Chiedo alla mia giacca non solo di calzare comoda, ma di restituire a chi la indossi e si guardi allo specchio un’emozione positiva. Non parlo solo della correzione di difetti, dello slancio della figura e del suo proporzionamento attraverso il taglio e la linea, ma di una sensazione che l’abito sia uno strumento in cui, sentendosi migliori, in qualche modo lo si diventi davvero. Quando ciò avviene, me ne accorgo dallo sguardo ed anche i complimenti verbali divengono superflui. Non che mi dispiacciano, anzi! Tutti lavoriamo per denaro, ma credo che l’impegno costante di un artigiano, la sua applicazione anche dove non vi sia un immediato ritorno, vengano dalle soddisfazioni e dalla passione che esse tengono viva e alimentano”. Celentano continua a mostrarmi dettagli tecnici che Esso infatti emette un segnale particolare: il desiderio. Chi vede un oggetto che ha stile non si limita ad apprezzarlo in modo distaccato, ma lo vuole per sé e spesso, in qualche modo, tende ad identificarsi con chi lo possiede. L’abito è buono o bello per nascita, ma elegante lo diviene col matrimonio. Con questo vorrei dire che non esiste modo di creare un abito che possa dirsi elegante già sulla gruccia o nell’armadio. Diviene tale se viene scelto e indossato da un uomo o da una donna eleganti”. La saggezza del maestro mi incoraggia a domandargli a quali conclusioni lo abbia portato questa serie di ragionamenti, che certo non sono stati improvvisati. “Se veramente esiste una distinzione tra i tre livelli, essa non dipende solo da chi cuce, ma anche da chi commissiona l’abito e lo
dimostrano la sua solida conoscenza ed il talento, ma ciò che più affascina non è nello studio di una pince o di un giro manica, quanto nell’autentica umanità, nella gentilezza, in un modo di porre che farebbe invidia ad uno psicanalista figlio di avvocati, ma che resta in una semplicità senza alcuna pretesa. Gli chiedo dei materiali, cui attribuisce suprema importanza espressiva. “Per abiti da lavoro, per uso quotidiano in città, uso molto i tessuti italiani ed in particolare Carnet, che offre prodotti utilizzabili anche otto o nove mesi all’anno. Per gli effetti sportivi e per i pochi che vogliano pesi decisi, senza mezze misure, gli inglesi restano insuperabili. La mia preferenza è sempre andata a John G. Hardy, coi suoi district check coniugati in lane secche” La discussione si infittisce e si avvia verso i massimi sistemi, dove materiali, abilità e gusto sono sempre collegati. “Anche la tecnica più raffinata – continua Celentano - resta inespressiva senza l’impronta dello stile. A bottega ho appreso il mestiere, ma ciò che fa di esso un’arte mi è stato trasmesso dai clienti. Ci tratteniamo a volte per ore a discutere sull’opportunità di una martingala, sulla dimensione di un bavero o sull’effetto di tre millimetri in più o in meno di risvolto. Tacendo della mediocrità seriale della confezione e dell’illusione di eccellenza venduta a caro prezzo da ciò che oggi si chiama “sartoriale”, nella sartoria vera e propria possiamo distinguere l’abito buono, l’abito bello e l’abito elegante. Il primo è basato sui fondamentali, cioè è cucito bene, con materiali durevoli e rifiniture corrette. Non è banale, in quanto realizzato su misura e non su taglia, eppure il suo contributo alla figura che lo indossa è scarso o nullo. Sulle ragioni per cui una cosa che rispetti ogni regola possa risultare comunque insignificante hanno riflettuto in molti, ma forse la risposta non è nelle teorie, quanto nei fatti. Quello dell’abbigliamento è un linguaggio autonomo e in questa materia molto di ciò che si vorrebbe esprimere o capire non si riesce a trasmetterlo a parole. Chi ha occhio, può leggere in un paio di pantaloni o in una manica tutto ciò che c’è da sapere. L’abito bello ha qualcosa che chiamiamo stile. Dire cosa esso sia sarebbe chiedermi un po’ troppo, ma posso assicurare che un sistema per riconoscerlo c’è.   indossa. Con le sue conoscenze e convinzioni prima, col gusto e col portamento poi, il cliente esercita un’influenza determinante sul risultato. Da questa dinamica tra abito, artigiano e committente, si possono effettivamente trarre dei suggerimenti sul reciproco ruolo. Il sarto dovrebbe tendere a realizzare un abito che sia buono e insieme anche bello, che cioè possieda sia la qualità che lo stile. La qualità ha parametri stabili, che risiedono nelle materie prime e nella lavorazione. Lo stile richiede invece un continuo aggiornamento, ma anche un’attenta vigilanza, perché la sensibilità ai cambiamenti non diventi soggezione alla moda. La ricerca che non si deve mai abbandonare è quella delle radici. Forzando a nostro uso e consumo il famoso detto, potremmo dire che non c’è nulla di nuovo sotto il ferro. Conoscere la vita di un capo, sapere quando nacque, chi lo indossò ed in quali occasioni, è come conoscere l’etimologia di una parola. Solo in tal modo possiamo intuire la vastità e profondità dei suoi significati, al di là di quello comune. Ci sono evoluzioni e forzature, innovazioni e deviazioni. La differenza tra le prime e le seconde si percepisce solo alla luce dell’inclinazione, del temperamento che un capo ha assunto lungo la sua storia. Ogni foggia, ogni materiale, ha come una sua specifica personalità. Se non viene rispettata almeno nelle grandi linee, si giungerà sempre ad un risultato stridente. Come vede, anche lo stesso abito, anche il tessuto, hanno voce in capitolo e devono essere ascoltati. Il cliente, da parte sua, dovrebbe tendere all’eleganza, cioè a quella proprietà nell’uso che armnizza l’uomo con ciò che ha indosso, con il suo ruolo, con il suo stile e con la situazione che sta vivendo. Parlando di stile abbiamo detto che esso genera il desiderio. La vera eleganza, invece, desta l’ammirazione per un risultato personalissimo ed inimitabile. Qualora manchi la consapevolezza di questa irripetibilità, si va incontro a disastri che il sarto, coi suoi suggerimenti, deve cercare di evitare.
A noi spetta anche il compito di interpretare il cliente ed evitare che esso, invece che migliorare la persona che già è, voglia diventare un’altra. Nulla è più inelegante della replica di un uomo elegante”.
 
GIOVANNI CELENTANO, MEMBRO DELLA CAMERA EUROPEA DELL'ALTA SARTORIA (VIA FLAVIA 112/1A ROMA;
TEL. 06.47823528), FORNITORI UFFICIALI FINTES E CARNET, PER GLI ABITI CITTADINI DA LAVORO PREFERISCE I TESSUTI ITALIANI, PER I CAPI SPORTIVI O DAL PESO DECISO, QUELLI INGLESI.
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