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| Solo un laboratorio che abbia queste capacità può dirsi veramente sartoria e quegli insegnamenti mi sono restati nella mente al punto che, quando ho potuto, non ho fatto che riprenderli e attualizzarli. Ogni cliente deve avere una giacca diversa, ma proprio perché è solo sua ciascuno deve poter contare su una riproducibilità affidabile del risultato già ottenuto e approvato. Cento giacche di cento clienti sono tutte differenti, cento dello stesso cliente devono differire solo nel tessuto, nelle tasche, ma avere le stesse proporzioni, la stessa linea. |
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Quando inseriva collo e maniche, la giacca prendeva vita, avrebbe potuto parlare. Non si sono più visti doppi petto come li sapeva cucire lui”. Essendo originario di Casalnuovo, la cittadina che ha dato al mondo la più alta concentrazione di sarti, racconta di quando operai e maestri tornavano a casa, percorrendo a piedi la via che porta al centro del paese. I lampioni erano a grande distanza l’uno dall’altro e la fisionomia di un uomo era impossibile a vedersi da lontano. Dalla finestra si poteva però distinguere la sagoma della giacca o del cappotto e |
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Per questo realizzo una tela per ciascuno, anzi due: la prima è il modello e la seconda la pianta definitiva, dopo la lavorazione.” Torniamo al profilo biografico. A quarant’anni, già affermatosi in Svizzera e in Germania, Sabino non si accontentava. Aveva in mente di rifondare una di quelle grandi sartorie del passato e, appena si sentì pronto, rinunciò in un sol colpo a quanto aveva costruito per andare incontro al suo progetto. Nel 1988 vendette un appartamento e col ricavato avviò un laboratorio con quattordici operai, quasi tutti inesperti. “Il mio ragionamento fu questo: se per fare un sarto completo ci vogliono molti anni, isolando le capacità relative alle singole fasi costruttive si sarebbe suddiviso anche il tempo necessario ad impadronirsene. Certo, all’inizio si lavorava in perdita, ma in quasi venti anni ho messo a punto una squadra ben organizzata e affiatata. Una sartoria di prim’ordine, che realizza totalmente in proprio capi il cui standard è a prova di qualsiasi confronto. Ho sempre preferito il lavorante che sappia far bene a quello che sappia far presto, perché la struttura è basata sulle capacità, sulla ricerca della perfezione, più che sul tempo. Posso contare inoltre su due figli in gamba, pienamente immersi nell’attività. Il maggiore, Michele, ha avuto un battesimo precoce come si usava una volta. A sei anni già dava i primi punti ai baveri ed ora è un sarto finito. Marcello ha scelto di specializzarsi nei pantaloni, ma da qualche tempo si è avvicinato anche al capospalla. Mio genero Giovanni, che dirigeva un negozio in Montenapoleone, lo ha lasciato per lavorare qui come apprendista. Sta facendo progressi rapidissimi, come può vedere da questa giacca. Ci sta lavorando tutto da solo”. Nonostante questa fitta discendenza ne faccia un patriarca, a Pasquale Sabino non manca l’entusiasmo.
Si trattiene a lungo a parlare dei tempi in cui, lasciata la bottega di Blasi, andava a vedere cosa stesse combinando Michele Tortora, che definisce il Maradona dei maestri napoletani. “Incostante, incapace di progetti di lungo respiro, ma dotato di un talento inarrivabile.
Andavamo a trovarlo perché vedergli terminare una giacca era uno spettacolo. |
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bastava quella, perché la moglie sapesse che il marito era prossimo a rientrare. “Ricorda il film “Mamma, ho perso l’aereo”? Vedendone solo la sagoma del soprabito, il protagonista confondeva una persona con un’altra. In realtà potrebbe accadere a chiunque, ogni giorno, perché il profilo di qualsiasi capo di confezione è quello di una taglia in generale e non del singolo individuo in particolare. Qui si comprende il ruolo della sartoria ed anche il motivo per cui essa non potrà mai morire. Esistono e sempre esisteranno uomini di carattere, che non accettano alcuna omologazione. Sanno quello che vogliono e si tratta di qualcosa che non solo è diverso da ciò che va bene per la massa, ma è diverso da cliente a cliente. Ho il privilegio di servire soprattutto persone di forte personalità e ritengo che tutto debba cominciare dall’ascolto dei loro desideri, dall’esame del loro stile, dalla selezione di cosa, tra tutto ciò che in astratto potrebbe andar bene, migliorerà in concreto la loro immagine. L’età, la carnagione, il colore degli occhi, la statura, il portamento, la corporatura, l’atteggiamento più o meno estroverso, eventuali difetti o pregi, tutte queste caratteristiche influenzano la scelta della foggia, dei materiali, del colore dell’abito. Soprattutto nei primi incontri dedico molto tempo a cercare di comprendere il cliente. Molti hanno già un’idea precisa, ma prima della decisione definitiva resta sempre un margine in cui il sarto deve saper intervenire. Il miglior cliente ed il miglior sarto non otterranno la migliore giacca, se non lasciando aperti i canali di comunicazione, ascoltando i reciproci suggerimenti, rinunciando a qualche pregiudizio e talvolta rischiando. Non mi pesa confessare che non sempre ho successo e talvolta non riesco a soddisfare in pieno qualcuno. La cosa è tanto più naturale quanto più si cerchi di infondere nel proprio lavoro un vero stile, eppure non posso negare di restarci male. La mia vita è stata sempre in bilico tra l’esaltazione dovuta ai risultati positivi e il disappunto per ogni piccolo fallimento. Non sono solito dirmi bugie e cerco di trarre profitto anche dalle esperienze negative”.
Così parla un maestro, non solo dell’ago e del filo. |
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PASQUALE SABINO, 65 ANNI, MEMBRO DELLA CAMERA EUROPEA DELL'ALTA SARTORIA (VIA FLAVIA 112/1A ROMA;
TEL. 06.47823528) FORNITORI UFFICIALI FINTES E CARNET, IN COMPAGNIA DEL FIGLIO MICHELE,
36 ANNI,
RAGAZZO DAL TALENTO PRECOCE: GIA' A SEI ANNI DAVA I PUNTI AI BAVERI. |
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