Nella calda atmosfera, ricca di legno, si trova una competente e concreta selezione di accessori e capi maschili, compresi gli abiti già pronti. «Ho sempre pensato che un sarto non deve rifugiarsi in un appartamento, ma mostrare il proprio lavoro attraverso le vetrine. Quando mi sono messo in proprio, ho avuto la sartoria fronte strada sin dal primo giorno. Un terraneo piccolo, che avevo arredato tutto a Porta Portese. Io sono originario di Caserta ed ho appreso il mestiere da un maestro che era anche Il tutto resta un po’ piatto. Chi ha occhio, si accorge che i davanti aprono nella gran parte dei casi, come spesso accade ai mezzi-busti della televisione. Ma non tutti sono interessati a queste faccende. Molti vedono nell’abito uno strumento di lavoro, quindi un mezzo, mentre chi tende all’eleganza vi vede uno scopo. La sartoria è per questo secondo tipo di persone, che si divertono nel creare. Non si tratta di un divertimento fine a se stesso, perché a lungo andare quell’immagine che ci si è voluti
sindaco di un piccolo paese della provincia. Si chiamava Santoro ed era un bravissimo sarto ed un vero leader, capace di indirizzare e motivare undici lavoranti come fossero un sol uomo. Il mestiere gli aveva insegnato tante cose e lui le ha insegnate a me. La tecnica materiale, ma anche le doti morali per governare gli altri e tenere a bada se stesso. E soprattutto l’ingrediente principale della crescita, cioè quella forma di pazienza che non si limita alla passiva attesa, ma è un’attiva tenacia. Mi rivelai piuttosto precoce ed a diciotto anni ero già praticamente autonomo. Nel 63 fui premiato dal grande Nicola Blasi. Forse non si trattava di un riconoscimento importante, ma proveniva da una vera autorità e quella pergamena la custodisco ancor oggi. L’incoraggiamento del patriarca dei sarti napoletani mi diede la spinta definitiva, tanto che l’anno successivo mi sentivo pronto ad aprire la mia bottega. Scelsi Roma perché vi avevo svolto il servizio di leva ed avevo imparato a conoscerla. Del resto, se quegli anni hanno lasciato una traccia così profonda nel cinema e nella storia del paese, era più che naturale che la loro atmosfera coinvolgesse anche me. Non me ne sono mai pentito ed ancor meno oggi, che la capitale sembra ritornare a quella serenità, a quella vita anche in strada che l’aveva resa grande a quell’epoca». Vedendo che intanto soppesavo una giacca di confezione, continua: «Non c’è alcun motivo per tenere lontana la confezione dalla vera sartoria. Anzi, la loro distanza è particolarmente evidente proprio quando stanno vicine. C’è domanda per l’una e per l’altra, ma la gerarchia che si fa tra i prodotti non la si può fare tra i clienti. Sono certo che la sartoria non morirà mai, ma ancor meno la produzione industriale. Ci sono ottimi motivi per sceglierla, se il prezzo è adeguato ed il messaggio è corretto. Il problema è proprio qui, nella confezione che per elevare il prezzo si basa su trucchetti che presentano il prodotto come artigianale. Fanno vedere una giacca imbastita, ma dentro è tutto preconfezionato. Prima abbiamo parlato dell’importanza della stiratura. Ebbene, la sartoria la effettua pezzo per pezzo, ottenendo volumi che rispondono alla sagoma e alla postura del singolo. La confezione mette i quarti anteriori sotto una pressa uguale per tutti e termina la giacca con una macchina che stira a vapore.   costruire influisce così positivamente che sembra in qualche modo determinare il destino di una persona. Non a caso, dopo qualche abito in sartoria non si torna mai alla confezione, mentre il contrario accade normalmente». Gli chiedo infine qualcosa sulle sue scelte stilistiche, sulle preferenze in fatto di tessuti ed in particolare sui capi che sta completando per la sfilata. «Contribuirò al guardaroba della Camera con questi due completi della stessa stoffa e di taglio simile, anche se l’abito maschile ha due bottoni e il tailleur femminile uno solo. La giacca è piuttosto chiara e senza spacchi, quindi impegnativa per un giovane e inadatta ad una chioma argentata. Dovrebbe quindi indossarla un modello sulla quarantina, ma anche se così non sarà, quello che è importante è che vi sia un carattere. La sartoria deve porsi come il luogo dove si conservano le differenze di età e di storia personale, al contrario dell’industria che le azzera in un’offerta indistinta. Alle giacche per la sfilata ho dato un punto vita alto e netto, anche se in genere lo sfumo su una lunghezza maggiore. Il mio stile è rigoroso anche nei dettagli, tanto che trovo un certo disagio se la clientela ordina tessuti molto formali ed allo stesso tempo lavorazioni sportive. Da un punto di vista della tradizione, ad esempio, un gessato non andrebbe con manica a camicia e doppie impunture. Nel momento in cui le si richiede occorrere quanto meno rendersene conto, perché la trasgressione o l’innovazione fanno parte della sartoria, ma nessuna cosa ha uno futuro se non ha un passato Quanto ai tessuti, non se ne parla mai abbastanza.
Qui ho usato la bella flanella cardata della Carnet, che continua a lavorare anche tessuti dalla mano asciutta, di un certo peso e consistenza. Per i pettinati leggeri, dalla mano morbida, trovo perfetto il super 160 ‘S di Fintes, che in questo genere è superata solo da se stessa. Il suo super 210 ‘S è infatti un prodotto praticamente perfetto, più morbido di un cachemire, ma visto il costo è destinato ai competenti con maggiori possibilità di spesa. Per questo inverno, come per quelli passati, il Winter Tasmanian di Loro Piana resta uno dei tessuti più richiesti. Un articolo efficace, che soddisfa sia noi che i clienti e cui la casa ha sempre dedicato la massima attenzione».
 
NELLE FOTO IN ALTO, FILIPPO VIGLIONE, 64 ANNI, CON IL FIGLIO GIANLUCA (35), CHE HA DECISO DISEGUIRE
LE ORME PATERNE. LA CAMERA EUROPEA DELL'ALTA SARTORIA HA SEDE IN VIA FLAVIA 112/1A,
A ROMA (TELEFONO 06.47823528; FORNITORI UFFICIALI FINTES E CARNET).
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