall'America, stava distruggendo in nome della riduzione delle
taglie gran parte del repertorio espressivo e del fascino
della maglieria, quando, senza che tutti se ne accorgessero,
il nostro mostrò al mondo tutta la sua bellezza. Ne
seppe esplorare ogni angolo, in lana e in cotone, indossandola
tesa, corta e aderente come nella grande tradizione inglese.
In particolare gli deve molto il cardigan, che percorse una
parabola non dissimile da quella del cache-col. Qualcuno dirà
che fosse Niven a seguire la moda, ma a noi piace pensare
che fosse il contrario. Dominò con sicurezza ogni capo-spalla,
sportivo, formale o informale che fosse e fu un vero virtuoso
tanto nell’indossare capi drammatici a tre pezzi che
nelle tenute sportive con abbronzatura ed espadrillas. Solo
Chaplin, Totò e Astaire indossarono le code con altrettanta
naturalezza e va considerato che tra essi sostenne il compito
più difficile, essendo il più giovane. Fred
Astaire morì dopo di lui, ma era nato undici anni prima.
Il portamento assunto al collegio e nella fanteria scozzese
lo resero inimitabile negli abiti marziali ed è osservando
un simile fuoriclasse che si può cominciare a riflettere
su quanto l'estetica civile debba a quella militare. Divise
d’ordinanza a parte, difficilmente qualcuno potrà
mai eguagliarlo nell'interpretare e abbinare il blazer, non
a caso una giacca direttamente derivata dalla marina di Sua
Maestà britannica. Disse del suo volto che era la combinazione
tra due libbre di alibut e l’esplosione in un vecchio
armadio, eppure proprio nello sguardo si intendono tutte le
sue attitudini e trovano origine tutti i suoi successi. Sapeva
distillare un sorriso di supremazia spirituale, indisponente
per gli altri personaggi del film quanto gradito allo spettatore,
che era trascinato a parteciparne. Quando qualcuno sembrava
averlo gabbato o qualcosa andava storto, sotto il curatissimo
baffo il sorriso non accusava alcun cedimento. Sul nemico
che credeva di averne avuto ragione, sul contraddittore che
pretendeva di saperne più di lui, rovesciava lo sguardo
ironico di chi conosce la cosa più importante: come
andrà a finire. Se il silenzio inglese era ed è
meticolosamente rispettato per essere sacrificato per occasioni
o persone speciali, la sua voce non lo ruppe come fa una sirena,
ma come un uccello in volo.
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