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Non
so se valga la pena di dirvi quello che vi dirò perché ho
la chiara coscienza di parlare a una massa di idioti con il cervello andato
in acqua e basta guardarvi in faccia per capire che non capirete nulla.
Vi piace questo inizio? Si tratta di un caso di captatio malevolentiae,
e cioè dell'uso di una figura retorica che non esiste e non può
esistere, la quale mira a inimicarsi l'uditorio e a mal disporlo verso il
parlante. Tra parentesi, credevo di avere inventato io anni fa la captatio
malevolentiae per definire il tipico atteggiamento di un amico, ma poi -
controllando su Internet - ho visto che ormai esistono molti siti dove la
captatio malevolentiae viene citata, e non so se si tratti di disseminazione
della mia proposta o di poligenesi letteraria (che si ha quando la stessa
idea viene a persone diverse in luoghi diversi e nello stesso tempo). Badate
che tutto sarebbe stato diverso se io avessi iniziato in questo modo:
"Non so se valga la pena di dirvi quello che vi dirò perché
ho la chiara coscienza di parlare a una massa di idioti con il cervello
andato in acqua, ma parlo solo per rispetto verso quei due o tre di voi
presenti in questa sala che non appartengono alla maggioranza degli imbecilli".
Questo sarebbe un caso (sia pure estremo e pericoloso) di captatio benevolentiae,
perché ciascuno di voi sarebbe automaticamente persuaso di essere
uno di quei due o tre e, guardando con disprezzo tutti gli altri, mi seguireste
con affettuosa complicità. La captatio benevolentiae è un
artificio retorico che consiste, come ormai avrete capito, nel conquistarsi
subito la simpatia dell'interlocutore. Sono forme comuni di captatio l'esordio
"è per me un onore parlare a un pubblico così qualificato"
ed è captatio consueta (tanto da essersi ribaltata talora nel suo
uso ironico) il "come lei m'insegna..." dove, nel ricordare
qualcuno qualcosa che non sa o ha dimenticato, si premette che si ha quasi
vergogna a ripeterlo perché evidentemente l'interlocutore è
il primo a saperlo.
Perché in retorica si insegna la captatio benevolentiae? Come voi
tutti m'insegnate, la retorica non è quella cosa talora ritenuta
disdicevole, per cui noi usiamo paroloni inutili o ci profondiamo in appelli
emotivi esagerati e non è neppure, come vuole una lamentevole vulgata,
un'arte sofistica - o almeno, i sofisti greci che la praticavano non erano
quei mascalzoni che ci presenta spesso una cattiva manualistica. Peraltro
il grande maestro di una buona arte retorica è stato proprio Aristotele,
e Platone (malgrado un testo malizioso che vi verrà letto) nei
suoi dialoghi usava artifici retorici raffinatissimi, e li usava per polemizzare
contro i sofisti.
La retorica è una tecnica della persuasione, e di nuovo la persuasione
non è una cosa cattiva, anche se si può persuadere qualcuno
con arti riprovevoli a fare qualcosa contro il proprio interesse. Una
tecnica della persuasione è stata elaborata e studiata perché
su pochissime cose si può convincere l'uditore attraverso ragionamenti
apodittici. Una volta stabilito che cosa sia un angolo, un lato, un'area,
un triangolo, nessuno può mettere in dubbio la dimostrazione del
teorema di Pitagora. Ma, per la maggior parte delle cose della vita quotidiana,
si discute intorno a cose circa le quali si possono avere diverse opinioni.
La retorica antica si distingueva in giudiziaria (e in tribunale è
discutibile se un dato indizio sia probante o meno), deliberativa (che
è quella dei parlamenti e delle assemblee, in cui si dibatte per
esempio se sia giusto costruire la variante di valico, rifare l'ascensore
del condominio, votare per Tizio piuttosto che per Caio) ed epidittica,
e cioè in lode o in biasimo di qualcosa, e tutti siamo d'accordo
che non esistono leggi matematiche per stabilire se sia stato più
affascinante Gary Cooper piuttosto che Humphrey Bogart, se lavino più
bianco l'Omo o il Dash, se Irene Pivetti appaia più femminile di
Platinette.
Siccome per la maggior parte dei dibattiti di questo mondo si argomenta
intorno a questioni che sono oggetto di dibattito, la tecnica retorica
insegna a trovare le opinioni sulle quali concorda la maggior parte degli
uditori, a elaborare dei ragionamenti che siano difficilmente contestabili,
ad usare il linguaggio più appropriato per convincere della bontà
della propria proposta, ed anche a suscitare nell'uditorio le emozioni
appropriate al trionfo della nostra argomentazione, compresa la captatio
benevolentiae. Naturalmente ci sono dei discorsi persuasivi che possono
essere facilmente smontati in base a discorsi più persuasivi ancora,
mostrando i limiti di un'argomentazione. Voi tutti (captatio) conoscete
forse quella pubblicità immaginaria che dice "mangiate merda,
milioni di mosche non possono sbagliarsi", e che viene usata talora
per contestare che le maggioranze abbiano sempre ragione. L'argomento
può essere confutato chiedendo se le mosche prediligano lo sterco
animale per ragioni di gusto o per ragioni di necessità. Si domanderà
allora se, cospargendo campi e strade di caviale e miele, le mosche non
sarebbero forse maggiormente attirate da queste sostanze, e si ricorderà
che la premessa "tutti quelli che mangiano qualcosa è perché
la amano" è contraddetta da infiniti casi in cui le persone
sono costrette a mangiare cose che non amano, come avviene nelle carceri,
negli ospedali, nell'esercito, durante le carestie e gli assedi, e nel
corso di cure dietetiche.
Ma questo punto è chiaro perché la captatio malevolentiae
non può essere un artificio retorico. La retorica tende a ottenere
consenso, e quindi non può apprezzare esordi che scatenino immediatamente
il dissenso. La retorica tende a ottenere consenso. Pertanto è
tecnica che non può che fiorire in società libere e democratiche,
compresa quella democrazia certamente imperfetta che era quella della
Atene antica. Se io posso imporre qualcosa con la forza, non ho bisogno
di richiedere il consenso: rapinatori, strupratori, saccheggiatori di
città, kapò di Auschwitz non hanno mai avuto bisogno di
usare tecniche retoriche. Sarebbe allora facile stabilire una linea di
confine: ci sono culture e paesi in cui il potere si regge sul consenso,
ed in essi si usano tecniche di persuasione, e ci sono paesi dispotici
dove vale solo la legge della forza e della prevaricazione, e in cui non
è necessario persuadere nessuno. Ma le cose non sono così
semplici, ed ecco perché questa sera parleremo della retorica della
prevaricazione. Se, come dice il dizionario, prevaricare significa abusare
del proprio potere per trarne vantaggi contro l'interesse della vittima,
agire contrariamente all'onestà trasgredendo i limiti del lecito,
sovente chi prevarica, sapendo di prevaricare, vuole in qualche modo legittimare
il proprio gesto e persino - come avviene nei regimi dittatoriali - ottenere
consenso da parte di chi soffre la prevaricazione, o trovare qualcuno
che sia disposto a giustificarla. Pertanto si può prevaricare ed
usare argomenti retorici per giustificare il proprio abuso di potere.
Uno degli esempi classici di pseudo-retorica della prevaricazione ci è
dato dalla favola del lupo e dell'agnello di Fedro. Anche se tra poco
ve la leggeranno è indispensabile ricordarla bene e subito.
"Un lupo ed un agnello, spinti dalla sete, erano giunti allo stesso
ruscello. Più in alto si fermò il lupo, molto più
in basso si mise l'agnello. Allora quel furfante, spinto dalla sua sfrenata
golosità, cercò un pretesto di litigio.- Perché -
disse - intorbidi l'acqua che sto bevendo? Pieno di timore, l'agnello
rispose: - Scusa, come posso fare ciò? Io bevo l'acqua che passa
prima da te."
Come si vede l'agnello non manca di astuzia retorica e di fronte a un'argomentazione
debole del lupo, sa come confutarla, e proprio in base a all'opinione
compartecipata dalle persone di buon senso per cui l'acqua trascina detriti
e impurità da monte a valle e non da valle a monte. Di fronte alla
confutazione dell'agnello, il lupo ricorre ad altro argomento.
"E quello, sconfitto dall'evidenza del fatto, disse: - Sei mesi fa
hai parlato male di me.
E l'agnello ribatté: - Ma se ancora non ero nato!"
Altra bella mossa da parte dell'agnello, a cui il lupo risponde cambiando
ancora giustificazione.
"- Per Ercole, fu tuo padre, a parlar male di me - disse il lupo.
E subito gli saltò addosso e lo sbranò fino ad ucciderlo
ingiustamente. Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono
gli innocenti con falsi pretesti."
La favola ci dice due cose. Che chi prevarica cerca anzitutto di legittimarsi.
Se la legittimazione viene confutata, oppone alla retorica il non argomento
della forza. Naturalmente la favola di Fedro ci offre una caricatura del
prevaricatore in quanto retore, perché il povero lupo usa solo
argomenti deboli, ma al tempo stesso ci offre un'immagine forte del prevaricatore
forte. Badate che la favola di Fedro non racconta qualcosa d'irreale.
In effetti, nel resto della mia conferenza cercherò di individuare
tecniche attraverso le quali la situazione si ripropone nel corso della
storia, sia pure in forme più raffinate. Abbiamo visto che il lupo
usa argomenti speciosi, ma non è che l'agnello dia prova, nel confutarli,
di grande sottigliezza. La falsità degli argomenti del lupo sta
sotto gli occhi di tutti. Talora però gli argomenti sono più
sottili perché sembrano prendere come punto di partenza un'opinione
compartecipata dai più, quelli che la retorica greca chiamava un
endoxon, e su quelli lavora, nascondendo la tecnica della petitio principii,
in base alla quale si usa come argomento probante la tesi che si doveva
dimostrare, oppure si confuta un argomento usando come prova ciò
che l'argomento voleva confutare. Leggiamoci questo brano:
"Di quando in quando i giornali illustrati mettono sotto gli occhi
del piccolo borghese (...) una notizia: qua o là, per la prima
volta, che un Negro è diventato avvocato, professore, o pastore
o alcunché di simile. Mentre la sciocca borghesia prende notizia
con stupore d'un così prodigioso addestramento, piena di rispetto
per questo favoloso risultato della pedagogia moderna, l'ebreo, molto
scaltro, sa costruire con ciò una nuova prova della giustezza della
teoria, da inocularsi ai popoli, della eguaglianza degli uomini. Il nostro
decadente mondo borghese non sospetta che qui in verità si commette
un peccato contro la ragione; che è una colpevole follia quella
di ammaestrare una mezza scimmia in modo che si creda di averne fatto
un avvocato, mentre milioni di appartenenti alla più alta razza
civile debbono restare in posti incivili e indegni. Si pecca contro la
volontà dell'Eterno Creatore lasciando languire nell'odierno pantano
proletario centinaia e centinaia delle sue più nobili creature
per addestrare a professioni intellettuali Ottentotti, Cafri e Zulù.
Perché qui si tratta proprio d'un addestramento, come nel caso
del cane, e non di un 'perfezionamento' scientifico. La stessa diligenza
e fatica, impiegata su razze intelligenti, renderebbe gli individui mille
volte più capaci di simili prestazioni. ... Sì, è
insopportabile il pensiero che ogni anno centomila individui privi d'ogni
talento siano ritenuti degni d'un'educazione elevata, mentre altre centinaia
di migliaia, dotati di belle qualità, restano prive d'istruzione
superiore. Inapprezzabile è la perdita che così soffre la
nazione".
Di chi è questo brano? Di Bossi? Di Borghezio? Di un ministro del
nostro governo? L'ipotesi non sarebbe inverosimile, ma il brano è
di Adolf Hitler, da Mein Kampf. Hitler, per preparare la sua campagna
razzista, si trova a dover confutare un argomento molto forte contro l'inferiorità
di alcune razze, e cioè che, se un africano viene messo in condizioni
di imparare, si rivela altrettanto prensile e capace di un europeo, dimostrando
così che non appartiene a una razza inferiore. Come confuta Hitler
questo argomento? Dicendo: ma come è possibile che un essere inferiore
impari? Evidentemente è stato sottoposto ad addestramento meccanico
come avviene con gli animali da circo. Pertanto l'argomento, che tendeva
a dimostrare che i neri non erano animali, viene confutato ricorrendo
all'opinione, che certamente i suoi lettori radicatamente condividevano,
che i neri siano animali.
Ma torniamo al nostro lupo. Esso, per divorare l'agnello, cerca un casus
belli, cerca cioè di convincere l'agnello, o gli astanti, e forse
persino se stesso, che egli mangia l'agnello perché gli ha fatto
un torto. Questa è la seconda forma di una retorica della prevaricazione.
La storia dei casus belli nel corso della Storia mette, infatti, in scena
dei lupi un poco più avveduti. Tipico è il casus belli che
ha dato origine alla prima guerra mondiale.
Nell'Europa del 1914 esistevano tutti presupposti per una guerra: anzitutto
una forte concorrenza economica fra le grandi potenze: il progresso dell'impero
tedesco sui grandi mercati inquietava la Gran Bretagna; la Francia vedeva
con preoccupazione la penetrazione tedesca nelle colonie africane; la
Germania soffriva di un complesso di accerchiamento, ritenendosi ingiustamente
soffocata nelle sue ambizioni internazionali; la Russia si eleggeva a
protettrice dei paesi balcanici e si confrontava con l'impero austro ungarico.
Di qui la corsa agli armamenti, i moti nazionalistici e interventisti
nei dei singoli paesi. Ciascun paese aveva interesse a fare una guerra,
ma nessuna di queste premesse la giustificava.
Siccome chiunque l'avesse dichiarata sarebbe apparso come inteso a difendere
interessi nazionali e a prevalere sugli interessi delle altre nazioni,
ci voleva un pretesto. Ed ecco che, a Sarajevo, il 28 giugno 1914, uno
studente bosniaco uccide in un attentato l'arciduca ereditario d'Austria-Ungheria
Francesco Ferdinando e la consorte. E' ovvio che il gesto di un fanatico
non coinvolge un intero paese, ma l'Austria coglie la palla al balzo.
D'accordo con la Germania, attribuisce al governo Serbo la responsabilità
dell'eccidio, e indirizza a Belgrado il 23 luglio un duro ultimatum alla
Serbia, ritenuta responsabile di un piano antiaustriaco. La Russia assicura
subito il proprio sostegno alla Serbia, la quale risponde all'ultimatum
in modo abbastanza conciliante, ma bandisce al tempo stesso la mobilitazione
generale. A questo punto l'Austria dichiara guerra alla Serbia, senza
attendere una proposta di mediazione presentata dall'Inghilterra. In breve
tempo tutti gli stati europei entrano in guerra. Per fortuna c'è
stata la Seconda Guerra Mondiale coi suoi cinquanta milioni di morti,
altrimenti la Prima avrebbe avuto il primato tra tutte le tragiche follie
della Storia.
L'Austria, paese civile e illuminato, aveva cercato un pretesto forte.
Alla fin fine era stato ucciso il principe ereditario e di fronte a un
fatto così evidente bastava inferirne che il gesto di Prinzip non
era stato isolato ma era stato ispirato dal governo Serbo. Argomento indimostrabile,
ma dotato di una certa presa emotiva. E questo ci porta a un'altra forma
di giustificazione della prevaricazione, il ricorso alla sindrome del
complotto.
Uno dei primi argomenti che si usano per scatenare una guerra o dare inizio
a una persecuzione è l'idea che si debba reagire a un complotto
ordito contro di noi, il nostro gruppo, il nostro paese, la nostra civiltà.
Il caso dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, il libello che è
servito di giustificazione allo sterminio degli ebrei, è un tipico
caso di teoria del complotto. Ma la teoria del complotto è ben
più antica. Popper vi ha scritto un bellissimo saggio, spiegando
che:
"detta teoria, più primitiva di molte forme di teismo, è
simile a quella rilevabile in Omero. Questi concepiva il potere degli
dèi in modo che tutto ciò che accadeva nella pianura davanti
a Troia costituiva soltanto un riflesso delle molteplici cospirazioni
tramate nell'Olimpo. La teoria sociale della cospirazione è in
effetti una versione di questo teismo, della credenza, cioè, in
divinità i cui capricci o voleri reggono ogni cosa. Essa è
una conseguenza del venir meno del riferimento a dio, e della conseguente
domanda: 'Chi c'è al suo posto?'. Quest'ultimo è ora occupato
da diversi uomini e gruppi potenti - sinistri gruppi di pressione, cui
si può imputare di avere organizzato la grande depressione e tutti
il mali di cui soffriamo. La teoria sociale della cospirazione è
molto diffusa, e contiene molto poco di vero. Soltanto quando i teorizzatori
della cospirazione giungono al potere, essa assume il carattere di una
teoria descrivente eventi reali. Per esempio, quando Hitler conquistò
il potere, credendo nel mito della cospirazione dei Savi Anziani di Sion,
egli cercò di non essere da meno con la propria contro-cospirazione."
In genere le dittature, per mantenere il consenso popolare intorno alle
loro decisioni, denunciano l'esistenza di un paese, un gruppo, una razza,
una società segreta che cospirerebbe contro l'integrità
del popolo dominato dal dittatore. In genere ogni forma di populismo,
anche contemporaneo, cerca di ottenere il consenso parlando di una minaccia
che viene dall'esterno, o da gruppi interni. Ma chi ha saputo creare intorno
ai propri casus belli un efficace contorno di teoria del complotto non
è stato solo Hitler, che sul complotto giudaico ha fondato non
solo il massacro degli ebrei ma anche tutta la sua politica di conquista
contro quelle che la stampa italiana chiamava le plutocrazie demogiudaiche.
Un abile miscelatore di casus belli e teoria del complotto è stato
Mussolini. Prendiamo come ottimo esempio il discorso dell'ottobre 1935
nel quale il Duce annunciava l'inizio della conquista dell'Etiopia. L'Italia,
poco dopo l'unificazione, aveva cercato di emulare gli altri stati europei
procurandosi delle colonie. Non giudichiamo la bontà di questa
pretesa, che nel XIX secolo non era messa in discussione, dato che vigeva
l'ideologia del fardello civilizzatore dell'uomo bianco, come aveva detto
Kipling. Diciamo che, essendosi stanziata in Somalia ed Eritrea l'Italia
aveva a più riprese cercato di sottomettere l'Etiopia, ma si era
scontrata con un paese di antichissima civiltà cristiana, che un
tempo era stato identificato dagli europei con il favoloso impero del
prete Gianni, e che, a modo proprio, cercava di aprirsi alla civiltà
occidentale.
Nel 1895 gli italiani avevano subito la sconfitta di Adua, e da allora
era stata costretta a riconoscere l'indipendenza dell'Abissinia esercitandovi
una sorta di protettorato e conservando alcune teste di ponte nel suo
territorio. Ma ai tempi del fascismo già Ras Tafari aveva cercato
di fare evolvere il suo paese da una situazione ancora feudale verso forme
più moderne e in seguito Hailè Selassiè aveva compreso
che l'unica possibilità di salvare l'ultimo stato sovrano d'Africa
era la modernizzazione. Naturalmente il Negus, per contrastare la penetrazione
di tecnici italiani, aveva chiamato nel paese tecnici e consiglieri da
Francia, Inghilterra, Belgio e Svezia, per il riordinamento dell'esercito,
per l'addestramento all'uso delle nuove armi e dell'aviazione. Per il
fascismo non si trattava di civilizzare un paese che già stava
faticosamente percorrendo le vie dell'occidentalizzazione parziale (e,
ripeto, non vi era neppure il pretesto religioso che potesse opporre la
missione civilizzatrice di un paese cristiano a una cultura di idolatri):
si trattava semplicemente di difendere degli interessi economici. Pertanto
la decisione di invadere l'Etiopia non poteva che nascere, anche qui,
da un casus belli.
Esso era stato dato dal controllo della zona di Ual-Ual, fortificata dagli
italiani per controllare una ventina di pozzi, risorsa essenziale per
le popolazioni nomadi dell'Ogaden. Il possesso della zona non era riconosciuto
dall'Etiopia e preoccupava l'Inghilterra che aveva colonie confinanti.
In breve, succede un incidente: il 24 novembre 1934 una commissione mista
anglo-etiopica si avvicina ai pozzi, accompagnata da centinaia di abissini
armati, che pretendono l'abbandono della postazione. Intervengono altre
forze italiane, compresa l'aviazione. Gli inglesi esprimono una protesta
e se ne vanno, rimangono gli abissini, scoppia uno scontro. Trecento morti
fra gli abissini, muoiono ventuno dubat, truppe coloniali italiane, e
si contano un centinaio di feriti fra gli italiani. Come tanti scontri
di frontiera anche questo avrebbe potuto risolversi per vie diplomatiche
(in fondo il punteggio Italia - Abissinia era stato, in termini di morti,
di quattordici a uno), ma per Mussolini era il pretesto che cercava da
tempo. Vediamo con quale retorica egli si legittimi di fronte al popolo
italiano ed al mondo nel suo discorso del 2 ottobre 1935, dal balcone
di Palazzo Venezia.
"Camicie Nere della Rivoluzione! Uomini donne di tutta Italia! Italiani
sparsi nel mondo, oltre i monti e oltre i mari: ascoltate! Un'ora solenne
sta per scoccare nella storia della Patria. Venti milioni di uomini occupano
in questo momento le piazze di tutta Italia. Mai si vide nella storia
del genere umano, spettacolo più gigantesco. Venti milioni di uomini:
un cuore solo, una volontà sola, una decisione sola. Da molti mesi
la ruota del destino, sotto l'impulso della nostra calma determinazione,
si muove verso la mèta... Non è soltanto un esercito che
tende verso i suoi obiettivi, ma è un popolo intero di 44 milioni
di anime, contro il quale si tenta di consumare la più nera delle
ingiustizie: quella di toglierci un po' di posto al sole. Quando nel 1915
l'Italia si gettò allo sbaraglio e confuse le sue sorti con quelle
degli alleati, quante esaltazioni del nostro coraggio e quante promesse!
Ma, dopo la Vittoria comune, alla quale l'Italia aveva dato il contributo
supremo di 670.000 morti, 400.000 mutilati, e un milione di feriti, attorno
al tavolo della pace esosa non toccarono all'Italia che scarse briciole
del ricco bottino coloniale.
Abbiamo pazientato 13 anni durante i quali si è ancora più
stretto il cerchio degli egoismi che soffocano la nostra vitalità.
Con l'Etiopia abbiamo pazientato 40 anni! Ora basta!
Ma sia detto ancora una volta, nella maniera più categorica e io
ne prendo in questo momento impegno sacro davanti a voi che noi faremo
tutto il possibile perché questo conflitto di carattere coloniale
non assuma il carattere e la portata di un conflitto europeo.
Mai come in questa epoca storica il Popolo italiano ha rivelato le qualità
del suo spirito e la potenza del suo carattere. Ed è contro questo
Popolo al quale l'umanità deve talune delle sue più grandi
conquiste, ed è contro questo Popolo di poeti, di artisti, di eroi,
di santi, di navigatori, di trasmigratori, è contro questo Popolo
che si osa parlare di sanzioni!
Rileggiamo i punti salienti di questo discorso. Anzitutto una legittimazione
per volontà popolare. Mussolini sta decidendo per contro proprio,
ma la presenza, presunta, di venti milioni di italiani adunati nelle varie
piazze sposta su di essi la decisione del conflitto. In secondo luogo
la decisione avviene perché così vuole la ruota del destino.
Il Duce, e gli italiani con lui, fanno quello che fanno perché
interpretano i decreti del Fato. In terzo luogo la volontà di impossessarsi
della colonia etiopica viene presentata come la volontà di opporsi
a un furto: essi vogliono toglierci un poco di posto al sole. In verità
essi (e cioè i paesi europei che avevano dichiarato le sanzioni
contro l'Italia) volevano che essa non prendesse qualcosa che non era
suo.
Lasciamo perdere la domanda circa gli interessi nazionali che gli altri
paesi perseguivano nell'opporsi all'invasione italiana. Sta di fatto che
non volevano toglierci una nostra proprietà, si opponevano a che
rubassimo quella altrui.
Ma ecco che emerge l'appello alla teoria del complotto. L'Italia proletaria
è affamata dalla cospirazione delle potenze demo - pluto - giudaiche,
ispirate naturalmente dal capitalismo ebraico. Infatti segue un appello
alla frustrazione nazionalistica, con la ripresa del tema della vittoria
mutilata. Noi abbiamo vinto una guerra mondiale e non abbiamo avuto quello
a cui avevamo diritto. Di fatto avevamo esplicitamente fatto la guerra
per riprenderci Trento e Trieste e li avevamo avuti. Ma glissons. E' solo
con l'appello a una frustrazione comune (la sindrome del complotto prevede
sempre un complesso di persecuzione) che si rende emotivamente necessario
e comprensibile il colpo di scena finale: con l'Etiopia abbiamo pazientato
quarant'anni e ora basta. Ci si potrebbe chiedere se anche l'Etiopia non
avesse pazientato con noi, visto che noi andavamo a casa sua mentre essa
non aveva né l'idea né la possibilità di venire a
casa nostra. Ma tant'è, il colpo di scena funziona, la folla esplode
in boati di soddisfazione perché quando ce vo' ce vo'. In conclusione
- e questa è una mossa retorica originale - la captatio benevolentiae
non appare all'inizio ma alla fine. Questo popolo perseguitato e disprezzato
la cui volontà deve legittimare l'invasione ha delle qualità
di spirito e potenza di carattere, ed è per eccellenza popolo di
poeti, artisti, eroi, santi e navigatori. Come se Shakespeare, i costruttori
delle cattedrali gotiche, Giovanna d'Arco e Magellano fossero nati tutti
tra Bergamo e Trapani.
Mussolini e Hitler non sono stati gli ultimi a riprendere la teoria del
complotto. So che tutti in questo momento state pensando a Berlusconi,
che della teoria rimane però un pallido ripetitore. Ben più
preoccupante è la ripresa dei Protocolli e del complotto giudaico
per giustificare il terrorismo arabo. Dopo decenni e decenni che i Protocolli
sono stati dimostrati un falso (costruito gradatamente nell'Ottocento
da gesuiti legittimisti, polizie segrete francese e russa), basta che
visitiate i siti Internet in cui essi vengono riproposti e controlliate
la diffusione anche ufficiale che hanno nel mondo arabo.
Per non intristirvi, vi citerò un'ennesima variazione della teoria,
che apprendo da un articolo di Massimo Introvigne, studioso di sette di
ogni genere, del gennaio scorso ("Il giornale", 17 gennaio 2004),
"I Pokémon? Sono un complotto giudaico-massonico". Pare
dunque che il governo dell'Arabia Saudita avesse vietato i Pokémon
nel 2001. Ora una lunga fatwa dello shaykh Yusuf al-Qaradawi, del dicembre
2003 ci dà le motivazioni della sentenza saudita del 2001. Esiliato
da Nasser negli anni 1970, al-Qaradawi vive in Qatar dove è considerato
il più autorevole dei predicatori che parlano dalla rete televisiva
al-Jazeera. Non solo: nel mondo cattolico ai massimi livelli molti lo
considerano un interlocutore indispensabile nel dialogo con l'Islam. Ora
questa autorità religiosa afferma che i Pokemon vanno condannati
perché "si evolvono", e cioè in determinate condizioni
si trasformano in un personaggio con maggiori poteri. Attraverso questo
espediente, assicura al-Qaradawi, "si instilla nelle giovani menti
la teoria di Darwin", tanto più che i personaggi lottano "in
battaglie dove sopravvive chi si adatta meglio all'ambiente: un altro
dei dogmi di Darwin". Inoltre, il Corano vieta la rappresentazione
di animali immaginari. I Pokémon sono anche protagonisti di un
gioco di carte, e questi giochi sono vietati dalla legge islamica come
"residuati della barbarie pre-islamica". Ma nei Pokémon
si vedono anche "simboli il cui significato è ben noto a chi
li diffonde, come la stella a sei punte, un emblema che ha a che fare
con i sionisti e con i massoni e che è diventato il simbolo del
canceroso e usurpatore Stato di Israele. Ci sono anche altri segni, come
i triangoli, che fanno chiaro riferimento ai massoni, e simboli dell'ateismo
e della religione giapponese". Questi simboli non possono che traviare
i bambini musulmani, ed è questo il loro scopo. È perfino
possibile che certe frasi giapponesi dette velocemente nei cartoni animati
significhino "Sono un ebreo" o "Diventa ebreo": ma
la questione è "controversa" e al-Qaradawi non lo afferma
con sicurezza. State attenti, per i fanatici il complotto e la cospirazione
dell'Altro si annidano dappertutto.
Ritorniamo all'Austria e a Mussolini. In quei casi il casus belli, esisteva,
sia pure magnificato ad arte. Ci sono casi in cui viene creato ex novo.
Io non voglio partecipare - per rispetto delle diverse opinioni dei miei
ascoltatori - alla discussione in corso sul fatto se Saddam avesse davvero
le armi di distruzione di massa che hanno giustificato l'attacco all'Iraq.
Mi rifaccio piuttosto ad alcuni testi di quei gruppi di pressione americani
detti neo conservatori, i quali sostengono, non senza ragioni, che gli
Stati Uniti, essendo il paese democratico più potente del mondo,
ha non solo il diritto ma anche il dovere di intervenire per garantire
quella che comunemente viene detta la pax americana. Ora nei vari documenti
elaborati dai neoconservatori si era da tempo fatta strada l'idea che
gli Stati Uniti avevano dato prova di debolezza non portando a termine,
ai tempi della prima guerra del Golfo, l'occupazione di tutto l'Iraq e
la deposizione di Saddam e, specialmente dopo la tragedia dell'undici
settembre, si sosteneva che l'unico modo per tenere a freno il fondamentalismo
arabo fosse dare una prova di forza dimostrando che la più grande
potenza del mondo era in grado di distruggere i suoi nemici. Pertanto
si rendevano indispensabili l'occupazione dell'Iraq e la deposizione di
Saddam, non solo per difendere gli interessi petroliferi americani in
quella zona, ma per dare un esempio di forza e di temibilità.
Non intendo discutere questa tesi, che ha anche delle ragioni di Realpolitik.
Ma ecco la lettera inviata al presidente Clinton il 26 gennaio 1998 dai
massimi esponenti del Project for the New American Century, punta di diamante
dei neo cons, e firmato tra gli altri da Francis Fukuyama, Robert Kagan
e Donald Rumsfeld.
"Non possiamo più contare sui nostri alleati per continuare
a far rispettare le sanzioni o per punire Saddam quando blocca o evade
le ispezioni delle Nazioni Unite. Pertanto la nostra capacità di
assicurare che Saddam Hussein non stia producendo armi di distruzione
di massa è notevolmente diminuita. Anche se dovessimo ricominciare
le ispezioni... l'esperienza ha dimostrato che è difficile se non
impossibile tenere sotto controllo la produzione irachena di armi chimiche
e batteriologiche. Poiché gli ispettori non sono stati in grado
di accedere a molti impianti iracheni per un lungo periodo di tempo, è
ancora più improbabile che riusciranno a scoprire tutti i segreti
di Saddam... L'unica strategia accettabile è quella di eliminare
la possibilità che l'Iraq diventi capace di usare o minacciare.
Nel breve periodo questo richiede la disponibilità a intraprendere
una campagna militare... Nel lungo periodo significa destituire Saddam
Hussein e il suo regime... ... Crediamo che gli Stati Uniti siano autorizzati,
all'interno delle esistenti risoluzioni dell'Onu, a compiere i passi necessari,
anche in campo militare, per proteggere i nostri interessi vitali nel
Golfo."
Il testo mi pare inequivocabile: per proteggere i nostri interessi nel
Golfo dobbiamo intervenire; per intervenire bisognerebbe poter provare
che Saddam ha armi di distruzione di massa; questo non potrà mai
essere provato con sicurezza; quindi interveniamo in ogni modo. La lettera
non dice che le prove debbono essere inventate, perché i firmatari
sono uomini d'onore. Come si vede questa lettera, ricevuta da Clinton
nel 1998, non ha avuto nessuna influenza diretta sulla politica americana.
Ma alcuni degli stessi firmatari scrivevano il 20 settembre 2001 al presidente
Bush, e quando ormai uno dei firmatari della prima lettera era diventato
ministro della difesa:
"E' possibile che il governo iracheno abbia fornito qualche forma
di assistenza ai recenti attacchi contro gli Stati Uniti. Ma anche se
non ci fossero prove che leghino direttamente l'Iraq all'attacco, qualunque
strategia mirata a sradicare il terrorismo e i suoi sostenitori deve includere
un impegno determinato a destituire Saddam Hussein."
Due anni dopo, il duplice pretesto delle armi e dell'assistenza al fondamentalismo
musulmano è stato usato, con la chiara consapevolezza che, anche
se le armi c'erano, la loro esistenza non era provabile, e che il regime
dittatoriale di Saddam era laico e non fondamentalista. Ancora una volta,
ripeto, non sono qui a giudicare la saggezza politica di questa guerra,
ma ad analizzare le forme di legittimazione di un atto di forza.
Sinora abbiamo esaminato alcuni casi in cui la prevaricazione cerca una
giustificazione puntuale, un casus belli, appunto. Ma l'ultimo passaggio
del discorso mussoliniano cela un altro argomento, di antica tradizione,
che potremmo così sintetizzare: "noi abbiamo il diritto di
prevaricare perché siamo i migliori". Nella sua retorica da
autodidatta Mussolini non poteva che ricorrere all'affermazione piuttosto
kistch che gli italiani erano popolo di poeti, santi e navigatori. Avrebbe
avuto un ben più alto modello, ma non poteva farvi ricorso, perché
rappresentava una lode dell'odiata democrazia.
Il modello era il discorso di Pericle quando stava per iniziare la guerra
del Peloponneso (riportato da Tucidide, La guerra del Peloponneso, II
60-4). Questo discorso è ed è stato inteso nei secoli come
un elogio della democrazia, e in prima istanza è una descrizione
superba di come una nazione possa vivere garantendo la felicità
dei propri concittadini, lo scambio delle idee, la libera deliberazione
delle leggi, il rispetto delle arti e dell'educazione, la tensione verso
l'uguaglianza.
"Abbiamo una forma di governo che non emula le leggi dei vicini,
in quanto noi siamo più d'esempio ad altri che imitatori. E poiché
essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche
persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte
alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta
un piano di parità, mentre per quanto riguarda la considerazione
pubblica nell'amministrazione dello Stato, ciascuno è preferito
a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza
da una classe sociale... E per quanto riguarda la povertà, se uno
può fare qualcosa di buono alla città, non ne è impedito
dall'oscurità del suo rango... Senza danneggiarci reciprocamente
esercitiamo i rapporti privati e nella vita pubblica la reverenza soprattutto
ci impedisce di violare le leggi, in obbedienza a coloro che sono nei
posti di comando, e alle istituzioni poste a tutela di chi subisce ingiustizia,
e in particolare a quelle che, pur essendo non scritte, portano a chi
le infrange una vergogna da tutti riconosciuta... E abbiamo dato al nostro
spirito moltissimo sollievo dalle fatiche, istituendo abitualmente giochi
e feste per tutto l'anno, e avendo belle suppellettili nelle nostre case
private, dalle quali giornalmente deriva il diletto con cui scacciamo
il dolore. E per la sua grandezza, alla città giunge ogni genere
di prodotti da ogni terra, e avviene che noi godiamo dei beni degli altri
uomini con non minor piacere che dei beni di qui.
... Amiamo il bello, ma con compostezza, e ci dedichiamo al sapere, ma
senza debolezza; adoperiamo la ricchezza più per la possibilità
di agire, che essa offre, che per sciocco vanto di discorsi, e la povertà
non è vergognosa ad ammettersi per nessuno, mentre lo è
assai più il non darsi da fare per liberarsene. Riuniamo in noi
la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e
se anche ci dedichiamo ad altre attività, pure non manca in noi
la conoscenza degli interessi pubblici."
Ma a cosa mira questo elogio della democrazia ateniese, idealizzata al
massimo? A legittimare l'egemonia ateniese, sugli altri suoi vicini greci
e sui popoli stranieri. Pericle dipinge in colori affascinanti il modo
di vita di Atene per legittimare il diritto di Atene a imporre la propria
egemonia.
"Se i nostri antenati sono degni di lode, ancora di più lo
sono i nostri padri: non senza fatica aggiunsero quel dominio che ora
è nostro a quello che era stato lasciato loro, e cosi grande lo
lasciarono a noi. Ma l'ampliamento del dominio stesso è opera nostra,
di tutti quanti noi che ci troviamo nell'età matura e che abbiamo
ingrandito la nostra città, sì da renderla preparata da
ogni punto di vista e autosufficiente per la pace e per la guerra. ...
Nelle esercitazioni della guerra noi differiamo dai nemici per i seguenti
motivi. Offriamo la nostra città in comune a tutti, né avviene
che qualche volta con la cacciata degli stranieri noi impediamo a qualcuno
di imparare o di vedere qualcosa (mentre un nemico che potesse vedere
una certa cosa, quando non fosse nascosta, ne trarrebbe un vantaggio).
Ché la nostra fiducia è posta più nell'audacia che
mostriamo verso l'azione (audacia che deriva da noi stessi), che nei preparativi
di difesa e negli inganni. E nell'educazione, gli altri subito fin da
fanciulli cercano con fatiche ed esercizi di raggiungere un carattere
virile, mentre noi, pur vivendo con larghezza, non per questo ci rifiutiamo
di affrontare quei pericoli in cui i nostri nemici sono alla nostra altezza.
Eccone la prova: neppure i Lacedemoni invadono la nostra terra da soli,
ma insieme a tutti gli alleati, e quando noi assaliamo da soli i nostri
vicini, di solito non duriamo fatica a vincere in una terra straniera,
combattendo con della gente che difende i propri beni. Le nostre forze
unite per ora nessun nemico le ha incontrate, perché noi siamo
occupati con la flotta, e contemporaneamente per terra facciamo numerosi
invii di truppe nostre, in molte imprese. Se si scontrano con una piccola
parte di noi e la vincono, si gloriano di averci respinti tutti, mentre
se sono vinti si vantano di esserlo stati da tutti noi. Eppure, se noi
siamo disposti ad affrontare pericoli più col prendere le cose
facilmente che con un esercizio fondato sulla fatica, e con un coraggio
generato in noi non più dalle leggi che dal nostro modo di agire,
da questo fatto ci deriva il vantaggio di non affaticarci anticipando
i dolori che ci attendono, e di non apparire, quando li affrontiamo, più
timidi di coloro che sempre si mettono a dura prova, e per la nostra città
il vantaggio di esser degna di ammirazione per questa e per altre cose."
Questa è un'altra figura, e forse la più avveduta, della
retorica della prevaricazione: noi abbiamo il diritto di imporre la nostra
forza sugli altri perché incarniamo la forma migliore di governo
che esista. Ma lo stesso Tucidide ci offre un'altra e estrema figura della
retorica della prevaricazione, la quale non consiste più nel trovare
pretesti e casus belli, ma direttamente nell'affermare la necessità
e l'inevitabilità della prevaricazione.
Nel corso del loro conflitto con Sparta gli Ateniesi fanno una spedizione
contro l'isola di Melo, colonia spartana che era rimasta neutrale. La
città era piccola, non aveva dichiarato guerra ad Atene, né
si era alleata con i suoi avversari. Bisognava dunque giustificare quell'attacco,
e prima di tutto mostrare che i Meli non accettavano i principi della
ragionevolezza e del realismo politico. Pertanto gli Ateniesi mandano
una delegazione ai Meli e li avvertono che non li distruggeranno se essi
si sottometteranno. I Meli rifiutano, per orgoglio e senso della giustizia
(oggi diremmo: del diritto internazionale) e nel 416 a. C, dopo un lungo
assedio, l'isola viene conquistata. Come scrive Tucidide, "gli ateniesi
uccisero tutti i maschi adulti caduti nelle loro mani e resero schiavi
i fanciulli e le donne". E' Tucidide stesso (ne La guerra del Peloponneso)
a ricostruirci il dialogo tra Ateniesi e Meli, che ha preceduto l'attacco
finale.
Ascolterete il dialogo nel corso delle letture che seguiranno, ma riprendiamone
i punti fondamentali. Gli Ateniesi dicono che non faranno un discorso
lungo e poco convincente, sostenendo che è giusto per loro esercitare
la loro egemonia perché hanno sconfitto i Persiani, oppure dicendo
che ora esercitano un diritto di rappresaglia perché i Meli hanno
fatto torto agli ateniesi. Rifiutano il principio del casus belli, non
si comportano inabilmente come il lupo di Fedro. Semplicemente invitano
i Meli a trattare partendo dalle vere intenzioni di ciascuno, perché
i principi di giustizia sono tenuti in considerazione solo quando un'eguale
forza vincola le parti, altrimenti "i potenti fanno quanto è
possibile e i deboli si adeguano". Si noti che in effetti, così
dicendo gli Ateniesi affermano, negandolo, che così fanno proprio
perché le loro vittorie sugli Spartani gli hanno assicurato il
diritto di dominare sulla Grecia, e perché i Meli sono coloni dei
loro avversari. Ma di fatto, e con straordinaria lucidità - vorrei
dire onestà, ma forse l'onestà è di Tucidide che
ricostruisce il dialogo - spiegano che faranno quel che faranno perché
il potere è legittimato solo dalla forza...
I Meli, visto che non riescono ad appellarsi a criteri di giustizia, rispondono
seguendo la logica stessa dell'avversario, e si rifanno a criteri di utilità,
cercando di persuadere gli invasori che, se poi Atene dovesse essere sconfitta
nella guerra contro gli spartani, rischierebbe di sopportare la dura vendetta
delle città ingiustamente attaccate come Melo. Rispondono gli Ateniesi:
"Lasciate a noi di correre questo rischio; piuttosto vi mostreremo
che siamo qui per sostenere il nostro dominio e che ora faremo le nostre
proposte per la salvezza della vostra città, perché vogliamo
dominarvi senza fatiche e conservarvi sani e salvi nel vostro e nel nostro
interesse."
Dicono i Meli: "E come potrebbe essere utile per noi essere schiavi,
come è utile per voi dominare?" E gli Ateniesi: "Perché
voi invece di subire le estreme conseguenze diventereste sudditi, e noi
ci guadagneremmo a non distruggervi..." Chiedono i Meli: E se ce
ne restiamo fuori ma senza essere alleati di nessuna delle due parti?
Ribattono gli Ateniesi: "No, perché la vostra ostilità
non ci danneggia quanto la vostra amicizia. La vostra amicizia sarebbe
prova di una nostra debolezza, mentre il vostro odio lo è della
nostra forza."
In altri termini: scusate tanto, ma ci conviene più sottomettervi
che lasciarvi vivere, così saremo temuti da tutti. I Meli dicono
che non pensano di poter resistere alla loro potenza ma che malgrado tutto
hanno fiducia di non soccombere perché, devoti degli dèi,
si oppongono all'ingiustizia. Gli dèi?- rispondono gli ateniesi
- Con le nostre richieste o con le nostre azioni non facciamo assolutamente
nulla che contrasti con la credenza degli uomini nella divinità...
Siamo convinti che tanto l'uomo che la divinità, dovunque hanno
potere, lo esercitano, per un insopprimibile impulso della natura. E non
siamo noi che abbiamo imposto questa legge, né siamo stati i primi
ad applicarla quando già esisteva. Essa esisteva quando noi l'abbiamo
ereditata ed esisterà in eterno. Anche voi, come altri, agireste
esattamente come noi, se aveste la nostra stessa potenza. E' lecito sospettare
che Tucidide, pur rappresentando con onestà intellettuale il conflitto
tra giustizia e forza, alla fine convenga che il realismo politico stia
dalla parte degli ateniesi. In ogni caso ha messo in scena l'unica vera
retorica della prevaricazione, che non cerca giustificazioni fuori di
sé. La persuasione si identifica con la captatio malevolentiae:
"nanerottolo, o mangi questa minestra o salti quella finestra".
La storia non sarà altro che una lunga, fedele e puntigliosa imitazione
di questo modello, anche se non tutti i prevaricatori avranno il coraggio
e la lucidità, come abbiamo visto, dei buoni Ateniesi.
Segnalato
da: Giancarlo Maresca |
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