La sartoria può e deve offrire sempre un prodotto completamente estraneo a quello di confezione, ma non solo stilisticamente, quanto nel legame che esso propone tra il desiderio e l’oggetto. Un rapporto in cui il committente esercita gusto e potere, esprimendo la propria personalità e la propria storia.”. Le giacche del Maestro Donadio appaiono morbide, ma di notevole impatto. Le spalle sono ben costruite, importanti, ma da esse il capo scende con proporzione e leggerezza, asciugandosi appena possibile in una ricerca di snellezza. “Perché una giacca sia comoda non deve per forza essere larga come un camice, mi dice. E’ tenendo presente il corpo, rispettandolo, che si ottengono i migliori risultati. La tecnica ha fatto grandi progressi ed oggi permette di ridurre il numero delle prove. Anche la posizione sociale del sarto è molto cambiata ed oggi il problema è solo quello del ricambio generazionale. Credo però che il lavoro della Camera porterà in questo campo molti benefici, mettendo in contatto realtà lontane con le stesse esigenze. Dello stile e della tecnica partenopei ho conservato la manica ricca e l’importanza data alla vita anche dal punto di vista posteriore. Mi piace la spalla che guadagni qualcosina rispetto alla caduta naturale del braccio e contribuisca così alla figura e al portamento, ma la costruisco in lavorazione. Se non ci sono richieste o esigenze particolari uso pochissimi
In una giacca vanno considerate la facilità di movimento e la capacità di contenere i piccoli oggetti quotidiani, ma i volumi in cui ciò si realizza non devono essere superiori allo stretto necessario e soprattutto devono essere posizionati in modo da essere efficaci da un lato e armoniosi dall’altro. Naturalmente il sarto cerca di valorizzare la figura ed a questo scopo io mi sforzo di segnare il punto vita anche con le circonferenze più robuste. Tagliando la giacca e impostando le riprese, è una cosa cui dedico la massima attenzione, anche nelle taglie da sessanta di giro vita”. Gli chiedo poi di frugare tra i ricordi del periodo in cui ha lavorato a Napoli e di rivelarmi quale eredità questa capitale della sartoria gli abbia lasciato. “Le vecchie sartorie partenopee producevano in una quantità oggi impensabile. Domanda ed offerta contavano su numeri ben diversi da quelli odierni. Savarese, che aveva un laboratorio tra i più rinomati, ma non il più grande eppure aveva almeno dieci operai interni e più del doppio esterni. Io lavoravo in Via Chiaia, con uno dei suoi collaboratori. Immagino che molti napoletani ancora conservino quell’amore per il vestire che all’epoca, ben prima che si affacciasse la crisi degli anni settanta, toccava forse il suo massimo storico. Prima di sposarsi, anche l’uomo di estrazione più modesta non ordinava meno di tre abiti. Era un’epoca di giganti. La London House di Rubinacci era la stella più brillante, vantando come capo tagliatore Vincenzo Attolini, ma c’erano altri fuoriclasse come Nicola Blasi, Antonio Schiraldi, Gallo eccetera. Il lavoro dei dipendenti non era ben retribuito e ricordo che una volta mi trovai in una vera e propria agitazione sindacale.
Andando a consegnare degli abiti, trovai tutti gli operai che sedevano fuori dalla sartoria Savarese, per rivendicare un aumento. Quante cose sono cambiate da allora.
  interni, proprio come nella tradizione napoletana. Ma la cosa che mi è rimasta più impressa e di cui ho fatto un punto cardine della mia tecnica è il metodo con cui Savarese ed i migliori suoi colleghi montavano il collo, mantenendo alla stoffa il suo verso”. A questo punto c’è forse bisogno di una piccola delucidazione. Per collo si intende quel piccolo pezzo di tessuto che gira intorno alla nuca. Poiché la sua altezza e l’aderenza alla camicia sono fattori determinanti nell’estetica del capospalla; poiché regge i due baveri e ne influenza la tensione ed il modo di cadere, l’applicazione del collo rappresenta uno dei momenti più delicati dell’intera lavorazione. Può essere cucito mantenendo il drittofilo del tessuto, ovvero lasciando che questo assecondi la curvatura che si dovrà ottenere. Il primo metodo è di gran lunga più difficile ed efficace, conferendo un guizzo dinamico a fronte di un certo appiattimento, che può sfociare in antiestetiche scollature. Quando il collo è sistemato per dritto, il lembo esterno e la trama del tessuto corrono paralleli. Con un tessuto a quadri la cosa è molto evidente, mentre sulle tinte unite si deve aguzzare la vista. Un collo ben messo risale valorizzando la curva delle spalle e anima tutta la parte superiore della giacca, ma per ottenere questi risultati anche la tela interna deve essere lavorata allo stesso modo ed il tutto richiede cura e tempo. La questione del corretto orientamento del tessuto sollevata da Donadio è di importanza cruciale, anche se poco comprensibile da una cultura dell’abbigliamento che si sta riducendo ai soli dati stilistici e trascura quelli tecnici. Il problema interessa anche altre parti importanti della giacca come le mostre, quelle larghe bande che partono in basso internamente per poi girare e rappresentare la parte visibile dei baveri. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia. La affronteremo in futuro.
 
ANDREA DONADIO (IN ALTO) E' SOCIO DELLA CAMERA EUROPEA
DELL'ALTA SARTORIA (VIA FLAVIA 112, INTERNO 1/A, ROMA; TELEFONO 06 42020177).
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