Maestri dell'ago e del filo
Andrea Donadio è partito da un piccolo paese della provincia di Potenza, si è formato nella Napoli del boom
economico ed è approdato a Torino. Dove, trent'anni dopo, può dare un taglio ai capricci della moda.
Se l’esclusività non è sinonimo di lusso, ma definisce qualcosa rispetto alla quale si resta ignari o impotenti per mancanza di conoscenza e conoscenze, ebbene Torino appare, tra le grandi città italiane, una di quelle che sa conservare con maggiore forza e naturalezza alcune situazioni esclusive. Una cena al Cambio può essere di una solennità da far impallidire quelle confidenzialità che così spesso vengono spacciate per raffinatezza, allo scopo di far sentire un gran signore chi sappia a mala pena ciò che vuole, ma per pagarlo dispone di più carte di credito che capelli. Non parliamo del Circolo del Whist, che in tema di esclusività figura ai primi posti delle classifiche nazionali. Appena una settimana fa ha riaperto in Palazzo Capris di Cigliè la Fondazione Fulvio Croce, meglio nota come La Domenica il rito si consuma di preferenza in tarda mattinata. Posti come il Caffè Torino, amato da Einaudi e Pavese e dotato di un eccellente bar tender, possono vantare un’offerta di cibi e bevande tale da far impallidire qualsiasi brunch postmoderno. La mentalità piemontese, riservata e operosa, si rispecchia nella sobrietà dell’architettura, ma anche degli abiti. Ne parlo con il Maestro Andrea Donadio, socio della Camera Europea dell’Alta Sartoria e tra i più autorevoli sarti della città. Nato a Castelnuovo di Sant’Andrea, in provincia di Potenza, si formò giovanissimo nella Napoli degli anni sessanta. La vita professionale lo ha poi portato per qualche anno a Bologna, ma fu a Torino che fondò la sua sartoria. Dal 1971, resta un punto di riferimento. “Egregio avvocato, mi dice, i torinesi hanno molto
Circolo degli Avvocati, le cui sale perfettamente restaurate offrono un ambiente originale e di classe purissima, cui non è difficile accedere. Non manca il biliardo, passione che i MONSIEUR rivelano raramente e praticano appena possono. Quest’anno sono stato a Torino in più occasioni, ogni volta incontrando persone di diversissimi interessi ed età. Non posso fare di una limitata esperienza un paradigma, ma ho sempre riportato l’impressione che sotto la corteccia della forma scorra abbondante la linfa dei contenuti umani. L’amore per la tradizione non vi si riduce a servitù del passato e, seppure con discrezione, la città sa offrire una vita brillante sia nelle case private che nei locali pubblici. Non a caso è torinese il ristorante con il nome ed il logo che mi sembrano i più divertenti del paese: Le Vitel Etonné. Tra l’altro vi si serve il Gioele’s gin tonic, drink robusto e aromatico degno degli anni ruggenti e il miglior contributo possibile al superamento della sindrome depressiva cittadina post crisi FIAT. Certo, la Domenica mattina, quando il cielo è grigio, l’austerità dell’atmosfera si fa un po’ pesante, ma basta sapere dove andare. Non so se esista ancora una Milano da bere, ma certamente c’è una Torino da sgranocchiare. Nei migliori locali l’aperitivo è accompagnato da un sontuoso buffet, che piuttosto che preparare la cena la sostituisce alla grande.   carattere, ma sono riservati per natura.
Il bacino industriale che circonda la città ha attirato verso di essa persone e culture da ogni provincia del paese, ma l’impronta piemontese resta profonda e incancellabile. In genere i miei clienti non tendono alle stravaganze e controllano anche la fantasia. Amano restare all’interno della parte più classica dello stesso classico: i grigi ed i blu a fondo unito, i gessati. Molti blazer, poche giacche a quadri.
Non mancano i clienti con un gusto ed un portamento che li rendono più evidenti. Il Governatore Ghigo, ad esempio, si diverte molto nel vestire e la sua classe valorizza qualsiasi cosa. Predilige il doppiopetto, che sulla sua figura rivela tutte le proprie potenzialità. Altri dedicano poco tempo alla scelta e alle prove dei capi.
Servo intere dinastie che hanno sempre vestito in sartoria, eppure potrei dire che nemmeno sanno cosa sia la vanità. Credo che vetrine non ne abbiano mai guardate, perché di padre in figlio si trasmettono la certezza che l’abito sia un oggetto che non si compra, si ordina.
Questo understatement ha una significativa matrice morale. In tal modo l’uomo non è mai costretto a fare i conti con le tendenze del momento e può riferirsi alla tradizione della propria famiglia, piuttosto che al capriccio della moda.
 
L'INDIRIZZO DELLA SARTORIA DI ANDREA DONADIO (IN ALTO, IN UNA POSA
SCHERZOSA) E': VIA MONFERRATO 27/F, TORINO. TELEFONO 011 8196076
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