Questa ricerca terminologica può risultare ingombrante, ma per vedere bene in fila i concetti di stile, classe, fascino e grazia, così spesso utilizzati in modo incoerente, valeva forse la pena di fare un piccolo sforzo. C'è inoltre in questo preambolo uno scopo: spiegare come mai tra poche righe avremo avuto così clamorosamente torto. Quando abbiamo parlato dello stile inglese, si è detto che le sue suo capo-simbolo, rifugge ad un nodo stretto e durevole. Cerca ed ottiene la compostezza, ma grazie alla complicità del colore e della leggerezza evita ogni rigore. Se la cravatta è uno slalom tra i paletti del formalismo, il cahe-col è una discesa libera sulla china della fantasia. Possiamo però dire che nel guardaroba maschile questo capo non abbia una grande storia ed in pratica si affermi e tramonti in

fondamenta sono nell'understatement, che sarebbe la segregazione della vanità in un livello profondo, dove possa funzionare di nascosto e senza far rumore. Orbene, David Niven è sempre evidentemente compiaciuto del suo aspetto, del portamento, del più piccolo accessorio. Nonostante ciò, stiamo per proporlo ed anzi lo proponiamo tra i più brillanti esempi del British Style. Se la definizione di quest'ultimo, proposta solo un mese fa, non è completamente errata, questa contraddizione deve trovare una spiegazione. In termini di pura osservazione, impietosa, statica e scientifica, David Niven potrebbe essere definito un damerino. Amava presentarsi sempre leggermente overdressed, situazione che gli inglesi temono almeno quanto una tassa sui toast imburrati. L'atteggiamento non può essere imputato ad esigenze sceniche. Innanzitutto, sino agli anni sessanta, il guardaroba degli attori era in massima parte una scelta personale e non della produzione. Inoltre, nessuno dubiterà che gli abiti coi quali si mostrò fossero quelli che veramente gli appartenevano, descrivendolo. Guardando le immagini in movimento, sembra però di assistere al miracolo di un tricheco che nuota. Non è più lo stesso. Una classe cristallina gli permise di celare sotto un semplice velo, quello della naturalezza, ciò che un'intera civiltà nascondeva sotto le spesse mura delle convenienze. Quel tocco speciale che gli consentiva di osare si rivela specialmente nei film storici, dove i costumi più impegnativi sembrano su di lui abiti per passeggiare in centro. Tale è il potere della leggerezza, ma egli trovò un altro formidabile alleato in quell'humour scanzonato di cui si sente molto la mancanza. La sua estetica così ricercata, vista attraverso questa lente, appare un gioco infantile e pertanto purissimo. Del resto appare evidente come anche nelle tenute più acrobatiche egli si muova ad altezze vertiginose come se camminasse a dieci centimetri dal suolo, perché un bambino non solo non ha paura di cadere, ma si avventura sul filo anche se nessuno lo guarda. Nessun esibizionismo, nessuna competizione o esibizione. Su quella passerella su cui si mosse per tutta la vita, sembrava camminasse in discesa. Questa mancanza di gravità non limitò l'influenza del suo stile, che dalla giusta distanza di tempo possiamo adeguatamente valutare. Certamente gli si può ascrivere il successo che il cache-col ebbe dagli anni sessanta sino all'inizio degli ottanta. Questa striscia di seta senza imbottiture e fodere che fu un

 

sincronia con sir Charles Litton, il ladro gentiluomo della fortunata serie della Pantera Rosa. Ma il signor Niven fece anche altro. Già la piaga dell'over-size, sbarcata dall'America, stava distruggendo in nome della riduzione delle taglie gran parte del repertorio espressivo e del fascino della maglieria, quando, senza che tutti se ne accorgessero, il nostro mostrò al mondo tutta la sua bellezza. Ne seppe esplorare ogni angolo, in lana e in cotone, indossandola tesa, corta e aderente come nella grande tradizione inglese. In particolare gli deve molto il cardigan, che percorse una parabola non dissimile da quella del cache-col. Qualcuno dirà che fosse Niven a seguire la moda, ma a noi piace pensare che fosse il contrario. Dominò con sicurezza ogni capo-spalla, sportivo, formale o informale che fosse e fu un vero virtuoso tanto nell’indossare capi drammatici a tre pezzi che nelle tenute sportive con abbronzatura ed espadrillas. Solo Chaplin, Totò e Astaire indossarono le code con altrettanta naturalezza e va considerato che tra essi sostenne il compito più difficile, essendo il più giovane. Fred Astaire morì dopo di lui, ma era nato undici anni prima. Il portamento assunto al collegio e nella fanteria scozzese lo resero inimitabile negli abiti marziali ed è osservando un simile fuoriclasse che si può cominciare a riflettere su quanto l'estetica civile debba a quella militare. Divise d’ordinanza a parte, difficilmente qualcuno potrà mai eguagliarlo nell'interpretare e abbinare il blazer, non a caso una giacca direttamente derivata dalla marina di Sua Maestà britannica. Disse del suo volto che era la combinazione tra due libbre di alibut e l’esplosione in un vecchio armadio, eppure proprio nello sguardo si intendono tutte le sue attitudini e trovano origine tutti i suoi successi. Sapeva distillare un sorriso di supremazia spirituale, indisponente per gli altri personaggi del film quanto gradito allo spettatore, che era trascinato a parteciparne. Quando qualcuno sembrava averlo gabbato o qualcosa andava storto, sotto il curatissimo baffo il sorriso non accusava alcun cedimento. Sul nemico che credeva di averne avuto ragione, sul contraddittore che pretendeva di saperne più di lui, rovesciava lo sguardo ironico di chi conosce la cosa più importante: come andrà a finire. Se il silenzio inglese era ed è meticolosamente rispettato per essere sacrificato per occasioni o persone speciali, la sua voce non lo ruppe come fa una sirena, ma come un uccello in volo.

 
SOPRA L'ATTORE INGLESE IN DIVISA (NELLA VITA REALE SI ARRUOLO' GIOVANISSIMO NELLA
HIGLAND LIGHT INFANTRY E, IN SEGUITO, COMBATTE' NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE).
A DESTRA, UN'ALTRA TESTIMONIANZA DEL PERFETTO STILE DI NIVEN.
 
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