Il colore è sempre scuro, ma cambiano i tessuti ed anche l’impostazione stilistica. Del resto, non sono simili anche gli smoking o i tight? Eppure ciascuno è diverso. Il cliente di gusto ed il bravo sarto riescono sempre ad ottenere qualcosa in più. Negli abiti talari vi sono invece molte differenze nel colore e nella costruzione, secondo la posizione gerarchica o l’ordine di appartenenza. Ad alto livello, una certa preziosità non è nemmeno dovuta alla vanità personale, quanto alla consuetudine ed al rispetto degli incarichi svolti. Una volta non era così anche per i politici? E’ ovvio che, in un’istituzione come la Chiesa, le cose cambino meno velocemente. E poi, credo giacca senza spacchi e sembra di tornare indietro, ma non è affatto così. Se anche cucio una giacca come quelle di quaranta anni fa, l’effetto che produce oggi è del tutto diverso. Mi sono chiesto perché, ma non è facile rispondere. Gli ingredienti della sartoria sono molto complessi. Innanzitutto è difficile fare due cose uguali. E poi, quando anche ci si riuscisse, può essere diverso il modo di combinarle, o quello di vederle. Tra le cose che ho imparato dai miei maestri, vi è che si finisce di imparare e di cambiare quando si finisce di lavorare. Aggiungerei che questo nostro mestiere lo si fa per passione e, se si è sarti veramente, si è sarti per la vita. Ne vien fuori che si impara e si cambia per la
che faccia piacere a chiunque vedere un cardinale nella sua gran fascia di seta moiré. Le cose che sono come ce le aspettiamo non sono molte e tutte di gran conforto”. A Settembre, la Camera Europea è stata ricevuta dal Papa e gli ha fatto dono di una greca bianca. Parlando del sontuoso cachemire che era stato utilizzato, apprendo solo ora che quello di “greca” è il nome corretto del capo che copre l’abito talare. E io che l’avrei definito un cappotto lungo! Guardando in giro, vedo anche tessuti e abiti della vita laica. “Trovo strepitose le fantasie e qualità del campionario Carnet, specie nelle giacche a quadri di questo prossimo inverno. C’è del resto un ritorno allo spezzato. Per ora è timido, ma spetta proprio alla sartoria spingerlo come prodotto di una cultura estetica raffinata e divertita, indipendente dal monopolio degli abiti scuri, tutti lavoro e carriera. Per quel che vedo, mi sembra che si viva in generale un momento di assoluta supremazia dei tessuti italiani. Anche proponendo alternative, è difficile che si esca fuori dai classici di Loro Piana o di Zegna, dai sofisticati pettinati della Fintes o dai freschi mohair di Vitale Barberis Canonico”. Ammirando l’apparente facilità con cui vedo adagiarsi gli abiti su un cliente che è venuto a ritirarli, chiedo a Michele Ombroso come la pensi dal punto di vista della tecnica e dello stile. “Io non uso modelli in carta, parto ogni volta dalle misure. Mi basta una sola prova e voglio che la forbice sia relativamente libera, perché la linea si conferisce in buona parte col taglio e con essa non bisogna tanto ripetere il fisico del cliente, quanto interpretarlo alla luce del suo gusto e dei tempi. C’è un ritorno ad una linea che allunghi la figura. Nella giacca, questo significa baveri più stretti e ritorno al due bottoni avvitato. I pantaloni vogliono essere filanti già dalla coscia, quindi con una sola pince per lato. Si tratta, in effetti, di uno stile non molto diverso da quello che, tra gli anni cinquanta e sessanta, l’Italia seppe interpretare brillantemente e si espresse al meglio proprio a Roma. Si ricomincia a vedere qualche   vita. Un mestiere che da lontano appare così fermo, così tradizionale, visto da vicino rivela invece un’incessante movimento. Mi auguro, però, che le luci che si stanno accendendo sul nostro mondo non servano né ad accecarci, né a distogliere lo sguardo da vecchi e nuovi problemi”. Su questo argomento, la discussione va avanti a lungo. Cambiano gli stili, i tessuti, i clienti, i rapporti interni ed esteri alla sartoria. Cambiato il modo con cui il mondo vede il sarto, è tempo che anche il sarto cambi il modo di vedere il mondo. Credo che l’analisi dei grandi mutamenti e l’individuazione delle strategie per il futuro, debbano essere il cruccio principale delle istituzioni come la Camera Europea dell’Alta Sartoria. La sartoria, anche Ombroso concorda, non morirà mai. Troppo forte, troppo profondo, troppo naturale è il desiderio di emergere, di differenziarsi, di premiarsi, di adeguarsi a se stessi e non agli altri, di sentirsi coinvolti in un’avventura creativa e non in una pura meccanica commerciale. Questi fattori resteranno inalterati nella natura umana e sono garanzia della domanda. Il problema è nella risposta. Potrà essere un’evoluzione della bottega classica, carovana che trasporta di generazione in generazione tecniche, stili e materiali, pur raccogliendo per la via tutte le innovazioni utili. Ma potrà anche assumere forme in cui la prevalenza del capitale sulla cultura, la stessa che sta trasformando tutto il mondo del lusso, si traduca anche in questo ambiente in quella trivella che sfrutta i pozzi fino a prosciugarli, per poi abbandonarli. Di questi argomenti si parlerà il 29 Ottobre in una conferenza che la Camera terrà presso la Unioncamere, in Via degli Orti Sallustiani. Nella stessa sede, il giorno 28 Ottobre e non più il 20 come annunciato in precedenza, si terrà la presentazione del guardaroba maschile secondo la Camera Europea dell’Alta Sartoria. Un momento che, per una sera che potrebbe restare storica, mi auguro riporti nella sartoria il rischio e la ricerca, strumenti determinanti perché essa riassuma il suo magistero stilistico.
 
CALABRESE, MICHELE OMBROSO (IN ALTO) SI TRASFERISCE A ROME NEL 1956 E SI FORMA DAL PUNTO DI VISTA
PROFESSIONALE LAVORANDO PER GLI ATELIER DI IMPORTANTI SARTI COME CARACENI, LITRICO,
DUETTI. SERVE ANCHE IL SANTO PADRE, MA E' RIGOROSAMENTE RISERVATO SULL'ARGOMENTO.
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